Il Collezionista

Ebi alla finestrasm

Marco CabrasEbi alla Finestra

Dunque. Venerdì 17 (toccarsi) allo Sparwasser al Pigneto si terrà la seconda finale di Scenicchia una Sega #2 – Praticamente un concorso. Bisogna esserci anche perché, noi ve lo diciamo, al locale c’è pure il tavolo da calcetto, quindi in campana ragazzi.

Oggi leggiamo una vecchia conoscenza, Vincenzo Zonno, con un racconto che è una serie di istantanee d’attesa. Una città deserta e una ragazza che pensa come se fosse morta.

L’illustrazione è del mitico Marco Cabras.

La piazza è deserta. Indolente, il vento sposta l’acqua che si è riversata sulle strade per tutta la notte e gran parte della mattina. Il cielo è ancora irascibile, e nuvole spesse sembrano che vogliano schiacciare gli edifici. Detestano la modernità e qualsiasi opera che l’uomo ha voluto creare senza chiederne il permesso. Sottili raggi dell’ultimo sole si insinuano fra gli squarci in rapida evoluzione, per ristabilire una tregua. Non scaldano, ma restituiscono una bellezza amplificata che ha un effetto rigenerante. Accarezza i pensieri e stimola ricordi nostalgici. Una ragazzina si è tirata su l’orlo dei pantaloni fino a metà dei polpacci. Ha scarpe e calze completamente inzuppate e ad ogni passo i piedi gracidano come se stessero schiacciando minuscole rane che disperate tentano di sfuggire alle torture che le dita dei piedi gli stanno infliggendo. La campana rintocca un paio di volte e la lancetta, sull’orologio in cima al campanile, si sposta di scatto, rimarcando l’ora esatta con il fare ridicolo di un soldato sull’attenti. Sono le quattro del pomeriggio e non c’è più nulla da fare prima che la giornata giunga al termine. La ragazzina si porta sul limite della piazza e siede sul marciapiede, poggiando la schiena a ridosso di una colonna mozzata. Il rudere è il ricordo di una qualche opera antica ormai distrutta e lasciata lì come memoria di un passato interessante. Lei avvicina le ginocchia al petto e vi poggia sopra il viso, poi incrocia le braccia intorno alla testa. Chiude gli occhi, cercando un attimo di pace, infilandosi in luoghi onirici. Alcuni raggi di sole si spostano con una tale rapidità che sembra ci sia l’addetto alle luci di un film a dirigerli. Si fermano sopra le sue braccia, facendosi strada a forza fino a illuminarle parte del viso seminascosto. Lei prova la stessa sensazione di una carezza delicata, appena distinguibile nella fredda umidità del pomeriggio, e alza lo sguardo come se avesse percepito la tua presenza. Sei di molto più vecchio di lei, e la osservavi con un accenno di malinconia. Come se in quell’istante avessi perso gran parte della tua esistenza al solo guardarle il viso che ti appare come un miracolo. Ha un sorriso gradevole stampato sull’esile viso. Triste e trasognato. Ti fissa per alcuni secondi, attendendo il motivo della tua attenzione, poi porta le spalle indietro lasciandosi adagiare sulla colonna, perdendosi nella proiezione placida della piazza. Le siedi accanto imitandola, e prendi a rollare una sigaretta. Un gatto nero sta davanti a una pozzanghera a una cinquantina di metri da voi. Di tanto in tanto sembra interessarsi allo specchio d’acqua, e con movimenti rapidi stuzzica la superficie della pozza, alternando i colpi col le zampe anteriori come se volesse allenarsi a boxare. Produce spruzzi che lo spaventano ogni qualvolta gli arrivano addosso. Sì solleva sulle zampe posteriori e rimane in attesa, teso come una corda, pronto ad attaccare. Come di fronte al nemico giurato. Potrebbe zompare da un momento all’altro, ma poi lentamente si riabbassa, tornando a tormentare il pelo dell’acqua.
