Cronache del Prebianco

 

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Claudia D’Angelo – Da siffatte rose si ergono le mie statue

Federico Zagni è nato in un piccolo paese emiliano nell’anno del Mundial. Ha collaborato con WhipArt come redattore, e scritto senza fortuna un paio di romanzi. Suoi racconti compaiono in antologie Fernandel e Giulio Perrone, e online su ReaderForBlind, L’Irrequieto. Ingegnere informatico, vive a Modena, ma nonostante scriva codice per lavoro e prosa per diletto la sua velocità di battitura non è alta come vorrebbe.

Si presenta così l’autore di oggi, ed esordisce su Verde con un racconto che gioca e plasma una lingua post-apocalittica. 

Lo accompagna un collage di Claudia D’Angelo

Prima di lasciarvi, dateci il tempo di richiamare il nostro concorso Scenicchia una Sega #2 (tra un mese esatto termina il tempo utile per l’invio dei racconti).

Oggi editoriale sobrissimo per fare felice ARDV, my boy. Buona lettura.

Non avevo orecchiato la voce di un uomo mai senza poterlo occhiare. Di un uomo morto neanche mai. La scatola sembrava importante, e quindi ho deciso di scrittoriarla. E per fortuna che sì, perché dopo un po’ che orecchiavo quella voce l’apparecchio che parlava ha ghiacciato. Prima ha iniziato a ghiacciare poco e poi ha proprio ghiacciato del tutto. Quando l’ho manata a mio nonno, ha solo alzato le spalle e mi ha detto che quelle si parolavano “cassetta”. Una volta erano molto facili. Prima che accadesse il bianco. Il nonno ci parla che una volta il bianco non c’era, accadeva solo per pochi giorni all’anno.
E quindi io scrittorio qui preciso quello che parlava. Di queste scatolette ce n’erano tante ma questa è l’una che sono riuscito a orecchiare. Era quella che manava il tizio, le altre le ho occhiate solo dopo in una cassabotte dietro di lui e me le persi d’orecchio. Il nonno parla che è da queste “batterie” che lavorano solo un po’. Sembra una sorta di cronogiornaliero, in una bocca diversa da quella nostruoma.

La voce del tizio morto è quella di un vecchiaio, senza più mangiaio. Molto stanco e bianco, quasi blu. Da qui comincia:

«Prosecuzione dal giorno centoventuno della cassetta dodici, mi chiamo Germano Fedeli e questo è il mio diario. Non mi resta più nulla da fare e ormai sono sei giorni che Laura e Giovanni se ne sono andati per cercare cibo. Credo che questa sarà l’ultima cassetta e non credo nemmeno che nessuno le sentirà mai, ma smettere di parlare è come accettare che sto per morire, e mi fa ancora un po’ di paura. Potrei anche provare a uscire sulla neve ma morirei uguale, solo prima. Ormai non ce la faccio nemmeno ad alzarmi dalla sedia, figuriamoci a risalire il tunnel. Ho fatto il mio tempo, non mi dispiace nemmeno andarmene, ma almeno se lo avessi saputo prima che non tornavano, avrei fatto un fuoco più grande. Per un’ultima volta mi sarei riscaldato per davvero.»

Qui il tizio fa un silenzio. Sembra che polmoni un’aria giù.

«Non è neanche che faccia così freddo. Ho patito del freddo peggiore, in vita mia. È solo la paura di non poter mai più sentire il caldo vero. Non è nemmeno davvero una mancanza, forse una nostalgia.»

Silenzio secondo.

«Se dovessi elencare tutto quello che mi manca di prima della neve, ah… Il calore, beh, quello è chiaro. I colori, l’ho già detto tante volte però, i colori. La musica. Non ti rendi conto di quanto ti serve veramente finché non hai passato anche solo due mesi in questo mare di ovatta. A volte sbattiamo forte sulle pentole coi mestoli, solo per controllare che i timpani ci funzionino ancora.

Ecco, qui lo orecchio che lacrima, polmona forte e lacrima. Nasa muco poi polmona piano e parla avanti.

«Ma non importa più. È curioso, in realtà, come quando è iniziata le persone si lamentassero molto di più e di cose che adesso non mi mancano per nulla. All’inizio sentivi tutti a dire come faremo senza corrente. Come faremo senza strade…
Mi ci metto per primo. Erano altri tempi, eravamo viziati? O semplicemente era assurdo pensare che accadesse tutto questo. Io mi sono lamentato per prima cosa quando è andata via la luce la prima volta. Ancora ovviamente non sapevamo che sarebbe stato un problema molto più grosso. Ricordo che ho detto ad Annalisa…»

Qui lacrima per un minuto.

«… Le ho detto, non possiamo nemmeno avere due giorni di neve che le centrali scoppiano, ma ti pare? Annalisa era più saggia di me, e non si lamentava così tanto.
Poi mi ricordo che mi sono lamentato delle strade sporche che non si riusciva a girare bene con la macchina.»

Qui risacchia e sganascia per un poco.

«Dio mio, a pensarci adesso. Sembra un altro me, che si preoccupava di non poter andare in macchina. Però, ok, è chiaro che…»

Qui la scatoletta parla male e grinda non si orecchia più nulla. Dopo si orecchia di nuovo ma in alcune parti succede e allora in quelle parti ci scrittoio una X.

