NOVO! PAZZESCO! ROMANO! #7: La sparizione di Alessio Mosca

Pierluca D’Antuono faraone del NOVO! PAZZESCO! ROMANO! e Ramses di Verde ci racconta la vera storia di Alessio Mosca, Er Fly, il dr Gonzo di Verde, già miglior “giovane” raccontista della lit-web e gran visir del concorso SuS #2.
Illustrazione memicchio della 
Loggia Rosa.

Un uomo non visto né sentito strisciava lungo le vetrine di Assaggi, un uomo, 45 anni circa, che chiunque, allora, guardandolo, avrebbe ritenuto finito, dall’aspetto incontrollato e con una sapida scaltrezza nel dissimulare l’orrore ideologico che lo divorava dal centro dell’ipofisi alla squamatura del piede sinistro; quell’uomo era Alessio Mosca e quella notte venne a svegliarci per sussurrarci, in un sogno dentro al sogno alla rovescia, che sarebbe stato triste accorgersi di avere tanto sbagliato.

Di lui non sapevamo nulla, se non che un tempo si era trovato incistato nella nobile e decaduta torre de La Nuova Rapsodia, una rivista di poesia ariana che non avremmo mai letto e che con una frequenza allarmante ci riscoprivamo a sperare inesistente, un sogno nel sogno di Alessio che da quel preciso momento sparì, mai visto né sentito, e che con ogni probabilità non avremmo mai più visto né sentito.

Ci sbagliavamo.

In un condominio infestato lungo il chilometro quattro di Via Latina, un gatto cieco divora i vicini di casa trasformati in cimice dall’incubo di un bisavolo venezuelano mesmerizzato un secolo prima. Il caso è impossibile e congelerà negli archivi finché il dottore deciderà che non esiste alcun gatto,la maledizione è il pegno di una famiglia nera impazzita: Adolfo Ingrà e Celestina Wiener, dio è con loro e il suo potere non ha fine, confesseranno dopo tre giorni di sguardi ribaltati dai silenzi del commissario. Per ogni volta che gli chiederanno perché lo hanno fatto e cosa vuol dire La purificazione degli uomini senza onore, il titolo della memoria difensiva della coppia, Mosca rimpiangerà di avere smesso di fumare.

Scoprimmo il dottore nell’inverno del 2015. Ricevemmo un racconto privato finanche della più banale dignità dell’inestetica. Fu forse il trionfo di un titolo inutile a rassegnarci alla più massiccia esperienza di riscrittura collettiva che ciascuno di noi avrebbe mai più sperimentato. Pubblicammo il testo in estate, a firma della redazione; Alessio ne fu riconoscente: continuava a ripetere che aveva raggiunto il punto più alto della sua incapienza – fu un abbaglio: era in realtà la linea più bassa della sua incipienza; il tono scarnificato delle sue comunicazioni e la ricognizione delle sue parole ci persuasero che:

1) l’uomo non poteva avere vissuto meno di due vite;
2) non avremmo mai avuto accesso alle sue sembianze abnormi;
3) andava fiero delle sue spaventose idee politiche, che pure nel ’29 lo avrebbero condannato al muro.

È notte. L’uomo apre gli occhi. Si leva dal letto. Sveglia le donne. Le costringe a trovare rifugio sul balcone. Si assicura che non possano rientrare nell’appartamento. Si rinchiude nel bagno. Le ore passano. È l’alba. Le donne si liberano. L’uomo è sgozzato nella vasca, apparentemente suicida –nell’avverbio è la chiave della vicenda e il dottore lo capisce subito. Piove per tutta la notte, non una goccia d’acqua sui vestiti della moglie e delle due figlie. Caso chiuso.

Di notte, rientrando a casa lungo il ponte di via del Mandrione, Mosca immaginava di aver fondato La Nuova Rapsodia nel 1977, insieme a Andrea Frau e a Luca Carelli, e di averla chiusa un anno più tardi, dopo l’eccidio del Caffè Notte a Firenze; erano sogni che non avrebbe mai potuto fare, e che se avesse fatto non avrebbe mai confessato di ricordare soltanto per provare l’eccitazione di vivere il massacro e avere accesso a una seconda vita opacizzata dall’infamia e dalla colpa. Durante quei lunghi passaggi che sembravano infiniti, sotto la luce gialla dei lampioni che intesseva il suo cranio glabro, il commissario si chiedeva come fosse possibile scomparire completamente dalla realtà, senza pietà per le ancelle della memoria e per chi si faceva del ricordo carnefice di secondo grado. Le sue ossa rollavano rumorosamente, le interiora sgusciavano, qualcosa perdeva peso e quantità sotto la pelle del dottore, che nel punto più oscuro della via riprendeva fiato mancando il riflesso del suo volto sfregiato.