Passi la tua sigaretta alla ragazzina. Lei la prende senza voltarsi e da un’aspirata lunga, ma poi non risputa il fumo. Ti chiedi che fine abbia fatto, e sorridi immaginando strani meccanismi di purificazione dell’aria dentro i suoi polmoni. Scuote la sigaretta per far cadere la cenere, poi rimane immobile a farla consumare fra le dita, senza curarsi di restituirtela. Sulle sue caviglie sono evidenti delle minuscole ferite, intervallate da lividi. Non si preoccupa di celarle nonostante sia lampante l’origine di quei segni. Indossa dei jeans molto larghi. Sporchi e consumati, strappati in più punti, e una canottiera nera, scolorita al punto da sembrare grigia. Così larga da lasciare intravedere i seni appena accennati, ma sodi e appuntiti con capezzoli minuscoli. Osserva la piazza di fronte, come se stesse ripercorrendo tutto il ricordo della sua breve vita, ma senza la dovuta intensità, e sorride con gli occhi lucidi. Sembra che stia parlando con qualcuno. Le sue labbra, grandi e all’apparenza morbide, si muovono impercettibilmente. Nonostante siano rovinate da evidenti screpolature, che di certo si procura da sola martoriandole con i denti, conservano quella sensualità propria delle ragazzine nella fase di passaggio all’età adulta. Anche gli occhi sono grandi, grigi e profondi. Persi, distratti da quelle riflessioni continue. Su un corpo minuscolo e denutrito e il viso pallido all’eccesso, profonde occhiaie restituiscono le sembianze di un esserino provato. Ai limiti della sopravvivenza.
Come se ciò per lei non avesse alcuna importanza, si alza di scatto con energia che trae da chissà quale riserva nascosta, e si porta qualche metro più avanti dove alcun segni di gesso sulle pietre della pavimentazione disegnano una sorta griglia. Inizia a giocarci, saltellando nelle caselle e cantilenando una filastrocca che si ode appena sibilare fra le labbra. Ma si sente molto più chiaramente il gracidare delle sue scarpe, e il gatto scatta in un balzo spaventato, sfidando le leggi della fisica. In pochi istanti scompare infilandosi fra le grate di una cantina sottostante una vecchia palazzina. Ti scosti da pensieri fumosi, perdendo rapidamente il filo del discorso che avevi intrapreso con i tuoi fantasmi, e torni a osservarla con la giusta consapevolezza. Ti rolli un’altra sigaretta e riprendi a fumare, e anche stavolta lei ti avvicina, togliendotela dalle dita. Dopo un solo tiro la lascia a consumarsi in mano scordando di averla.
Stanca del gioco, osserva le linee di gesso sul selciato, e accusa un lieve capogiro che la costringe a fermare la testa fra le mani. Torna a sedere, poggiando la nuca contro la colonna con gli occhi chiusi, e attende che la fastidiosa sensazione svanisca.
«Ti piacciono le farfalle?» le chiedi, spostando appena il viso.
«Collezioni farfalle?»
«Qualcosa del genere».
«Quindi mi stai chiedendo se voglio vedere la tua collezione di farfalle?»
«Uhm… direi proprio di sì».
«Caspita, credevo che queste cose succedessero soltanto nei film» ride, non credevi ne sarebbe stata capace, ma poi il suo sguardo ritorna serio come se fosse scattato un qualche dispositivo strano nella sua anima. «Io ho fame, non mangio da… non me lo ricordo. Se mi fai mangiare e dormire ci vengo a vedere la tua collezione di farfalle».
«Qualcosa da mangiare potrei anche averla, di solito compro delle cose che non mangio mai, e che butto dopo mesi. Ampiamente oltre la data di scadenza. Qualcosa potrebbe esserci di ancora utile, non so».
«A me va bene. Non mi faccio troppi problemi quando si tratta di buttare qualcosa nello stomaco».
«Andiamo?»
«Andiamo».
Si alza con un solo movimento deciso e poi ti attende. Tu invece ti sollevi con calma, non funziona nulla nel tuo corpo, ma ormai non ci fai più caso. Ti avvii passandole oltre. Lei ti segue.
Anche nelle vie oltre la piazza regna il silenzio, come se l’intera umanità si fosse estinta nello stesso istante in cui ha smesso di piovere, spazzandone poi i resti e ripulendo la città da ogni carcassa. Alti palazzi si innalzano piegandosi all’interno dei vicoli, fin quasi a toccarsi, impendendo alla luce di farsi strada. Procedi con sicurezza, infilandoti in viuzze sempre più anguste. Costeggiano una caserma seminascosta da un muro alto un paio di metri, che sembra non avere fine. Un cane nero, con il muso ingrigito dall’età, sta accucciato sopra la parete. Ti chiedi come abbia fatto a salire. Appena gli passate accanto si solleva e prende a seguirvi con il passo sicuro, avanzando sulle vostre teste. Si volta, di tanto in tanto, per scambiare qualche sguardo con la ragazza che ricambia con l’espressione amichevole, poi torna a guardare davanti a sé, come se il suo compito sia di controllare che la via rimanga sempre sgombra. La luce del sole svanisce e alcuni lampioni iniziano a frullare dei lampi violetti. Fra non molto la città acquisterà un’unica tonalità ambrata, e ogni cosa apparirà più seducente.
