Tutti. Tranne me

Da una settimana circa riceviamo telefonate nel cuore della notte. Chiunque sia dall’altra parte, imita la voce di un famoso esponente della scena letteraria romana – uno che definiremmo senza dubbio amico, se vi prendeste la briga di chiedercelo – e si vanta della quantità di racconti ricevuti per il suo concorsone just one night. Siete invitati, dice, a leccarmi le palle. Noi, as always, basiti.

Problema: nello spazio coworking di Pesaro – dove abbiamo la nuova redazione polifunzionale – i trilli del telefono in bachelite del Commissario riecheggiano peggio delle goccette d’acqua nelle grotte di Frasassi, e disturbano tutti quelli che nell’edificio ci dormono. Non solo quei due scappati di casa di Frau e Quaranta, ma anche per esempio l’Unione Italiana Degustatori di Acqua Benedetta che dopo una lunga giornata di lavoro, vorrebbero il meritato riposo.

Altro esempio? C’è questo gruppo di boy scout tutti abbastanza edgy e fissati coi tatuaggi, amici di Marinelli, che si è installato da un paio di settimane giù nell’atrio. Er Felici sostiene che siano militanti di Casa Pound ma Luca assicura di no. Sono il comitato di lettura di Crack Rivista, dice. Vatti a fidare delle apparenze. Comunque niente, ci è toccato staccare il telefono. 

Come dite? Ah, siete qua per un racconto. Ebbene oggi vi presentiamo Giulia Romoli: Nata a Pisa nel 1978, vive adesso in un piccolo paese della campagna toscana.
Ha frequentato due corsi di scrittura creativa a Pisa e ha pubblicato racconti con Storiebrevi e Lillibook. Ha collaborato con la rivista Inkroci, scrivendo recensioni e racconti. Altri suoi racconti sono apparsi sulla rivista A4 di Stefano Amato, sull’Inquieto, su Yawp, su Tuffi e, recentemente, su Reader For Blind.

Con Tutti. Tranne me è per la prima volta su Verde e ha fatto innamorare Quaranta. Succede almeno una volta al mese.

L’illustrazione è di Sofia Mori.

Dormo insieme a mio nipote Teo. Ha la pelle liscia e mi lascia il suo odore nel letto. Sa di mela e di erba bagnata, e quando mi infilo sotto le lenzuola, lo respiro profondamente due volte, il naso infilato nell’incavo del suo braccio. Le sue manine mi cercano e si attorcigliano alle mie spalle, al mio torace.
Dal comodino prendo il libro e non vado oltre la terza pagina. Spengo la luce e chiudo gli occhi, li stringo con forza, cercando di spremere il sonno, ma subito torno a pensare a Stefano, alla sua voce tesa e fredda, come la pioggia di oggi. Nel pomeriggio mi ha chiamato. Ho guidato verso il parcheggio e i tergicristalli scacciavano l’acqua dal vetro. Il cielo era un grosso blocco di cemento pronto a venire giù. Non facevo attenzione alla strada e ho acceso una sigaretta dietro l’altra, scuotendo fuori dal finestrino, mentre l’acqua mi bagnava il polso e appiccicava la cenere allo sportello. Sono arrivata per prima e ho lasciato il motore acceso, continuando a tenere d’occhio la strada. Poi i suoi fari hanno illuminato il cruscotto per un attimo e, correndo, è sceso dalla sua auto per salire sulla mia.
«Non ho tempo», ha detto. «A lei ho inventato che andavo a comprare il pane».
Ho cercato il tabacco per rollare un’altra sigaretta. Ho leccato la cartina.
«Non riesco a capire il tuo cazzo di problema», ha iniziato.
Ho acceso e aspirato.
«Nemmeno io».
«Sara, non possiamo continuare. È evidente che non sono capace di renderti felice».
Io non trovavo le parole, mi sono schiarita la voce più volte. Pensavo a com’è presuntuoso credere di rendere felice un’altra persona.
«Va bene», ho risposto alla fine.
Non sembrava nemmeno la mia voce, solo un tuono lontano, il risultato di un lampo.
Non ha aggiunto altro. Non c’è altro da aggiungere quando ti accorgi che sei incapace di gestire una situazione: la abbandoni e basta. Abbiamo fumato insieme, l’aria nell’abitacolo è diventata spessa. Avrei voluto dirgli che non si può lasciare qualcuno pronunciando due parole stanche, ma poi mi sono detta che in realtà andava bene così, che comunque noi due non siamo mai stati davvero insieme. Io ero solo una delle ombre della sua caverna: l’altra donna.
Ho buttato la sigaretta fuori, sull’asfalto bagnato. Non stava più piovendo e il buio aveva cominciato a mettere gli artigli dentro l’abitacolo. Un ultimo lampo ha diviso in due il suo finestrino, senza rumore. Stefano se ne è andato senza guardarmi. Il parcheggio, il nostro posto segreto, brillava delle deboli luci delle case lontane. Sembrava che il cielo avesse rovesciato a terra le stelle. Ma quando sono rimasta sola, mi è sembrato un cimitero.

