Morte apparente

Buongiorno, anche a Pasquetta Verde non ferma le sue rotatorie. Il nostro stakanovismo è leggendario, la nostra dedizione è totale, cari lettori e care lettrici. Ci troviamo nella località segreta di ** ******* , mare cristallino, sabbia dorata, ottimi cocktail e fibra ottica. Vi ringraziamo ancora per il sostegno e le continue donazioni paypal (trovate il bottone in alto a destra). Avevamo proprio bisogno di una vacanza, grazie amici mecenati! Fare rivista costa e grazie alla vostra generosità possiamo farla alla grande senza infingimenti e con la schiena dritta. Tra un mese è il compleanno di Helena Janeczek, vorremmo farle un bel regalo, per cui vi chiediamo di intensificare le vostre donazioni (e il piccolo Alan ha bisogno dell’apparecchio). Ma bando ai crowdfunding, oggi è con noi per la prima volta Federica Patera. F. Patera è nata a Bergamo nel 1982. Da qualche anno vive a Torino e lavora nell’editoria. Ha curato due progetti contigui: una serie di racconti composti soltanto di citazioni dal titolo Diorami, ospitata da TerraNullius, e RAR, che gioca con la critica e la teoria letteraria sulla Balena Bianca. La loro fusione ha introdotto un lato artistico, con la creazione di mappe e installazioni. Altri racconti (di citazioni e non) sono apparsi su Cadillac, Colla e Rivista Letteraria. Dopo il caso Luttazzi i suoi racconti colmi di citazioni hanno faticato a trovar spazio. Ma noi, vecchi filibustieri delle interpolazioni non abbiamo avuto alcun dubbio a pubblicare un suo racconto senza scatenare la nostra squadra di detective (do you remember?).
Illustrazione di 
Sofia Mori.
P.S. Manca poco al termine ultimo per l’invio dei vostri racconticchi, andiamo! Qui tutte le informazioni su Scenicchia una Sega #2, praticamente un concorso letterario (dove si sente l’🆎norme).