Nel greve silenzio, il motivo che lei inizia a farfugliare sembra l’urlo di un imbonitore che cerca di piazzare la propria mercanzia aggredendo la piazza con la voce poderosa. Risuona sulle pareti delle case e si infila nelle vie laterali, ritornando e sbattendovi contro, dopo aver attraversato vari isolati, alleggerita e sconnessa. Fuori tono. La città è un mastodontico carillon ipnotico. Lei osserva la strada in uno strano gioco di sguardi interessati, come se dialogasse con qualsiasi cosa che incontri: un minuscolo giardino selvaggio, due leoni decadenti che introducono al piazzale antistante un palazzo antico e un balconcino così piccolo da non poter ospitare neanche un uomo in piedi, ma comunque riempito a forza di vasi di terracotta traboccanti erbacce rigogliose.
«Non c’è più nessuno, sono andati via tutti» ti dice, smettendo di cantare e accennando una smorfia contrariata. «Dicevano che non si può vivere più in una città così piccola, non ci sono le possibilità e si rischia di morire per una qualsiasi sciocchezza. A me non importa. Io sono morta tantissime volte. Conosco la morte. Non fa male. È tornare a vivere che mi mette angoscia, ogni volta, ma poi passa».
«Ti piacciono le mozzarelle? Dovrei avere qualche mozzarella in frigo. Secondo me sono ancora buone».
«La cosa più schifosa è quando muori ma sei ancora in vita».
«Al limite si saranno trasformate in formaggio. È così che succede: un giorno sono mozzarelle e il giorno dopo è formaggio. Il latte diventa ricotta oppure qualche altra cosa. In Mongolia fanno fermentare il latte di cavalla per farne una bevanda alcolica».
«Forse è per questo che la mia vita è schifosa. È perché sono morta, restando in vita. mi fai una sigaretta?»
«I latticini hanno l’abilità di trasformarsi ogni volta in qualcos’altro» le rolli una sigaretta e gliela accendi. «La vita si trasforma in qualcos’altro. Può essere schifosa nella tua testa, ma è soltanto perché ci devi fare l’abitudine. Il latte di cavalla fermentato ha un sapore disgustoso se non sei un Mongolo» le passi la sigaretta ma lei non la prende. «Ma prima o poi ci diventi un mongolo, o qualsiasi altra essenza pronta a vivere gli accadimenti, come fossero un’opportunità».
E anche la via si trasforma divenendo qualcosa che conosci, perché fa parte della tua pelle. È la tua casa. Ti accoglie ogni volta allo stesso modo. Come una viuzza minuscola e buia terminante nel nulla rassicurante. C’è una porta. Sembra creata per disorientare. Sembra che non possa portare da nessuna parte, ma li dietro c’è la tua casa. Il mondo che si è formato copiando la tua personalità e divenendo il frutto delle tue continue riflessioni. C’è un ingresso e un po’ di scale. Non hai mai contato gli scalini. Poi un’altra porta e infine tutto il resto della tua personalità materializzata li dentro. Nelle tue cose. Accendi la luce, poca, sufficiente a illuminare una vetrata in alto. Sembra l’interno di una vecchia conceria. Le pareti salgono per diversi metri e terminano direttamente sul firmamento che sembra stampato sui vetri. Tutto riflette l’infinito. Da lì le stelle brillano come se qualcuno avesse ripulito il cielo. D’improvviso migliaia di minuscoli scintillii fanno pensare a un paradiso saturo di anime che affollano ogni recesso. Ce l’hai davvero una collezione di farfalle. Sono vive e riempiono interamente la stanza. Volano riflettendo bagliori violetti. Lei le guarda, e per la prima volta si accorge che c’è della bellezza nella vita, e qualcuno è disposto a donarla senza chiedere nulla in cambio. Lei sta amando il suo momento come se avesse davvero un’esistenza da rispettare. Non può parlare e piange come non ha mai fatto.
«Forse ho delle mozzarelle, sarebbe una fortuna» le dici senza voltare lo sguardo dal soffitto cangiante. «Ma comunque, qualcosa da darti da mangiare la trovo».

Vincenzo Zonno

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