Teo si gira e mugola per un po’, muovendo avanti e indietro i piedini. Chissà cosa sogna. Mi alzo dal letto e accendo la luce in cucina. Il neon trema per qualche secondo. Mi piacerebbe saper piangere, sfogarmi un po’, ma non ne sono capace. Dal ripiano prendo il vino che ho aperto per cena. Sgocciolo la bottiglia nel bicchiere e mastico il liquido lentamente, girandolo in bocca per farlo durare. Giro un po’ per casa. Con le bollette scadute costruisco aeroplanini che non decolleranno mai.
Mi fisso sul volto di mia madre che vedo incorniciato sopra al mobile del soggiorno. E su quello di mio padre, accanto a lei, che le mette, delicato, la mano sulla spalla. Penso al loro matrimonio, a quanto davvero si vogliano bene, e se è possibile amarsi per così tanto tempo. Le loro vite, così piene di dolori, di difficoltà. E loro due che sorridono, in quella foto. Mi avvicino, guardo mia madre con scrupolo, mentre il vino mi sfarfalla nella gola. Avrei voglia di chiamarla e chiederle come fa ancora a sorridere. E poi mi farei cullare come faceva quando ero bambina, quando mi stringeva al suo petto che profumava di sapone e di quella colonia che riponeva con cura sopra la cassettiera. Come se tutta la mia vita fino a ora fosse stata solo un brutto sogno.
A volte penso che il problema siano le persone che mi circondano, non io. Sono loro quelle strane. Tutti che comprano casa, la arredano, si sposano, fanno figli. Tutti che hanno un lavoro stabile, che nel tempo libero vanno al cinema e in palestra. Tutti che si ritrovano con gli amici, vanno a cena al ristorante e per gli anniversari comprano lingerie di pizzo per festeggiare. Tutti che esibiscono serenità, soddisfazione. Tutti che sembrano completamente vivi. Tutti. Tranne me.
Apro un’altra bottiglia. Bevo continuando a fissare la sedia davanti a me, studiandone le tonalità, notando i difetti di impagliatura e i graffi del tempo. Più vado avanti a bere, più sento la testa svuotarsi, come un lavello a cui hai tolto il tappo. Le immagini della mia vita scendono nello scarico e finiscono nelle fogne. Non vedo più niente.
Sono quasi le undici e mezzo quando mi infilo le scarpe ed esco.

