Arancio Trastevere

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Claudia D’AngeloDiventano feroci i pascoli delle strade

Ci scrivono: “Sono una vostra lettrice e trovo i vostri racconti sempre molto illuminanti. Pertanto vi chiedo un’illuminazione! Il mio compagno e io stiamo insieme da sei anni. È raro che parliamo di letteratura, ma quando capita insorgono terribili discussioni, sul tema della litweb poi è come parlare con Santoni! Il suo pensiero è entusiastico, pieno di segnalazioni di riviste e acche aspirate. Sono terrorizzata. Non si informa sul profilo Facebook di GP, non legge Crapula Club, ma pretende di sconcertare! Aspettiamo un figlio e sono preoccupata all’idea di doverlo crescere con un papà toscano”. ARDV

Cara ARDV,
alt, ferma, stop. Non è così che funziona. Su Verde diamo voce a tutte le voci, anche le più lontane da noi come nel tuo caso, ma la nostra posizione sui patetici complotti IN-SEL e sulle sedicenti conventicole toscane è nota: non esiste alcuna cupola mafiosa e noi siamo amici di Firenze. Ci scrivi che tuo marito ragiona come Santoni. Detto che Vanni è un amico e non ci sembra elegante parlarne proprio oggi che è la nostra prima occasione di ricordare a tutt che è uscito l’atteso I fratelli Michelangelo (qui un estratto, qui una bella recensione di Chiara Fenoglio, qui invece il memento per l’incontro di sabato 16 a Libri Come all’Auditorium di Roma: noi ci saremo), l’entusiasmo colpa non è e tuo marito ne ha ben donde. La litweb non è mai stata meglio, è un momento pazzesco per tutte noi che facciamo rivista e litblog ogni giorno, e “panel” come questo (organizzato dall’amico Dario De Cristofaro e a cui non partecipiamo soltanto perché identico a questo dell’altro anno a Roma, e “Bierde es Bierde and we never play it again” – non ci ripetiamo mai – unico problemino di questi panel? Poche donne, ragazzi. Ce la cantiamo e ce la suoniamo sempre e solo al maschile Dario, potremmo pure sforzarci di essere un attimino più intersezionisti, che dici?), lo dimostrano senza tema di smentita.
Non sei convinta? Clicca allora qui, ti apparirà la pagina di SCENICCHIA UNA SEGA #2 PRATICAMENTE UN CONCORSO LETTERARIO, l’anti-evento del 2019 dove scopriremo le nuove intelligenze e le nuove speranze della neolitweb postmillenials italiana. Leggi bene il bando, te lo rilinkiamo qua per sicurezza: l’iscrizione è gratuita, il tema è libero, chiunque può inviare racconti a scenicchiaunasega@gmail.com entro il 26 aprile 2019, lunghezza massima 10 mila battute. I quattro racconti vincitori finiranno pubblicati in un numero cartaceo autoprodotto dalla redazione di Verde. E riceveranno libri in regalo.
Hai ancora dubbi? Forse possiamo chiedere aiuto a Italo Calvino: “La Toscana dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è una, è quella che è già qui, la Toscana che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare la Toscana e diventarne parte fino al punto di non vederla più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo alla Toscana, non è Toscana, e farla durare, e darle spazio”.
Se pure Calvino non ti dice nulla, non ti resta che Giusy Esposito: “Nata ventitré anni fa, ha frequentato Lettere Moderne alla Federico II. Vive a Roma dove studia editoria e scrittura e lavora per la manifestazione Letture d’Estate. Ama Kerouac e Nanni Moretti, il mondo beat, la leggerezza come stato d’animo. Il suo «posto» è Trastevere, dove trascorre il suo tempo tra librerie dell’usato e storie immaginate e forse lasciate. Ama sempre troppe cose e servirebbero lunghe liste, liste di parole, perché per Giusy le parole sono importanti! Con Arancio Trastevere, incorniciato da uno splendido collage della nostra amatissima Claudia D’Angelo, è per la prima volta su Verde.
UE ARDV INSOMMA È ABBASTANZA CHIARO ADESSO? scenicchiaunasega@gmail.com ADESSO.
Cordialità.

