Dedizione totale

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Marco Cabras – Happy Goat year

Jacopo Marocco torna su Verde con Dedizione totale -una storia d’amore.
Quando sentiamo il nome di J. M. non possiamo non pagare un obolo alla nostalgia e rievocare le tante avventure vissute insieme. Jacopo fece quel meme su Umberto Ortolani (ora rimosso) tre anni fa, ricordate? Facemmo un crowdfunding per le spese legali e ce la cavammo grazie a voi. Inavvertitamente, Jacopo, con grande candore e ingenuità (dannata ingenuità, quante ce ne hai fatte passare!), fece uno scoop della madosca, infatti, non si sa come, scovò negli anfratti del web una foto del misterioso Richelieu. Ortolani, per molti il grande vecchio della politica italiana, ci diffidò formalmente dall’utilizzo della sua immagine e ci impose di cancellare il meme. (Nik Lagioia scrisse una lettera per esporre le nostre ragioni ma non fece che complicare le cose, NO FUOCO AMICO, Nik maiunagioia). Grazie all’intercessione di Flavio Carboni evitammo un’antipatica causa civile e trovammo un accordo: la pubblicazione dei racconti del malware, il coboldo, Jimbo Gullit, suo nipote prediletto e della nobile marchesa Malchiodi Albedi Mazzanti Viendalmare. Ancora oggi stiamo pagando le conseguenze di quell’indicibile trattativa (ma l’hai appena detta, non è indicibile! Vabbè, è un modo di dire, come per dire occulta, misteriosa. Ma ne parlate sempre voi di Chiare Lettere e del FQ, occulta de che? …. EH. …. Comunque apprezzo il vostro liberalismo, pubblicate gli articoli di Furio Colombo, alla fine siete democratici. Ma guarda, lo dobbiamo a Padellaro, questa Unità che ci portiamo dentro… Tipo uno scambio? EH. Indicibile? No, no, se dice, se dice. OK). Ma basta rivangare il passato! Queste autocelebrazioni nostalgiche non ci piacciono, perdonate la nostra aneddotica, ma come amava dire il caro Pietro Canali con il suo elegante accento milanese: se hai aneddoti non hai storia; se hai ricordi, hai solo cronaca.

IMPORTANTE: Stasera ci trovate allo Sparwasser per la seconda serata di Scenicchia una sega #2.
Illustrazione senza aggettivi di quel grande talentaccio di Marco Cabras.

Cercando di ignorare la puzza che viene dal mio piede destro, non faccio che accarezzare e dire frasi dolci a Sofia.
Cose del tipo: Sei bellissima, Tesoro della mia vita, Amore mio grandissimo.
Ma anche: Sei la cosa più bella che mi sia mai capitata, Non ci lasceremo mai.
E mi fa strano pensare che neanche tanto tempo fa queste cose le dicevo a Paola. Però è così, a ogni nuova storia, in fondo, non facciamo che ripetere sempre lo stesso copione che abbiamo imparato. Facciamo qualche variazione magari, questo è ovvio, ma generalmente recitiamo sempre la stessa parte, ripetendo le stesse mosse e anche le stesse battute. E sì, so anche che, a un occhio esterno, le cose che dico a Sofia possono sembrare un elenco di banalità che si dicono da innamorati, ma l’amore sembra sempre una cosa banale quando lo si guarda da fuori. Una cosa ridicola e stupida. Folle. D’altronde si guarda agli amanti con la stessa pena – o invidia – con cui si guarda un drogato. Da qualche parte ho letto che, sia con l’innamoramento che con le sostanze stupefacenti, viene attivato lo stesso neurotrasmettitore: la dopamina. Forse è per questo che dall’esterno può sembrare ridicolo, stupido e folle ciò che sto dicendo ora a Sofia. Non lo so, non voglio star qui, ora, a giudicarmi e farmi giudicare. Quel che voglio è solo vivere questo momento e concentrarmi su Sofia cercando di non ripetere gli sbagli commessi con Paola, perché il rischio è anche questo quando ci si discosta dal solito copione.

A volte penso a cosa sarebbe successo se a Paola avessi detto di no quella volta, provo a immaginare come sarebbe il mio mondo adesso se mi fossi imposto con lei dicendole qualcosa come: No cara mia, questa volta non l’avrai vinta. Poi scrollo via tutti questi pensieri come un cane fa con l’acqua appena dopo un bagno. Impossibile, mi dico, troppa paura di farla arrabbiare, di perderla. Di fronte alla sua (ennesima) richiesta, quella volta, così come tutte le altre, risposi: Ma certo!