Annio scomparve senza indizi né testimoni sotto gli sguardi dei genitori. La mamma è convinta che sia stato rapito: si è allontanato scalzo per recuperare la palla al di là del cancello aperto e non è più tornato. Il fratello della donna ha chiamato subito i soccorsi; al telefono saluta e ringrazia ma non chiede aiuto e non fa cenno del sacco nero trovato nel cassonetto davanti al giardino di casa. Lo consegna sigillato all’arrivo del dottore. Dentro ci sono le mani mozzate di Annio. In casa c’è troppo vino e forse alcuni video sospetti negli hard disk del padre. A Mosca non piace quello che vede e fa arrestare i fratelli. Annio aveva scoperto che la madre aveva una relazione con lo zio, lo hanno ammazzato in cantina e nascosto in un congelatore. E le mani, gli chiedono gli avvocati. Soltanto un tentativo di depistare le indagini. E allora il corpo dov’è, insistono quelli. Non ho bisogno di un cadavere per mandare dentro gli assassini di un bambino, risponde il commissario. Una settimana dopo i due ritirano la confessione: sono stati torturati dalla polizia, hanno gli occhi neri e le facce un miscuglio di carne rossa e viola. Le foto diffuse sono impressionanti, ma a ogni richiesta di spiegazione Mosca risponderà: c’è un colpevole dentro ogni famiglia. Caso chiuso. Il commissario è orrendo. In una settimana è ingrassato di sei chili.

Continuavamo a incontrarlo a ogni evento che ci vedeva coinvolti. La sua presenza spettrale condizionava i nostri sospetti e costringeva a domandarci se si trovasse lì senza divisa ma in orario di lavoro. Ci fissava dal fondo delle sale vuote che contenevano inutilmente le nostre letture, lungo gli incroci dei viali che ci dividevano nei nostri congedi negati, attraverso il lunotto macchiato della sua Punto bianca. Se avesse potuto parlare ci avrebbe confessato quanto scrivere fosse diventato per lui uno sforzo assurdo e incondivisibile. Questo paese sta morendo, si ripeteva tagliando la Casilina in due parti asimmetriche, nulla sarà più come prima se non riporteremo ordine e misura nelle vite degli altri.

La notte in cui sparì Alena e le sue mani furono deposte su un altare estemporaneo di Largo Preneste, Mosca cambiò forma senza fare rumore. Steso nel letto, il corpo intorpidito dal sonno ma presente a se stesso, sentiva la pelle fondersi al materasso e strapparsi dal centro del petto; le viscere risalivano il corpo distorto come se in alcuni punti mancasse qualcosa e in altri ci fosse qualcosa di troppo. Gli arti si ritirarono e la coscienza del dottore, risucchiata in un vortice che seguiva le scie del sangue nero addensato lungo le fughe apparse sul torace accartocciato, s’amplificava in uno spazio nuovo che lo circondava infinito: non era più nel suo letto, ma in un campo oscuro che non apparteneva al tempo in cui la trasformazione aveva avuto inizio.

Mosca era diventato un serpente. Poteva scivolare lentamente, sentendo ognuna delle sue scaglie aderire alla terra, o farsi lampo e scattare nel vento come una furia; è così che doveva sentirsi, pensò allora inebriato da un senso inedito di libertà, chi riesce a sfuggire al grande gioco della vigilanza a cui presto il fianco come guardia strisciante; ma era un pensiero ingenuo, che non poteva tenere conto di ciò che gli stava per accadere.

Lungo i margini dell’Anagnina, dove i resti immobili del Novecento si alternano senza criterio né bellezza, Mosca si infilò nella prima automobile che trovò aperta.
Ai piedi delle gemelle Rivera, unite e divise come una mappa del vuoto, il commissario rimpianse le sue mani, ma durò il tempo di risalire quella pelle calda senza incontrare resistenza; i movimenti si fecero impercettibili e le vibrazioni che attraversavano il corpo freddo del dottore gli inarcarono le squame e ingrossarono la coda; all’altezza dell’inguine tirò fuori la lingua e si lasciò guidare da una mano, che calata sul suo capo lo spinse dentro di loro, fino a scavarne le budella.
Fu in quel momento che il nostro contatto con Mosca cessò.

Pierluca D’Antuono

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