Sus#2 #1: Algoritmo della Transizione

Noi di Verde non siamo di certo stati con le mani in mano, anche se la scorsa settimana non abbiamo pubblicato i nostri canonici tre racconti. Ebbene sì, non solo c’era tutto un lavoro di restauro a cui sottoporre Ramses II per farlo riprendere dalla traumatica esperienza che è stato organizzare e portare a termine Scenicchia una Sega #2, ma stavamo pure organizzando l’esperimento del secolo: da oggi alle 9:00 (ora locale), Luca Marinelli e Simone Bachechi si sono scambiati di corpo e abiteranno uno le spoglie mortali dell’altro per tutta la settimana. Se incontrate Luca, trattatelo bene perché non state parlando con the Dog, ma con il buonissimo Simone (ve ne accorgerete dal tono di voce e dal timbro che a quanto pare resta invariato come unico indizio dell’identità; chissà se è così anche per la grafia e lo stile di scrittura wink wink).

Oggi leggiamo Algoritmo della Transizione di Alessio Bacchieri Cortesi, di cui non sappiamo praticamente nulla, se non che ha partecipato con Algoritmo della Transizione alla prima serata di Scenicchia una Sega #2 (qua tutti i racconti finalisti). Definizione un po’ circolare, ma ci accontenteremo. È un ottimo racconto.

L’illustrazione è di Francesca Caruso.

– una prima evidenza: la mutazione –

A quel punto non potevamo più mentire a noi stessi, la scomparsa degli arti inferiori, la loro trasformazione, le strisce di bava che luccicavano sul pavimento di casa, la bombatura della spina dorsale che non era una semplice gobba come inizialmente diagnosticato ma il normale processo di secrezione ghiandolare per la formazione del guscio. Come ti senti pa’? Non saprei… sento le cose vicine così lontane… anche sulla faccia si stavano ormai innestando le caratteristiche di un altro ordine biologico, il viso era ancora vagamente umano con una sparuta barba e residui di cute ma dalle orbite oculari spuntavano due appendici retrattili con altrettanti puntini alle estremità: erano i suoi occhi. E la mamma? La mamma che faceva? La vedevamo consumarsi nel tentativo di ripulire la schiuma rilasciata dal molle corpo paterno, sapevamo che, di notte, lei accarezzava con le dita la spirale della conchiglia, ogni cerchio un anno (quando si erano conosciuti, da bambini, nel quartiere che non li aveva mai visti andare via, i giochi, i primi sguardi, le promesse [tutte mantenute], la lealtà e il rispetto, noi due, il loro amorevole risultato, i capelli bianchi, la serenità), ogni carezza una lacrima asciugata dalla manica della camicia da notte a fiorellini. Non sto tanto bene… lo ripeteva spesso attraverso quella linea viscida che un tempo era una bocca dentata, e allora lo portavamo spediti all’ospedale e ogni volta avevamo paura che saremmo tornati senza di lui, esami e flebo, bisogna idratarlo un po’!, non ha niente di così grave, certo ci sono dei problemi, soprattutto a livello vascolare, ma il quadro non è dei peggiori, e allora ritornavamo a casa aspettando un vano miglioramento, sperando di sentire una mattina i suoi passi lungo il corridoio. Ma: no.

– papà non ce l’ha fatta –

Il messaggio di mia sorella, Whatsapp, lo sfondo hipster, la vertigine che risucchia: il tragitto lavoro-casa genitoriale non fu compiuto da me ma dalla mia proiezione umbratile, ero un essere invertebrato, nero e invertebrato che si avvicinava alla propria Mecca del lutto. Quelle scale di marmo striato avevano le impronte in ordine crescente delle mie suole. L’immaginazione mi aveva più volte spinto a pensare come sarebbe stato, quale odore, oltre che quale dolore, avrebbe permeato la stanza, dove e quando, poi, sarebbe successo. La realtà me lo insegnò in fretta: nessun olezzo o profumo, men che meno disperazione, solo contegno e arrendevolezza, una figura nell’angolo singhiozzava esattamente come cinquantasei anni prima camminando a braccetto del nonno lungo la navata centrale della chiesa, affianco a lei, ora, il mio medesimo sangue fluito in un corpo femminile, sostegno reciproco, adesso è il momento di piangere. No! Non ancora: scostai leggermente il lenzuolo che pudicamente lo nascondeva, non sembrava dormisse, a dirla tutta non sembrava nemmeno lui, il cortisone lo aveva sformato rendendo la sua pelle di lattice, morbida ma non elastica, mentalmente ritornai a un vecchio filmino in super 8 di noi due che giocavamo su quel letto, avevo quattro o cinque anni, lui quaranta di più, in quel momento il rimorso che mi assalì, stupido ed egoista, fu che non avendo avuto figli non ci sarebbe stato di conseguenza un video di me nelle vesti di padre, certo è che un nipotino avrei voluto darglielo perché si sa, i bambini ti fanno ringiovanire e poi il barattolo di caramelle, quello delle monetine da dispensare, le foto ai compleanni e: e

– il vuoto –

alzando la testa, Cristo crocefisso svettava nell’abside, eravamo al funerale, ora sì che era quasi il momento di piangere. Dall’altare il prete-locusta osservava i fedeli accorsi, gli occhi erano un alveare di piccole sfere nelle quali si rifletteva dieci, cento, mille volte la bara, dieci, cento, mille volte papà. In alto i cuori! Disse attraverso le piccole fauci, e immaginai che da tutti i presenti nella chiesa sbucasse una propaggine di carne palpitante all’altezza del torace, come le antenne occhiute delle lumache. Quando dall’organo iniziò a fuoriuscire una musica solenne vi fu una specie di vibrazione empatica che investì ognuno di noi, e allora sì: i pianti cominciarono a scrosciare, a fluire, si creò un rivolo che divenne fiume, gli addetti delle pompe funebri, feretro in spalla, si facevano largo con l’acqua fino alla vita, ma era inutile, l’esondazione divenne implacabile, la cassa galleggiò sospinta dalla corrente verso l’aria aperta e la vedemmo cavalcare le onde lacrimali fino all’orizzonte, nell’incendio incandescente del tramonto. Cenere alla cenere: ecc.

