Sus#2 #2: La madre naturale

Prosegue la pubblicazione dei 16 racconti finalisti di SCENICCHIA UNA SEGA #2 (qua i sedici racconti finalisti) il praticamente concorso letterario di Verde andato in scena a maggio a Roma e che si concluderà a settembre con la finalissima, alla Pecora Elettrica ricostruita, quando presenteremo il cartaceo autoprodotto e gratuito che testimonierà dell’evento romano 2019 (e non solo).
La settimana scorsa abbiamo pubblicato Algoritmo della transizione (qua), il racconto di Alessio Bacchieri Cortesi che ha preso parte alla prima serata del concorsone (Tomo, 4 maggio). La madre naturale di Pietro Verzina ha partecipato invece alla seconda serata, il 17 maggio scorso allo Sparwasser, insieme a Umberto Morello, Diego Rossi e Clara Cerri trionfatrice della serata. In giuria sedevano Andrea Zandomeneghi per la UR scenicchia (la Toscana, vincitrice ahilitweb finale), Monica Pezzella per la scenicchia campana, Emanuela Cocco per la scenicchia romana e Jimmy Gullit per la scenicchia di strada.
L’illustrazione è di Francesca Caruso. Ciao, buon inizio di settimana amiche e amici delle Marche, mercoledì 26 giugno saremo a RassegnAzioni, Festival delle riviste autoprodotte (qui) just like old times, ci venite a trovare?

Quando aveva partorito i suoi tre figli maschi, Teresa Sciammocca era una donna perfettamente normale, ma ad alcuni anni dall’ultima gravidanza si trasformò in una scimmia. Non si arrivò mai a una certezza circa le cause di una simile mostruosa metamorfosi. Il fatto che il marito Terenzio fosse stato per lunghi periodi emigrato in Africa diede adito a qualche chiacchiera: alcuni ritenevano che fosse un degenerato e che, durante l’emigrazione, avesse contratto un non meglio definito virus a seguito di alcune relazioni bestiali, infettando la moglie al ritorno. La morte prematura dell’uomo rafforzò queste voci, che furono confermate anche da un suo vecchio compagno, un certo Carnari, che era venuto per salutare la salma. Dopo il funerale il Carnari raccontò al bar del paese che lo Sciammocca, durante il loro soggiorno in Eritrea, si era innamorato di una grossa scimmia addestrata che aveva comprato da un saltimbanco; da quel momento, diceva, l’uomo aveva chiuso ogni rapporto coi compagni e viveva da solo con la scimmia nella sua baracca.

Alcuni diedero credito al Carnari: tra gli ex emigrati, peraltro, non era ignota la pratica di farsi una seconda famiglia all’estero. Qualcuno ci credeva a tal punto che non mancò di sostenere che, in realtà, non fosse avvenuta alcuna metamorfosi: lo Sciammocca doveva aver fatto fuori la moglie sostituendola con la scimmia che si era portato dietro dall’Africa. Al momento della trasformazione della moglie, a dire il vero, l’uomo era tornato in patria da più di quattro anni; ma in tutto quel tempo poteva aver tenuto la bestia nascosta in soffitta, in attesa che fosse educata a dovere.

Se così era stato, lo Sciammocca aveva però fatto un ottimo lavoro di addestramento. La scimmia, infatti, anche se non aveva l’uso della parola, era simile a Teresa in tutte le movenze e i modi di fare, tanto che sembrava incredibile pensare a un’imitazione. D’altro lato, nessuno poté negare che i figli dello Sciammocca, dopo la morte del padre, si fossero ritrovati a vivere con una vera e propria matrigna. La scimmia era stizzosa e manesca; i vicini sentivano i suoi acutissimi strilli a ogni ora del giorno. Manteneva la casa abbastanza pulita, ma non si faceva alcuno scrupolo nello spaccare piatti e arredi ogni volta che i ragazzi opponessero la benché minima resistenza alla sua volontà. Non consentiva facilmente che uscissero e pretendeva, in ogni caso, che alle otto di sera fossero tutti a casa. Li lasciava spesso senza cena per castigo, anche se era una discreta cuoca. Inoltre, alcuni dicevano che bevesse.