«… Giovanni non era nemmeno preoccupato e mi diceva che mi agitavo per nulla. Lui non si ricorda nemmeno quando è iniziata. A dire il vero sono poche le persone che si ricordano quando è iniziata, perché è stato del tutto normale. A differenza di tante altre catastrofi che abbiamo visto al telegiornali negli anni prima, questa è venuta su poco alla volta. Nessuno ricordava quando è iniziata, tutti ricordiamo quando abbiamo capito che non sarebbe mai finita. La gente spalava la neve, per tutto il primo mese c’era la gente che spalava la neve. È come vedere gente in piscina mentre piove con l’ombrello. Ecco un’altra cosa che mi manca. Ora vado a…»

Ora sta in silenzio per poco. Poi si orecchia un scatto e dopo sghiaccia e ripiglia.

«Giovanni poi avendo Elena e Laura non passava neanche tanto qui da noi. Solo dopo sono venuti a stare proprio qui da noi. La gente si spostava di casa all’inizio per stare sopra la neve, chi aveva gli appartamenti alti. Ancora non avevamo iniziato coi tunnel, ce ne stavamo in attesa che ci venissero a salvare. La gente andava ancora in chiesa, per i primi…
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…pur di mangiare. Fino a che la gente non ha iniziato a morire davvero cercavamo di tirare avanti, cos’altro potevi fare? Ti illudevi, ogni giorno di meno, ma ci provavi. La ammucchiavamo a destra, a sinistra, fino a che c’è stato spazio per metterla da qualche parte. Fino a che la gente non ha iniziato a morire davvero, non solo i vecchi. Fino a che non sono spariti anche gli alberi, coperti dal mare bianco. Quando ci siamo resi conto che non c’era più nulla al livello della neve, non si vedeva più nulla all’orizzonte, a parte le buche scure di quelli che si ostinavano a spalare tunnel e scale, gallerie e sciogliere quanta più neve potevano, anche se poi si trovavano a galleggiare nell’acqua gelata e si ammalavano di polmonite e morivano.
Io lo so quando ho perso la speranza che avrebbe smesso. Quando ho visto che iniziavano a mangiare la gente. Lì ho capito che non ci sarebbe stato nient’altro se non il bianco. L’ovatta. Il candore.
Io, di certo non sopravviverò. Se mi sporgo nel tunnel vedo che il sole ormai è sceso. Giovanni e Laura non torneranno nemmeno oggi. Ma direi che non torneranno mai più. Avrei preferito me l’avesse detto, almeno non mi sarebbe rimasto il dubbio che fossero morti. L’avrei capito, e ci saremmo salutati, almeno. Lo so che ormai per trovare una nuova casa ci vogliono giorni, e non c’è più nulla dentro. Andare ad est, ammesso che riescano a trovare davvero i palazzoni ancora fuori neve, di certo c’è qualcuno che li ha già occupati, e come li sloggi quelli? Ma dopo che ci è morta la bambina, anche Giovanni non è che facesse dei gran discorsi. Magari sono solo andati ad ammazzarsi, chi gliene farebbe una colpa?
Se penso che a me la neve è sempre piaciuta… ma come si dice… il troppo stroppia, no?

Qui sganascia poi polmona e spolmona gracchio.

«Vorrei salire su per il tunnel domani, vedere il sole ancora una volta. Lo so che non cambia niente, e mi fa pure paura, ma se è una bella giornata oltre al circolo bianco magari si vedono anche i monti a ovest. Sempre che non sia una di quelle con la nebbia. Dio, come odio quelle con la nebbia, già è tutto bianco, e ci metti anche la nebbia, ma che ti abbiamo fatto Dio? Forse avevano ragione quelli che dicevano che era la punizione divina… ma allora non sarebbe stato più semplice lavarci via con la pioggia, un meteorite? Quando ancora ce ne fregava qualcosa di capire come poteva essere che l’inverno non finisse più io ero uno di quelli che credeva alla storia del pasticcio con il clima… Se credi di poter trasformare il clima in un giochino per la guerra…
Poi ha smesso di interessare un po’ a tutti quale poteva essere la causa. Il vero…
X
… così. E quindi, ormai non ce la faccio più a sopravvivere in questa tana, aspettando la primavera quando ormai non mi ricordo neanche più come è fatta. Ormai siamo sui venti metri, secondo i miei calcoli. Troppo perché si sciolga in una primavera sola. I vecchi come me è giusto che muoiano, speriamo che dei giovani rimanga qualcuno almeno. Però continuo ad avere paura della morte, di questo nulla nero. Buffi noi uomini, temiamo il nulla della morte anche quando siamo rimasti in una stanza circondata da un bianco niente, infinito in tutte le direzioni. Ma ormai sono stanco, e proverò a riposare un po’, per vedere se mi risveglierò mai.»

Qui ha smesso di parlare il tizio del tanaio. Uffa non avere possibilità di orecchiare anche le altre scatolette, chissà quante cose potevo interessare. Quelle storie del nonno sono così, ma il nonno era piccolo nel prebianco e ora ricorda male di certo. Alcune cose le occhiamo nelle pagine che troviamo nei tanai sotterranei, ci sono pittoresche senza bianco con tante persone che vanno in questi luoghi pieni di cubi abitabili, senza bisogno di tunnel, che poi secondo me sono solo i tanai quando il bianco non ci era caduto sopra. Qui i giorni sono tutti bianchi uguali, e quando trovo un cronogiornaliero di qualcuno, o qualche rilegato pieno di parole mi aiuta molto a far carrare il tempo.

Federico Zagni

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