Spiriti

Pazzesco. Sbattuti fuori dal coworking di Pesaro. Incredibile.

Dopo il successo di Scenicchia una Sega #2 allo Sparwasser, e una domenica notte passata con la curva nord della Lazio a vedere la conclusione di Game of Thrones (i ragazzi rimpiangono ancora Stannis Baratheon quindi non avevano molto da festeggiare in ogni caso), ieri mattina siamo rientrati nella ridente Pesaro solo per scoprire tutta la nostra apparecchiatura di redazione accatastata sul marciapiede. Poco dopo, la notizia: l’ambiente del coworking diventerà un enorme Eataly. Un altro sogno che finisce.

Ma ecco suonare il telefono in bachelite del Commissario (ma non era stacc…), all’altro capo un uomo che imita da dio Fabio Fazio (ci rifiutiamo di credere che…) ci invita a partecipare a un nuovo progetto. La NUOVA Scuola Holden, dice, il volto proletario della Academy. Noi pensiamo sia solo uno spregevole tentativo di piddinizzare anche gli ultimi rimasugli di sinistra, ma siccome ci pagano bene (con i contribut…), abbiamo detto ok, proviamo.

Ed ecco che cominciamo oggi questa nuova avventura con Federica Sabelli e il suo racconto Spiriti. Federica ha accettato dopo anni di tornare ad associare il suo nome al nostro, ha rotto il salvadanaio di Tuffi e non ha esitato a versare la retta della NUOVA Scuola Holden (accettiamo anche buoni past…) per vedere pubblicato qui il suo racconto. Comunque, uè Federica sei un’amica, ha detto il Commissario, ti pubblico aggratis. Tutto è bene quel che finisce bene. 

Pink Lodge, fornisce un memiello to set the mood

«Era la vita, in cui non aveva più parte, ma che risplendeva al di fuori di lui.»
(Lawrence, L’uomo che era morto)