Nonostante questa condotta bestiale, molti congiunti continuavano a sostenere che si trattasse proprio di Teresa, e che l’inasprimento del carattere fosse dovuto soltanto alla prostrazione in cui la metamorfosi aveva gettato la donna; oppure che quel comportamento fosse semplicemente un altro tratto scimmiesco che ella aveva acquisito insieme al pelo e alla coda. Secondo alcuni, tuttavia, i parenti dicevano questo solo perché non volevano accollarsi i tre ragazzi; e anche perché la scimmia, dopo la morte di Terenzio, era riuscita a ottenere una pensione di reversibilità che sarebbe andata perduta.

I rapporti tra la madre e i figli si inasprirono enormemente man mano che i ragazzi crescevano. La scimmia continuava a pretendere che uscissero poco e tornassero presto, si accaniva su di loro in caso di cattivi risultati e scuola, imponeva turni di pulizie e lavori domestici. Soprattutto, non voleva che essi frequentassero ragazze o, alla peggio, esigeva di conoscerle immantinente. Più volte i giovanotti furono messi in imbarazzo dalla scimmia, che andava a sorprenderli in atteggiamenti affettuosi insieme a bionde fanciulle nei caffè, alle giostre o appartati dietro qualche portico. Era esasperata dal fatto di non riuscire a controllare le loro compagnie. I ragazzi, infatti, si vergognavano della propria madre e non portavano mai gente a casa. Erano soprattutto i primi due, Romualdo e Samuele, a odiare la scimmia, mentre il più piccolo, Tommaso, che non aveva quasi conosciuto la madre in forma umana, le era più attaccato. I fratelli, comunque, non mancarono di istigare anche lui, blandendolo e facendogli continui discorsi. Venne il tempo che non fu più possibile tenerli sotto controllo.

In casa si creò un clima orribile: la scimmia veniva completamente ignorata, come se fosse un’estranea. I figli grandi vestivano come damerini, uscivano ogni sera e manifestavano un malcelato disgusto per l’odore ferino che veniva dalla stanza da letto o dai divani. A un certo punto iniziarono a rifiutare il cibo che la madre cucinava, causando al povero animale un tremendo dolore.

Don Giacinto, che aveva dovuto seguire quella famiglia affrontando tremendi dubbi dottrinari, cercò di far loro una circostanziata paternale: ma non poteva non riconoscere ciò che avevano dovuto passare quei poveri orfani. Essi, infatti, erano discriminati da tutti: nessuno parlava della cosa in loro presenza, ma era noti in città come i figli della scimmia. Più volte Romualdo e Samuele avevano fatto a pugni per una parola di troppo. Di lì a poco, tuttavia, iniziarono anch’essi a sparlare della propria madre e a fingere di divertirsi alle sue spalle, nella vana speranza che la gente li dissociasse da lei. Cercarono perfino di mettere in giro la voce che ella non fosse altro che una sguattera di brutto aspetto, che aveva ucciso il loro padre e si era sostituita alla loro madre. Ma né il notaio Grilli né altri diedero credito a queste fandonie fiabesche. Nessuno li aiutò a impugnare il testamento dello Sciammocca. Infine, non potendo avere la casa, pur di andare a stare per conto loro Romualdo e Samuele si misero a fare dei lavori umili: uno lo scaricatore di porto, l’altro il garzone di bottega.