– una seconda evidenza: la disgregazione –

L’assenza fisica, più che quella affettiva, era ciò che la mamma accusava maggiormente, la sedia riposta sotto il tavolo, il piatto nella rastrelliera, il letto antartico, la voce della tv a scadente surrogato della sua voce di caffè. Come ti senti ma’? Non saprei… sento che le cose se ne vanno via. Ma in realtà era lei che aveva iniziato ad andarsene: ce ne accorgemmo un pomeriggio mentre era in piedi di fronte alla cucina a gas, nonostante fosse impegnata a rigirare il ragù nella pentola potevamo vedere la placida fiamma azzurra del fuoco al di là del suo corpo, una settimana dopo dell’epidermide non c’era già più niente e gli intrecci del sistema nervoso, insieme a quello circolatorio, riempivano la sagoma di questa donnina, avremmo voluto abbracciarla forte ma avevamo paura che si sarebbe sbriciolata sui nostri petti, e infatti: – ma io non so proprio che cosa rimane di noi una volta che ce ne siamo andati, forse sì, c’è questa cosa del ricordo, della commemorazione, ma chi si ricorderà di me una volta che non ci sarete più nemmeno voi? Qualcun altro verrà ad abitare in questa casa e tutti gli anni passati svaniranno come un filo di fumo nell’aria – e infatti: una domenica non la trovammo più, non era lì e nemmeno lì, ma sono qui! Sul muro della cucina, sulle piastrelle giallognole anni ’70, un alone sfarfallava al ritmo di un’altra frequenza, non più la nostra, era l’ologramma già dall’altra parte, era: mamma.

– un altro vuoto –

Chiamai un conoscente che si occupava di traslochi, nel giro di qualche ora arrivò con una squadra di slavi dalla testa quadrata a cui non fregava nulla del mobile che mi causò il primo bernoccolo o dell’enciclopedia medica su cui aveva studiato mia sorella, questi uomini incuranti di tutto asportavano dal corpo-casa pezzetti di una memoria che si faceva amara, li accatastavano in un furgoncino per rivenderli in qualche mercatino delle pulci o per buttarli direttamente in una discarica. Forse aveva ragione mamma: non rimane nulla, solo uno spazio a cui è stata sottratta una lunga vita fatta di quadretti e soprammobili (la zia aveva portato quell’elefantino dalla Thailandia; i magneti che regalavo sempre a ritorno dai miei viaggi; il ritratto a matita fatto da quell’amico di papà; le nostre lauree appese in corridoio; la felce immortale sotto la finestra; la cassapanca stracolma di sciarpe mai utilizzate), davvero nulla: le nostre voci avevano già un’altra eco e una volta che chiusero la porta ci avvolse un silenzio antico, prenatale, l’abitazione sgombra: un grembo materno. Guardai mia sorella e fu come guardarmi, eravamo seduti sugli ultimi due sgabelli rimasti quando si alzò una leggera brezza sconosciuta, che bello, che pace, abbassammo le palpebre per vedere meglio, di nuovo all’origine, nel tepore, o: forse.

– ti ricordi? –

Il vento misterioso assembrò la polvere degli angoli per raggrumarla in due bisce di grigia bambagia che strisciarono fino ai nostri piedi e poi su per le gambe, il busto, il collo, fin dentro le narici dove si intrufolarono dirette verso la grossa noce spugnosa situata nella scatola cranica, così le dissi che stava diventando trasparente e lei rispose che ormai assomigliavo ad un mollusco e io notai che comunque era sempre molto bella e le ricordai quando ci demmo il primo bacio sotto le scale del panificio e che poi lei non mi salutò per un mese intero e allora una sera mi arrampicai sulla sua finestra e per poco suo padre non mi beccò, oppure quando partimmo per il nostro viaggio di nozze al mare e dormimmo in un albergo che ci sembrava di lusso perché la colazione era servita in camera, o della sua pancia che divenne tonda e sporgente ed il mio orecchio appoggiato sull’ombelico per provare a sentire la voce di quei due esserini che galleggiavano nel liquido amniotico, e del rincasare la sera sapendo che tutti e tre mi aspettavano con la tavola apparecchiata e io che avevo sempre un regalino in tasca, o del dormire avvertendo il suo respiro in una domenica mattina d’inverno mentre fuori diluviava, o del ricevere dai nostri figli una telefonata dall’estero rassicurandoli che in fondo, qui, non era cambiato niente e che li aspettavamo a braccia aperte, ed anche una meravigliosa alba, poco prima di andarmene per sempre, osservata dal finestrino di un’automobile diretta all’ospedale.

Le domandai: ti ricordi? Ti ricordi tutto questo?

E lei: sì fratello, padre, amore mio.

Qua tutti i racconti finalisti di SUS#2

Alessio Bacchieri Cortesi

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