Il rubinetto al fondo della stanza tornò a gocciolare. Penelope avrebbe voluto alzarsi per poterlo aprire del tutto e chinarsi a bere. Bloccata nel letto, riusciva soltanto a sentire il rumore dell’acqua battere sulla cassa armonica del lavandino, mentre la sua testa sostava su due guanciali sovrapposti, con il collo divaricato a ventaglio, e gli occhi e il mento che tiravano dritti verso la terra ferma: il soffitto distale di fronte a lei nella stanza al rovescio.
I cuscini erano stati posizionati così dall’infermiera, quando era entrata a controllarla; sistemata in quel modo Penelope riusciva a respirare ma non a parlare, sebbene già non parlasse più alla velocità usuale, deludendo il ritmo mentale delle frasi che incalzavano in successione e automatiche, distratta dall’incertezza che la sua memoria non fosse allenata a trattenere quanto voleva dire, come un mangianastri difettoso.
In bocca, la lingua, spinta sul palato a mo’ di indice, stuzzicava quanto scopriva e la disgustava; la pelle corrosa che identica le sue mani avevano toccato tra le natiche lungo la linea che imbuca all’ano; un impasto epidermico bruciato dalla lesione tissutale. Nelle narici sentiva depositarsi insistente odore di brace, come fuliggine impalpabile e immaginaria; odore di fuoco, di caldo, di sole, di carne alla brace e di pic-nic all’aria aperta, anche se lei non stava all’aria aperta. La finestra della stanza era serrata, bloccata con un gancio di sicurezza per l’interno e per l’esterno. L’aria avrebbe alimentato il deterioramento; granelli di sabbia infinitesimale in continuo urto contro il suo fisico dilavato. C’era già la sua faccia a rendere giustizia al resto del suo aspetto cachettico; era sufficiente ed esaustiva, così che soltanto gli sguardi incivili si azzardavano a oltrepassare il limite del collo.
Del suo corpo inutilizzabile, Penelope aveva sognato di allineare i nomi degli organi, dei muscoli, delle arterie e delle ghiandole sul medesimo certificato di morte su cui sarebbe comparsa la scritta unanime Scarto, Non è restato nulla, Da bruciare come ossa in un picnic estivo. Penelope, sul letto di morte, era un dipinto a olio.
Candidata ottimale per un trapianto, il suo organismo non si era fidato del fegato di un’altra persona, di cosa ci fosse passato attraverso molto prima che avesse il sospetto della sua esistenza, di come fosse stato usato, di come si presentava e, soprattutto, della speranza che richiedeva. Non se ne fece nulla, fu rigettato e lei era arrivata alla fine. Di fronte al referto medico, scientifico, comprovato, e non più statistico, del suo imminente decesso, scusò il rifiuto del suo corpo, una concessione che, per timore della coscienza, aveva atteso ad accordare.
Adesso era tutta concentrata sul soffitto, inalterato in ogni suo centimetro: i suoi occhi vedevano i tubi al neon che tratteggiavano il confine superiore delle pareti come suture sul bordo della stanza; un piano sgombro, nessun ostacolo o particolare che sottraesse dalla visione d’insieme. Vi sparse, senza eccessiva attenzione per la forma reale o originaria, i suoi organi; li dispose con i loro nomi, come nel sogno, riportati su etichette lunghe quanto le lettere che li componevano. Si vedeva gattonare a capofitto, estrarre il proprio cervello, magicamente, senza incisioni; le corde vocali con un gesto secco quanto il taglio di una forbice, capelli bagnati di saliva; la lingua, sbatacchiante simile a un pesce ancora all’amo; un mucchietto sputato di biglie stomatologiche, denti superflui; afferrò i polmoni a piene mani, cercando di non sbilanciare la propria figura con il loro carico e di non perdere aderenza al piano senza gravità su cui mimava un insetto a scelta, mentre giaceva ribaltata leggera sul materasso al di sotto. Tolse esofago, reni, utero, pancreas, il fegato complesso, gli occhi, sfilò le vene e le ossa da ardere, piedi, gambe, braccia, finché rimase solo il cuore, che lasciò alla fine per averne il suono in sottofondo.
Lassù, nel deserto snaturato sopra di lei, buio, senza cavi affrancati, scanalature, rilievi, disegnato solo dalle ombre della finestra ribaltata e chiusa, con tutto ciò che le era scivolato attraverso, Penelope si vedeva nel suo ultimo giorno, senza più ultima settimana, ultimo lunedì, ultimo pranzo. Le tredici, le dodici, le dieci, le nove del mattino erano diventate l’ora, l’ora di per sé, il centro senza nord, est, sud, ovest.
Privata di sensi, dei cinque canonici, del tatto, della vista, dell’olfatto, del gusto e dell’udito, e del sesto umano del pensiero, rimase solo con il cuore, non più persona, non più animale, non di certo vegetale, fino a risalire alla pietra.
Quando l’infermiera rientrò, senza guardare Penelope, iniziò subito a parlare coprendo il battito in sottofondo, come una luce pulsante che imitava sul soffitto il muoversi delle nuvole nel cielo. Ci volle una pausa tra i suoi soliti convenevoli affinché sentisse il rubinetto nell’angolo della stanza gocciolare, e vedesse le gocce cadere. Si lamentò avvicinandosi al lavandino e strinse entrambe le manopole, per la seconda volta oggi, ma il rumore era ancora presente. Lo disse ad alta voce, come se stesse chiedendo un’opinione a Penelope. Da dove arriva? Te lo chiedo anche se so che non parli quasi più, tu respiri. Le venne da sorridere. Si appoggiò con la guancia al vetro della finestra, dando la schiena al letto, e puntò gli occhi sullo scarico del condizionatore. Pensò all’uomo della manutenzione, che avrebbe cercato una volta uscita dalla camera; il suo volto barbuto le si illuminò rapido nella testa. Tornata in sé, elencò ad alta voce ciò che avrebbe controllato sulla cartella, sfogliandola a testa china, con lo sguardo lontano; avrebbe potuto uscire a fuoco in una fotografia talmente scandiva i movimenti. Si frugò nella divisa per prendere lo stetoscopio, tenne gli occhi sulle tasche e poi sulle mani e infine sullo strumento, canticchiando per l’importanza del buon umore. Quando all’ultimo si accostò a Penelope, si accorse che non c’era respiro. Di riflesso le sollevò la camicia ospedaliera per guardarle il busto immobile. Auscultò il cuore, batteva. Un brivido la scosse, somigliò a un serpente. Si liberò dello strumento, sistemandoselo dietro il collo come una sciarpa in inverno. Sentì, o si ricordò, la goccia, era così simile al battito; la goccia e il battito. Si voltò verso il lavandino: non c’erano gocce, solo il rumore del condizionatore e del cuore nelle orecchie. Chiuse gli occhi un istante per tornare civile, i due suoni si fusero e vide, rapido quanto il volto prima, un corso d’acqua tra le rocce. Un solo istante e andò a chiamare aiuto, stringendo i pugni sullo stetoscopio, senza mai più pensare al rumore dell’acqua.

Federica Patera

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