L’inizio del racconto

Ben svegliati giannizzeri della lit web! Noi siamo ancora un po’ doloranti (grazie a Christian R. e a tutta la Flakelf) ma felici di tornare a far rivista. Ehi, mancano undici giorni! I racconti per Scenicchia una sega #2 sono pronti? Non sarà solo un concorso letterario, sarà un evento incredibile, altro non vi aggiungiamo. Sappiate solo che dopo SuS 2 Verde non sarà più la stessa; la lit web stessa non sarà più la stessa. La parola stessa non sarà più la…vabbè, avete capito.

Oggi con noi Elena R. Marino, (The Author Formerly Known As Elena Marino), con un racconto che ci ha lasciato letteralmente senza parole (e sapete quanto per noi, amanti degli incisi pannelliani, sia cosa rara). Siamo sempre contenti e onorati di pubblicare i racconti di E. Marino, ma stavolta ci mancano davvero gli aggettivi. Per definirlo non bastano i pazzeschi, gli 🆎normi, gli SQUECK! e gli Squerez di tutto questo folle, folle mondo. L’illustrazione è di Sofia Mori.
Lunga vita ai Los Salvajes de Jorge Eladio Bolaño!

Il libro della Genesi, libro autorevole perché stratificato e inafferrabile, inizia tronco, o meglio, con un’aferesi concettuale. Manca infatti, al testo che ci è giunto, tutto ciò che, per buona logica, dovrebbe precedere le prime parole che attualmente leggiamo. La Genesi inizia, per così dire, in medias res, che per un libro che voglia parlare dell’inizio è cosa quantomeno contraddittoria. Il problema maggiore è che in esso si vuole raccontare l’origine del Tutto, ma dissimulando il fatto che si principia a cose già iniziate. Lo si vuol far passare per l’inizio, insomma, inducendo chi legge a dimenticare la questione vera di un inizio: qualunque cosa ci fosse dall’inizio, bisognerebbe rivelarne l’origine, il perché, e il come si ponesse proprio questa tal cosa, e non un’altra, all’esordio. Insomma, nelle prime righe della Genesi si parla di Dio, sorvolando sulla sua origine, sul perché del suo esserci, su cosa sia, di preciso, un Dio, oltre, certo, a essere qualcuno che fa cose e costruisce un mondo all’interno del quale noi stiamo, e rimaniamo senza possibilità di accedere a nessuna esterna dimensione. Mi seguiva come alternativa possibile quel frammento di Anassimandro, che però implicava all’inizio un ordine (da dove derivante? uno stato della materia?), e la distruzione di quell’ordine in nome della vita: “Principio degli esseri è l’infinito… Da dove infatti gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”. Le due visioni mi parevano inconciliabili.
Quando iniziai la mia ricerca della parte iniziale perduta della Genesi, valutai persino la possibilità di trasferirmi in Palestina. Avrei sospeso i miei altri studi e chiesto un anno sabbatico al mio Dipartimento; avrei affittato casa e sistemato i miei affari e ogni legame. Ben presto però mi ero reso conto che nulla, in quella terra, dopo quasi quattromila anni dalla creazione orale del testo biblico, potevo trovare con maggiore probabilità che in qualunque altro punto del pianeta. Sono forse i luoghi i custodi del tempo? È forse il tempo un parassita che s’incista per sempre nei tessuti zonali del grande organismo che è la Terra? No. Il Tempo nasce e muore, diventando altro. L’archeologia essendo nulla più che un grande parco dei divertimenti per coloro che, millenni dopo, inciampano in un osso o in un monile, i quali osso o monile non possono trattenere della propria originaria essenza neppure una minuscola particella che non sia adulterata, ma piuttosto: spolverati, ricostruiti, catalogati, studiati e infine esposti non saranno ormai diventati niente altro che ciò che, appunto, sono diventati, cioè oggetti d’esposizione, di fronte ai quali potrà scaccolarsi un giovane studente pensieroso, o sulla cui bacheca in vetro potranno specchiarsi, in coppia, due esemplari umani freschi di matrimonio, ancora