Il locale in cui entro è fumoso, polveroso, umido di emozioni passate chissà quante volte. Mi conoscono tutti qui. Ci sono venuta spesso con Stefano. Era un posto in cui nessuno badava a noi. Ci venivamo quando sua moglie andava a letto e lui diceva di uscire per giocare a biliardo. Mi chiedo perché lei non abbia mai controllato.
Mi avvicino al bancone, mi aggrappo con le unghie al legno. Ci sono dei ragazzi sul palco.
«Hanno iniziato a suonare da poco», mi dice la barista mentre spilla e schiuma una birra.
Alzo la testa e do un’occhiata al gruppo. La ragazza che canta ha un vestito anni venti, corto e nero, le spalle magre nude, una collana di finte perle avvolta più volte intorno alla gola e una piuma fissata tra i capelli corti; i ragazzi sono invece vestiti con camicie a quadri e stivaloni texani; quello a destra, con la chitarra in mano, ha un grosso cappello da cow boy. Sul palco c’è anche un altro ragazzo, barba e capelli lunghi, stessa camicia a quadri, occhiali spessi. Ha in mano una piccola armonica. Inizia a soffiarci dentro, tenendola nascosta tra le mani. Ogni tanto ondeggia avanti e indietro, si culla sugli stivali. Il suono esce tra le fessure delle sue dita.
Barcollo fino a un tavolino, cerco di riempire il vuoto nella mia testa con la musica e con l’alcool, ma quello che riesco a vedere è solo la piccola armonica, luccicante, tenuta alle labbra come una promessa d’amore. Aspetto che i ragazzi facciano la pausa. Ordino altre birre. Mi siedo sotto al palco, le gambe incrociate, un sorriso innalzato a barriera per ogni cosa. Aspetto e bevo. Aspetto e fumo. Quando la ragazza con il vestito nero annuncia il break, mi alzo, fingo di cadere, mi allungo sul palco e prendo l’armonica. Un uomo alto e pelato mi tocca una spalla. Io a malapena riesco a metterlo a fuoco.
«Credo sia meglio che la accompagni fuori», mi dice. Mi alza per un braccio. Io continuo a sorridere. Mi muovo come se nuotassi nella melma. Ma non ho paura. Ogni gesto diventa una missione.
Dell’armonica non fa una parola. La sento premere attraverso il cuoio della borsa. Alla porta lo ringrazio, lo avverto senza necessità che sono arrivata a piedi e non mi metterò alla guida, mi scuso per il disturbo. Mi fissa con le braccia incrociate fino a che non giro l’angolo.

Dopo pochi metri sono costretta a fermarmi. Mi accosto al muro del vicolo. È freddo e umido. Guardo l’orologio, ma non riesco a capire che ore sono. Cerco di fermare gli occhi senza riuscirci: i numeri mi si impigliano al cervello, ruotano, si nascondono. Sento uno strano dolore in fondo alla gola, come se qualcuno me la stringesse. Deglutisco a malapena. Vorrei chiamare Stefano e dirgli tutto: dell’armonica, del muro freddo e del dolore in fondo alla gola. Come ho fatto altre volte: la volta che sono caduta dalle scale di casa, dopo che avevo preso i sonniferi; la volta che ho messo a terra con un pugno la ragazza al pub perché mi aveva versato la birra addosso. «Non questa», farfuglio. E poi: «Mai più».
Mi specchio in una pozzanghera ai miei piedi: sono un cumulo di macerie. Poi ci cado dentro spargendo i miei capelli sul pelo dell’acqua.

Quando mi sveglio ho molta sete. Sono stesa sul marciapiede. C’è silenzio tutto intorno, nemmeno il rumore di una macchina. Mi sento come se fossi l’ultimo fiato di vita nella notte. Deve essere molto tardi. L’orologio segna le una, lo guardo a lungo per convincermene. Quando mi alzo, sento il mio vestito umido. Tocco la stoffa. La guardo. È la mia camicia da notte. Non riesco a ricordare perché sono uscita con una camicia da notte.
Decido di tornare a casa. Quando arrivo in cima al vicolo, però, la sete è diventata insopportabile. Allora aumento il passo. Sento forte il rumore dei miei tacchi nell’orecchio. Ed è come se mi camminassi sul cervello. Una luce intermittente segnala la mia prossima tappa.