Paola si presentò un giorno a casa nostra con in mano un trasportino e questa gatta dal pelo lungo e rossastro acciambellata all’interno. Nonostante le oscillazioni del contenitore, l’animale se ne stava là dentro calmo, apparentemente addormentato.
«Apparteneva a una cugina di terzo grado di mia madre», disse Paola.
Mi spiegò che questa sua parente era morta di infarto e la gatta che viveva con lei era rimasta orfana. La donna abitava da sola in un casale sperduto nella campagna umbra e, a parte la famiglia di Paola, non aveva altri al mondo. Ma i suoi genitori non ne avevano voluto sapere dell’animale, così la bestiola era rimasta da sola.
Guardando con aria affranta dentro la gabbietta, Paola disse: «Non la vuole nessuno, poverina».
Mi raccontò anche che un’associazione animalista, venuta a conoscenza della vicenda, aveva lanciato un appello su Facebook per far adottare l’animale: migliaia di condivisioni, like, cuoricini e di utenti taggati, ma senza successo.
«Sai meglio di me come sono i social», aggiunse Paola, «ognuno pensa che basti mettere un mi piace o condividere un appello, per sentirsi a posto con la coscienza».
In realtà, la vera storia di quella gatta la sapevano tutti. Paola compresa. Io no, io non potevo saperla allora. Ero uscito da poco dalla clinica dove ero andato per curarmi da una grave dipendenza da internet, e ancora non mi era permesso usare la rete. Avrei potuto farlo, ovviamente, in qualche maniera avrei potuto accedere al web e informarmi, ma la terapia stava funzionando e non mi andava di infrangere i divieti dei medici. In rete, quasi sicuramente mi sarei imbattuto su quanto era successo in quel casale e avrei avuto così più elementi per rispondere a Paola quando mi chiese:
«Ti sta bene se la teniamo noi la gatta?»
Ma non sarebbe comunque cambiato nulla se avessi saputo la verità su quel felino. Le avrei comunque detto di sì. Ho sempre pensato che l’essere accondiscendente con Paola, così come con il resto del mondo, fosse una garanzia per essere sempre accettato e mai abbandonato. Quindi, non solo le dissi che sì, certo che mi stava bene tenere la gatta, ma neanche venti minuti dopo ero già alla cassa di un negozio per animali a controllare e ricontrollare lo scontrino, cercando di capire come avessi potuto spendere tutti quei soldi per quattro croccantini e due giochini
Con Paola trovammo un angolo di casa nostra che, da quel momento in poi, sarebbe stato l’angolo di Sofia – il nome, neanche a dirlo, lo decise lei come omaggio alla sua regista preferita, Sofia Coppola, e io, ovviamente, dissi che era un nome perfetto – e ci piazzammo tutto quello che un gatto potesse desiderare: ciotole per acqua e cibo, palline, un paio di topolini finti, un tiragraffi a tre piani, una lettiera e un vaso di erba gatta.
Per qualche giorno la gatta rimase rintanata nel trasportino, uscendo solo per fare i bisogni. La cosa che notai subito fu che non sembrava interessata al cibo che le proponevamo. Le crocchette le schifava proprio. Al massimo dava qualche leccatina ai bocconcini di carne in lattina, solo un paio di passate con la lingua, ma nemmeno un morso.
Da piccolo avevo avuto un paio di gatti e ricordavo che, fame o non fame, quando sentivano il rumore dei croccantini che si muovevano nella scatola o il suono della lattina di carne che si apriva, mi venivano subito incontro smaniosi di quel cibo colmo di appetizzanti. Sofia invece era indifferente a tutto ciò.
Fummo costretti a buttare nell’umido vari paté e mousse di carne andata a male. La portammo pure da un veterinario, il quale ci disse che godeva di ottima salute e che, prima o poi, le sarebbe tornato l’appetito. Poi un giorno, tornai a casa da lavoro prima del solito, avevo la febbre e non riuscivo più a stare in ufficio. Entrai in casa e andai diretto verso la camera da letto, passando davanti alla cucina però, con la coda dell’occhio, vidi la gatta infilata per metà nel cestino dell’organico. Mi avvicinai e la vidi mangiare i bocconcini ammuffiti che avevo buttato poco prima di uscire di casa. Mandai un messaggio a Paola, che era a lavoro, dicendo che forse avevo capito cosa piaceva Sofia. Rispose solo con uno smile, quello che sorride con gli zigomi arrossati. Non aggiunse altro.
Presi a lasciare la carne marcia nella ciotola e Sofia ne fu contenta. Mangiava tutto con foga. Ero orgoglioso di aver risolto il problema di inappetenza della gatta, stupito, certo, ma orgoglioso. Paola, invece, evitava l’argomento.
Le cose andarono avanti così per un po’. Sofia divenne meno diffidente. La sera saliva sul divano, sopra le gambe di uno di noi due e restava lì tutto il tempo a fare le fusa. In quei momenti guardavo Paola, cercando nei suoi occhi, soddisfazione e complicità per quei piccoli successi, ma invano. Non ci misi molto ad accorgermi che la sua indifferenza verso la gatta, si era estesa anche al nostro rapporto.