allacciati per le spalle e per la vita, sorridendo a sé stessi e al loro idiosincratico effimero futuro. Ogni cosa infatti si smagnetizza facilmente della propria unicità e finisce per assomigliare a ogni altra, in una costante replica di essenze e forme via via rispecchiate in altre, e in altre modificate o da altre simulate. E in ogni caso, se l’avessi trovata come papiro o incisione in Palestina – la parte mancante dell’esordio della Genesi –, o in Iran o in Iraq, in Cisgiordania o in Libano, sarebbe risultata così legata a quel determinato territorio che era, ed è diventato, la Palestina, oppure l’Iran o l’Iraq o la Cisgiordania o il Libano, così legata – dicevo –, che di certo il ritrovamento non avrebbe più potuto costituire una fonte attendibile: come infatti sarebbe possibile trovare materialmente una scrittura che riveli l’origine di tutto? Un manoscritto o un’incisione non essendo altro che l’orecchiare d’una melodia iniziale perduta, o non più eseguibile dall’originario autore; un orecchiare particolare, contingente, limitato dal contesto e, purtroppo, adulterato in modo irrecuperabile dalla specifica mano umana che lo ha bloccato nel tempo, in un tempo specifico, in un luogo specifico: quello, e quello soltanto, mai universale.
Invece che in Palestina mi trasferii, dunque, in Sicilia, nei pressi del fiume Ciane: un luogo, a mio vedere, meno tendenzioso in quanto assolutamente casuale. Lì meditavo di portare avanti la mia personale ricerca dell’inizio, ovverosia dell’origine, o meglio ancora: dell’originale.
Presi alloggio presso un agriturismo costituito da un edificio dall’aspetto di torre, di due sole stanze. Sbiancato dal sole e concluso da una terrazza sulla quale sventolavano lenzuola bianche, magliette e pantaloncini colorati di bimbo, e sul cui muro esterno s’imprimevano, ondeggiando appena, le sagome sottili delle canne di bambù e di alcuni palmizi piantati nella striscia di terra intorno, delimitata da rocce bucherellate, licheniche, simili a vaste aree di un antico cranio mezzo dissepolto, l’agriturismo pareva un dente infisso ai margini della riserva del fiume Ciane, il quale s’infoltiva lussureggiante di papiri per lunghi tratti prima d’impaludarsi e d’insalinizzarsi poco distante da lì, nel tratto finale, dove sfociava nel Porto Grande. La mia stanza risultava ammobiliata con un armadio, un letto e un comodino. Lugubre e scuro l’armadio, di antica fattura, emanava all’apertura un tanfo di canfora e di sudore stantio, nonché di vecchiaia indelebile; il letto, cigolante a ogni minimo movimento, era fatto del medesimo legname dell’armadio e del comodino ma, impregnato di sonni di precedenti epoche, emanava forse l’odore d’urina secolare trasmutato in un aroma pungente di passato; armadio, letto e comodino mostravano numerosi minuscoli fori nella polpa legnosa e, durante la notte, un costante insondabile ticchettio, dovuto evidentemente al tarlo nominato “orologio della morte”, si diffondeva nella stretta stanza nella quale mi pareva, anche al buio, di vedere ondeggiare le sagome sottili e appuntite dei palmizi, e i ciuffi primordiali dei papiri, in assoluto silenzio se non fosse stato per quel sottile battere del tempo che sbricia, trasforma la materia in rosume e sfarfalla verso nuove forme.
Come speravo dunque, in quel luogo, di trovare la parte iniziale, perduta oppure occultata, del libro della Genesi? Attendevo, come un pescatore, provvedendo a inusuali esche, a brevi mosse casuali ma intente.