Quello in cui entro è un circolo. C’è solo un uomo sui sessanta, dentro. Ha un grembiule lurido legato alla vita e tiene lo sguardo fisso sullo schermo muto di fronte a lui. Siede a uno dei tavolini tondi, dove le incrostazioni di altri clienti giacciono abbandonate. Vorrei bere dell’acqua, ma mi sento ordinare un’altra birra. La butto giù a grandi sorsi, come fossi una bambina che sta prendendo lo sciroppo per la tosse.
«Non dovrebbe andare in giro a quest’ora», mi dice a un certo punto. Il suono improvviso della sua voce mi spaventa. Si rivolge a me come se fosse stupito di trovarmi lì, con una birra in mano, dentro il suo locale.
«Stavo tornando a casa, ma avevo sete», rispondo. Tiro fuori una banconota, la appoggio sul banco e faccio per andare via.
«I ladri. Ci sono ladri ovunque. Almeno una volta alla settimana tentano di rubarmi gli incassi. Deve stare attenta ai ladri, di notte. Si arrampicano sui muri, quelli. Li ho visti con questi occhi».
Fa una pausa, mostrandomeli con l’indice. Due cavità prive di luce.
«Se ne vada a casa», continua «e si chiuda bene dentro. Metta il chiavistello».
Esco velocemente senza aspettare il resto. L’uomo continua a urlarmi dietro.
«Si ricordi il chiavistello! Metta sempre il chiavistello!»
Poi la sua voce si perde tra le maglie della notte.

Non trovo nessuno mentre torno a casa. Di nuovo mi assale l’idea di essere l’ultima persona viva, come se la notte avesse divorato ogni cosa. Le strade che attraverso sono irreali. Mi guardo dietro le spalle ogni secondo, penso ai ladri. Penso a come facciano ad arrampicarsi sui muri. Forse usano le grondaie o si penzolano dalle ringhiere dei balconi. Poi penso al muro della palazzina dove abito, un muro giallo, triste. Ma niente balconi. La mia finestra, quella che dà sulla camera da letto. Cerco di ricordare se ci sono le grondaie vicino alla mia finestra. Giro l’angolo e la vedo: la palazzina dai muri gialli, la mia finestra. E le grondaie proprio lì vicino. Penso a come queste grondaie aiutino i ladri che sono capaci di arrampicarsi. Mi chiedo cosa potrebbero rubare in casa mia: la televisione? Il mio portatile?
Cerco le chiavi nella borsa e trovo l’armonica. Mi scappa una piccola risata: sono io stessa una ladra. Cosa dovrei temere, quindi?
Mi lascio scivolare lungo la porta. Mi sento molto stanca. Vorrei solo andare a letto. A letto e dormire. Subito. Nella mia stanza.
Sul mio letto.
Il mio letto.
Teo.

All’inizio non riesco a crederci. Ripeto il suo nome mille volte, lo sussurro come se pregassi. Sputo le lettere attraverso le labbra.
E invece ci credo: la realtà mi colpisce con il suo bastone crudele: ho lasciato mio nipote da solo in casa.
Sono uscita e l’ho lasciato solo. Non riesco nemmeno a ricordare se ho chiuso la porta uscendo. Milioni di pensieri arrivano come avvoltoi. La porta. I ladri. Sono costretta a scacciarli per concentrarmi sulle chiavi. La borsa. Le chiavi. Non trovo le chiavi. Le mani che tremano.
Poi sento il metallo. Le tiro fuori. Mi cadono più volte di mano. Le infilo. Entro.
Tutto è buio, come quando sono uscita. Nessun rumore. Mi avvicino piano alla camera da letto. Le tempie mi pulsano. Trattengo il respiro fino a che mi fanno male i polmoni.
Teo si gira piano emettendo un versetto. Non riesco a vedere se tiene gli occhi aperti o chiusi. Aspetto. Dopo pochi minuti sento il suo respiro di sonno.
Mi siedo sul divano. Mi accascio. Torna il dolore in fondo alla gola e capisco che cosa sta succedendo nel momento stesso in cui succede. Lascio che le lacrime escano, che mi bagnino le guance, la camicia da notte. Mi abbandono ai singhiozzi. Lascio che il dolore alla gola si allenti. Per tutto il tempo che mi occorre.
Poi crollo in un sonno profondo, senza più sogni.

Giulia Romoli

2 thoughts on “Tutti. Tranne me

  1. Pingback: Una settimana di racconti #75 | ItaliansBookitBetter

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...