Parole mormorate a metà tra il rumore dei piatti e dell’acqua. Ricostruisco i gesti, i piccoli e brevi e pazienti gesti cerimoniali, i movimenti di mia madre e mia zia in cucina. La radio accesa sul davanzale della finestra mentre preparano il dolce per il giorno dei morti. Chiacchiere inutili per riempire lo spazio già esiguo. La pasta la stendi tu? A me viene sempre male. La radio un po’ accompagnata un po’ lasciata da sola, canzoni ricacciate in bocca perché i riti richiedono concentrazione. Ma la musica va bene, c’è bisogno di essere strappati, di essere rapiti dalle cucine piccole e assolate, di non essere inghiottiti dal silenzio che è degli spiriti. L’acqua che intanto bolle e il mestolo che passa di mano in mano, dalla mano di mia zia a quella di mia madre. Bisogna finire in tempo per l’arrivo di mio fratello.
Io in salotto, seduto sulla poltrona di fronte alla finestra. I miei occhi si prendono tutta la stanza. Da quanto tempo non venivo qui, da un anno ormai. Sul muro c’è la pendola. La pendola che a sette anni non riuscivo a raggiungere con la mano e a otto invece sì. La pendola che misura meglio di qualsiasi altra cosa la vita effettiva, con una mano che tocca e che prima non toccava. E il sole che sembra lo stesso di sempre, solo più antico. E le mie rughe illuminate mentre chiudo un po’ gli occhi in quell’istante di attesa, di raggrumo di tutti i ricordi, di preparazione, di censimento. L’odore dello zucchero nell’acqua, dei chiodi di garofano. Il gioco dolce dei pensieri inutili che non portano a nulla, dei pensieri destinati all’oblio, ma nei quali si ritrovano certi momenti di malinconia, compassioni che pensavi dimenticate, colpe segrete, intime. Mia madre parla di mio fratello che tra poco sarà qui. Prego che non si metta a parlare anche di me, che non mi raggiunga in salotto, spero che tutto rimanga fermo, quieto e perfetto, insignificante. Restarmene a guardare le persone in strada che tornano a casa per cena dopo la messa del pomeriggio, guardare quel vecchio appoggiato al muro che mangia un mandarino, sperare di non essere visto. Godermi il mondo senza farne parte. Ogni cosa nella sua distanza incomprensibile ma non dolorosa. Guardare e non volere niente.
Mia madre sgrida mia zia perché assaggia tutto e troppo, perché si versa ancora da bere. Si agita perché pensa che non riusciranno a finire in tempo per l’arrivo di mio fratello. La cantilena familiare dei suoi lamenti mi risveglia. Lo sa che riuscirà a fare tutto, che mio fratello arriva sempre in ritardo. E quando sarà qui riempirà ulteriormente la cucina ma in quella ristrettezza saranno felici. Alzerà il volume della radio e si accenderà una sigaretta e mia madre rimprovererà anche lui, gli dirà di fumare fuori, e ognuno rispetterà i suoi ruoli, quei ruoli originari che non facciamo che rispettare ogni giorno da quando siamo insieme. Entrerà in salotto e guarderà tutta la stanza, accoglierà tutta la stanza come ho fatto io prima di lui, e fumerà davanti alla finestra, coprendo la luce.
Ma per il momento sono da solo e mi godo l’ultima luce del giorno, calda nonostante sia di nuovo novembre. Il modo in cui la luce fa sua la stanza, ogni cosa nella stanza. I libri che nessuno legge più da quando me ne sono andato. Libri che mi hanno consolato o rattristato, quando ero più giovane, perché ero solo davanti a loro, a quella moltitudine che divorava il mio tempo e mi metteva davanti il tempo nella sua crudeltà. Quanto poco tempo per fare ogni cosa. Siamo nel tempo, immersi nel tempo. La carne e le anime, le ossa e le città. Le albe e i tramonti che si scambiano di posto nel mondo. Mi alzo, prendo un libro. «Di’, perché le tue ossa consacrate, composte e seppellite nella morte, hanno rotto la cera del sudario; perché il sepolcro dove in santa quiete t’abbiam visto giacere, ha spalancato le sue possenti marmoree mascelle…»
A mia madre o a mia zia cade qualcosa, un bicchiere o un piatto, sento un gemito di fatica mentre mia madre o mia zia si piega a raccoglierlo. Avverto un breve e vigliacco conforto nel non sapere di chi sia quel gemito, di non sapere se a essere così pesante sia la vecchiaia di mia madre o di mia zia, un sollievo che il dolore rimanga un rumore attutito dal corridoio e dalle pareti.
Poso il libro. Su una mensola ci sono le foto della nostra famiglia incorniciate. Io e mio fratello. Mia madre e mia zia da ragazze. Su quella mensola siamo tutti eternamente giovani. Le conosco e ritorno alla finestra senza guardarle. So che c’è stato un passato ma non ha più la stessa gravità, lo stesso peso che aveva quando era le mie circostanze. Il vecchio se n’è andato lasciando le bucce di mandarino sul marciapiede. Nessuno, passando adesso e vedendo le bucce, potrebbe sapere che è stato un vecchio a mangiare quel mandarino, un vecchio che fino a poco fa era qui dove adesso sono loro. Io sono l’unico depositario dei suoi gesti, l’unico che può ricostruire la storia delle bucce di mandarino. Sorrido e le rughe si allargano e distendono sulla mia faccia: c’è qualcuno a cui interessa? Ma nel luogo dove vivo adesso le azioni non hanno effetti, le tendenze sono senza esiti, le mire senza fini. Le mani che aprono un libro, le mani che gettano le bucce di mandarino, sono sospese, prigioniere dell’aprire un libro o del gettare le bucce all’infinito.
Questo mi ricorda una cosa. Cerco in un cassetto e trovo sotto a dei fogli delle gauloises blu che mia madre fuma ogni tanto. Ho scoperto il suo nascondiglio quando avevo sedici anni. Non lo dissi a mio fratello, me lo tenni per me. So che mia madre se n’era accorta, non ero troppo furbo e ne rubavo sempre più di una, ma non ha mai spostato le sigarette. È stata la prima volta che ho provato la complicità tra due persone, la possibilità di tagliare così facilmente fuori il mondo anche se il mondo è vicino come può esserlo un fratello, soprattutto se è così vicino.
Mi accendo una sigaretta. La pendola suona e ricominciano i piagnistei di mia madre, sul ritardo di mio fratello, su mia zia che finirà i biscotti, sul forno che non è abbastanza caldo o è troppo caldo. Sento i suoi passi fuori dalla cucina, nel bagno, il rumore dell’acqua, le mani che si tolgono la farina da sotto le unghie, lo strofinio, i colpi di tosse, di nuovo i passi. E mentre il buio della sera comincia a mescolarsi con la luce mi volto. Per un attimo vedo le sue gambe, il suo contorno scuro che attraversa il corridoio per riscomparire di nuovo in cucina. Ha ancora addosso gli abiti della messa, del cimitero.
Qualcuno spegne la radio. Così difficile distinguere chi. Mia zia dice a mia madre di andarsi a cambiare, ci pensa lei a finire. Guardo fuori il buio riempire l’avanzo vuoto di cielo tra gli alberi che tra poco fisserà mio fratello. È un peccato perdermi il momento in cui arriverà, il momento dolce e nervoso in cui le voci si mischiano, quella di mia zia di mia madre di mio fratello, si scavalcano, sentire l’eccitazione e i sorrisi e l’affanno dietro le loro parole. Guardo le bucce di mandarino lasciate dal vecchio e penso che in fondo siamo simili, io e le bucce e perfino quello spazio quasi nero. Cose immobili e slegate dal resto, custodi gli uni per gli altri. E mentre penso questo la sento. La voce impersonale, una voce impensabile e sconosciuta che riconvoca, che richiama. La giornata è finita e il buio eternizza e copre e sigilla ogni cosa e spinge gli uomini verso casa.
Allora un filo di fumo mi esce dalla bocca, ma non è il fumo di questa sigaretta, è un fumo antico, vecchio di anni, dell’ultimo tiro di sigaretta fatto. E mi viene da ridere per la semplicità con cui un uomo può ripensare alla sua vita, contenere tutta la sua vita, senza tralasciare niente. Spengo la sigaretta e mi incammino.

Federica Sabelli

 

One thought on “Spiriti

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