Giocava un bambino, in quel gramo agriturismo, figlio della proprietaria, che con essa abitava nell’unica altra stanza dell’edificio. Nel cortile giocava, con un minuscolo trattore in plastica stinta, a pedali. Talvolta lo sentivo suonare con l’armonica un noto motivo di jazz, semplificato, zoppicante, riconoscibile a stento, ma pur sempre orecchiabile. Mi incuriosiva questo bambino così solitario, dedito a escogitare giochi solitari, che si animavano di urla improvvise dal folto dei papiri, là dove non doveva ire, diceva la madre, che correva a recuperarlo abbandonando la conversazione con me. E quando il bambino tornava scortato come un piccolo fuggitivo, con brevi spinte nella schiena che gli facevano allungare d’un tratto il passo e lo facevano scartare a destra o a sinistra, finché la mano materna non lo riacciuffava, io me lo guardavo, e trovavo in lui tutte le somiglianze del caso con la foto in bianco e nero, quasi seppiata, d’un giovane dal sorriso sbruffone e tra le mani, davanti al petto, una tromba scintillante; foto appesa alla parete della stanza della donna, la quale talvolta m’aveva invitato a entrare, e offerto un pasto. Chi ci abitava qui, prima di voi, chiedevo. Abbiamo sempre abitato qua, rispondeva la donna. E nella mia stanza? Molte, molte persone, diceva, e non voleva raccontare di più. E un uomo non c’è? La donna faceva un movimento rapido della testa, indecifrabile. Il bambino mi indicava la foto del giovane, e sussurrava Quello. Il mio papà. Come si chiama, chiedevo io. Il bambino mi portava un libro a farmi vedere, un libro sulla cui copertina c’era scritto The Best Fake Book Ever; lo sfogliavo: erano tutti spartiti, ammorbiditi, sfrondati, di pezzi famosi. Come si chiama il tuo papà, tornavo a chiedere piano. Il bambino andava a prendere l’armonica, si metteva forsennato a soffiare e a risucchiare le note, muovendosi a scatti intorno al tavolo di legno massiccio, tarlato pure quello. Bravo, gli dicevo. Sua madre sparecchiava e l’ospitalità finiva, me ne tornavo nella mia stanza. L’orologio della morte iniziava non appena mi distendevo nel letto, per tutta la notte. L’odore della stanza mi penetrava.
Trovai casualmente quanto andavo cercando, durante una passeggiata. Mi ero avventurato nei pressi del Ciane, là dove si accompagna alle acque dell’Anapo. Ero assorto nella contemplazione del paesaggio, quando udii guaiti strazianti e vidi il bambino uscire dai canneti: inseguiva un cucciolo di cane e lo colpiva con sassi. Cambiai subitamente il mio itinerario, mi diressi proprio là, con l’intento di fermare il bambino e chiedergli cosa stesse accadendo; ma non arrivai in tempo. Un’ulteriore gragnola di sassi aveva terminato il cucciolo. Lo toccai con la scarpa, mi chinai a smuoverne, con due dita, il calore ancora imperniato nella carne. Alzai lo sguardo sul bambino. Perché? dissi smarrito. Il bambino, scuro, non voleva parlare; io mi sollevai e lo presi e lo scossi per le spalle: Perché? urlavo. Allora lui mi raccontò la sua storia, In principio, diceva, questo cane lo amavo, me lo portarono giorni fa dicendo che me lo mandava mio padre; e io l’ho tenuto nascosto, perché mia madre non lo sapesse; ma oggi vidi che ce n’era un altro uguale, lo aveva un altro bambino, al di là del fiume, dall’altra parte. Allora lo odiai: non ero il solo io, non era l’unico cane che mio padre aveva regalato, io non ero l’unico bambino. Era un cane falso.
Lasciai la presa sul bambino, abbandonai il cadavere del cucciolo, mi allontanai in preda a un forte malessere. Guardavo i papiri muoversi mollemente, quasi impercettibilmente. O forse tutto in realtà, adesso, era immobile, proiettato sul muro di quella mia squallida stanza, in attesa che io mi svegliassi. Ma ero pur giunto a uno snodo. Né soggetto, né verbo, né complemento; e, soprattutto, non un avverbio. Niente di tutto questo poteva raccontare l’inizio dell’inizio. Non essendo, quella parte mancante, se non l’assenza del racconto, ed essendo ogni racconto, in sé, unicamente la giustificazione di un assassinio.

Elena R. Marino

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2 thoughts on “L’inizio del racconto

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