Subito dopo, però, venne la guerra. I ragazzi la accolsero con fatale e liberatorio entusiasmo. Samuele finì sul Volga, Romualdo, invece, si unì ai partigiani delle montagne. Quando, a pace fatta, tornarono in paese, i due non vollero più entrare in contatto con la madre, sperando che il lungo iato bellico avesse finalmente bruciato ogni ricordo del loro legame parentale. Seppero solo che la scimmia era stata violentata da certi repubblichini e che aveva nascosto per lungo tempo un americano che l’aveva illusa e alla fine se l’era svignata. Tommaso, invece, non reclutato a causa della giovane età, aveva cercato di raggiungere il fratello prima che la sua classe fosse chiamata alle armi, ma era stato preso dai Tedeschi e deportato in Germania. Al suo ritorno, saputa la storia dell’americano, decise anch’egli di non tornare a casa e andò a vivere insieme ai fratelli.

Quando poi, nel cinquanta, Romualdo si sposò senza dir nulla alla madre, gli invitati dovettero assistere a una scena che avrebbero difficilmente dimenticato. Il banchetto si svolgeva nella tenuta di campagna che un amico aveva messo a disposizione degli sposi. Al taglio della torta, la scimmia, che aveva appena appreso la notizia da una vicina, si presentò vestita a festa e in preda a una crisi di pianto. Si gettò ai piedi del figlio e gli abbracciò le ginocchia, tremante e sopraffatta dai singhiozzi. Quando, però, riaprì gli occhi e lesse l’odio sul volto della sposa e il mancato pentimento in quello del suo figlio maggiore, lo sdegno, o forse la vergogna, ebbe la meglio. Cieca di rabbia, balzò sul tavolo e iniziò a ringhiare ferinamente, tempestando gli invitati di pezzi di torta e, pare, dei suoi stessi escrementi. Fu allora che Romualdo si decise. Rientrato nel casolare, tornò subito con grosso fucile da caccia. Alcuni insinuarono in seguito che l’arma era stata predisposta, ma bisogna considerare che il padrone di casa era un noto bracconiere ed era normale che avesse armi in casa. Romualdo caricò e, senza batter ciglio, stese l’animale con due fucilate al petto.

Ciò che seguì fu ancora più raccapricciante. L’uomo, infatti, come se tutti i presenti non conoscessero la realtà dei fatti, si scusò amabilmente per quella bestia selvatica che aveva sconvolto il banchetto. Probabilmente, disse, era scappata da un circo. Infine venne l’orribile proposta. Romualdo raccontò che il padre, in gioventù, era emigrato in Africa; quando era vivo, ricordava, l’uomo parlava spessissimo di quanto fosse deliziosa la carne di scimmia, sia arrosto che stufata: diceva che in vita sua non aveva assaggiato niente di più delizioso. Fu chiaro a tutti dove voleva arrivare lo sposo. La fortuna aveva mandato loro tutta quella carne; lasciare che la selvaggina vada a male, poi, è sempre un sacrilegio: perché non trattenersi anche per la sera e organizzare un secondo banchetto?

Alcuni invitati andarono via inorriditi. Altri, invece, decisero di rimanere, forse più per la curiosità di assaggiare il tanto decantato piatto esotico che per reale complicità. Tommaso avrebbe preferito ritirarsi, ma era difficile contraddire a Samuele, che era già ubriaco e si era offerto di predisporre il fuoco insieme al fratello minore. Anche don Giacinto decise di far buon viso a cattivo gioco: in quella situazione di ambiguità, una sua reprimenda sarebbe stata un’iniziativa discutibile; una presa di posizione del genere, anzi, sarebbe stata antidogmatica, eretica, evoluzionista, un oltraggio alla vita umana come unico ricettacolo della divinità celeste. Anche se il tutto era stato atroce, quel finale e il modo in cui l’aveva messa quel bruto di Romualdo avrebbe risolto per sempre la situazione e portato la pace in parrocchia.

La cena si svolse in una furente allegria. Si ballò, si ricordarono i compagni caduti e si bevve vino fino a crollare a terra storditi. La sposa, dicono, si rimpinzò a tal punto di carne di scimmia che fece indigestione e stette male tutta la notte.

Qua tutti i racconti di SUS#2

Pietro Verzina

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