È accaduto circa tre settimane fa. Paola se n’era andata da poco da casa, lasciandomi solo.
Faceva un gran caldo, così, tornato sfinito da lavoro, mi sono spogliato e sdraiato sul letto con indosso solo le mutande. Un paio di minuti dopo Sofia è salita sul letto e si è messa a fare le fusa, senza accomodarsi da nessuna parte e continuando a camminare su e giù, dalla testa ai piedi del materasso. Non sembrava agitata. Mi sono addormentato subito, rilassato dalla sua presenza e da quel suono ipnotico.
Non so quanto tempo dopo, mi sono trovato a urlare, seduto sul letto, per un dolore lancinante proveniente dal mio piede destro. Dall’alluce, più precisamente. Ho visto la gatta saltare giù dal letto e correre via dalla stanza. Ho controllato il dito: la parte esterna a sinistra, quella callosa, non c’era più. Ora c’erano solo gli strati inferiori di pelle, quelli freschi e vivi. Il resto era stato morso via da Sofia. Sentivo dolore perché portando via la pelle morta, si era tirata dietro anche un po’ di quella viva. Mi sono disinfettato e messo un cerotto tutto intorno all’alluce.
Ero preoccupato: Sofia non si era mai dimostrata aggressiva, mai un graffio fino a quel momento. Ho sentito il bisogno di chiamare Paola per metterla al corrente. Il telefono ha squillato a vuoto per un po’, poi qualcuno ha risposto. Era sua madre, sua figlia aveva dimenticato il telefono da lei. Mi ha chiesto solo se doveva lasciarle un messaggio.
«Dille solo che devo aggiornarla su una cosa che ha fatto la gatta».
«Quale gatta?» ha chiesto la madre di Paola.
«Sofia».
«Sofia?»
«Sì, la gatta di sua sua zia, cioè di tua cugina», le ho detto.
«Non ci credo, davvero vi siete messi in casa quella bestiaccia?»
«Credevo lo sapessi».
«No che non lo sapevo, scommetto che Paola l’ha fatto per farmi un dispetto, solo perché le avevo detto che non doveva nemmeno pensarci a prendersi quella gatta maledetta».
«Maledetta?»
«Come altro vuoi chiamarla dopo quello che ha fatto?»
«Perché, che ha fatto?» ho chiesto io.
«Ma scusa, non sai niente?»
No, non sapevo niente, e ci pensò la madre di Paola a mettermi a conoscenza di tutti i particolari. La gatta era stata quasi tre settimane chiusa in casa con la padrona morta. La povera signora raramente riceveva visite quindi, se non fosse stato per il postino insospettito dal cattivo odore, chissà quanto tempo ancora sarebbe rimasta lì. I carabinieri e i vigili del fuoco trovarono la gatta accanto al corpo della donna. L’animale non era affatto sciupato perché, in mancanza d’altro, si nutrì di alcune parti del corpo della sua padrona. Mancavano le labbra, il naso, gli occhi, i lobi delle orecchie e alcune parti delle mani. Non l’aveva mangiata subito, probabilmente aveva aspettato qualche giorno, poi non resistendo più, la gatta aveva iniziato questo nuovo tipo di dieta a base di carne umana in decomposizione.

Tutti i miei sì, non sono bastati a far restare Paola con me, mi ha abbandonato comunque. Da un po’ quindi penso che devo fare di più e meglio con l’unico essere che mi è rimasto accanto. Dedizione totale a Sofia: questa è la chiave, perché non potrei sopravvivere anche al suo abbandono. È per questo che sto gettando le basi per essere l’unico e il solo per lei. Credo di aver trovato il modo per non farla scappare, per farla restare sempre con me.
Mi guardo le dita delle mani e dei piedi, poi tolgo il laccio che da giorni tengo stretto sul mignolo del piede destro. L’odore nauseante e il colore scuro della carne mi fanno pensare di aver fatto un buon lavoro. Lo faccio annusare a Sofia, si lecca i baffi. Ha già capito tutto. Spruzzo sul dito del ghiaccio sintetico, giusto per essere sicuro di sentire meno dolore. Lei guarda tutte le operazioni attentamente, io continuo con l’elenco di frasi da innamorato.
«Chi altro te la farebbe una cosa del genere?» le dico.
Dico: «Lo capisci che sono disposto a tutto per te?»
Con delle forbici trinciapollo mi taglio il mignolo e, tra le lacrime, lo do a Sofia. Lei lo addenta rapida e se lo va a mangiare nel suo angolo.
Forse davvero l’amore è solo questione di neurochimica, quindi chissà quanto devo sembrar ridicolo mentre ripeto alla mia gatta che non deve abbandonarmi mai e poi mai.
Che non deve fare come Paola e tutti gli altri.
Che deve restare con me.
Per sempre.

Jacopo Marocco

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