Onomatopea di passi, onomatopea di passi sui sampietrini. Onomatopea di passi sui sampietrini di Trastevere. Via della Lungaretta. Ecco il forno con la scritta gialla e le vetrine piene di biscotti. Di quelli il cui odore senti da lontano, non appena sfornati, che se non hai fame poi ti viene, che se ci passi le prime volte non puoi non fotografare la vetrina e postarla almeno una volta. Ancora passi, come si può descrivere il rumore dei miei stivaletti su questi sampietrini? Tic-tac, tic-tac, un due tre, la libreria Open Door Bookshop dove ho trovato il mio primo Beckett a Roma, ecco un altro posto che mi costringe ogni volta a fermarmi, guardarlo da fuori, perché se entro perdo tanto tempo, mi sporco le mani di polvere, inizio a starnutire, mi arrampico sulla scala di legno, spendo altri soldi, avrò dei libri da portare e una borsa troppo piccola o uno zaino già troppo pesante, ma se non entro poi ci penso per il resto del tempo e faccio le corse per tornare indietro ed entrarci prima della chiusura.

È uno dei miei posti caldi, uno dei posti più caldi che ci sia. Tic-tac, tic-tac, ecco Carlo, la galleria d’arte e la mostra del mese, gli americani che fanno foto alla parete imbrattata di pittura, senza capirci niente, anche se in fondo non c’è niente da capire, eravamo tutti ubriachi quella sera, il cuoco era furioso con l’artista che aveva lasciato tutti i secchi della pittura lì, sui tavoli, ne prese uno e lo lanciò contro il muro. Poi lo fece Carlo, poi anche Alessandro, poi anche io. Adesso è una specie di opera d’arte contemporanea. Qualcuno ci vede un occhio e pensa sia stato calcolato, io continuo a pensare che questi americani non ci capiscano un cazzo e Carlo dice che è una parete che vale migliaia di euro. Tic-tac, tic-tac, tic-tac. Ecco gli odori dei bangla, gli odori che proprio non sopporto, che sanno di Londra e di curry e di metropolitana, la frutta e le bibite fredde anche se è inverno. Ecco il fruttivendolo che si lamenta ogni estate degli schiamazzi. Ecco via della Luce, terzo portone, finestra al secondo piano con luce spenta. Giovanni sarà uscito, sarà in piazzetta Belli o da Alembic. Via della Luce sulla destra, Vicolo della Luce sulla sinistra. E nel mezzo tanto buio, che a fotografare dal basso mi viene sempre una colonna di cielo azzurro, con i palazzi che fanno due parallele nere. Forse il mio posto preferito. Alla libreria ho preso una vecchia edizione Einaudi del Sillabario di Parise, con la copertina bianco Einaudi, un’immagine centrale e il grassetto nero.

«L’uomo partì da Venezia, passarono non molti anni da quel giorno di settembre e un altro giorno di febbraio, in una clinica, era molto triste. Per consolarsi cantò con un filo di voce, ciò che ne venne fuori fu: La biondina in gondoleta, e l’uomo pianse perché riconobbe l’orchestra del Florian, la laguna ondulante e la dolcezza della vita».
Questo è il finale di Dolcezza. E ho subito pensato a Giovanni, al maestro, per la prima volta però come alla mia dolcezza. O meglio. Alla dolcezza di Roma. Questo Giovanni che non è più lo stesso, con i suoi modi un po’ burberi, antipatici, distaccati. Che arriva, si siede e guarda con diffidenza tutto ciò che lo circonda. Ogni volta lo saluto, come se fossero insieme la prima e l’ultima volta. Si ricorderà di come ci siamo incontrati? Era estate. Era Trastevere d’estate, con tutto il suo arancio, i suoi silenzi d’agosto, il miagolio di qualche randagio e il rumore di bottiglie vuote che rotolavano nella piazzetta. La nostra. Lo scrutavo da lontano, come faccio con tutte le persone che non conosco, perché penso di non avere niente da perdere, mi chiedevo se fosse un barbone, di quelli che lo sono per scelta o se fosse un pazzo. Poi si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi come se ci conoscessimo da sempre. Forse sei abituato, a dimenticarti delle persone dico, ogni volta pensi di averle già conosciute e di non ricordarne. Iniziò a disegnare, con i suoi due pastelli, quelli di sempre, rosso e blu, poi mentre parlava e non capivo niente di quel che diceva (sì, ormai ti capisco e gli altri si meravigliano, come una mamma che capisce il linguaggio segreto del figlioletto), si lamentava, diventava antipatico, perché non voleva rispondere, odiava le domande, voleva stare in silenzio e in compagnia, però lui poteva parlare quanto voleva e guai a contraddirlo. Poi sorrideva. Sì. Sorridevi dei ricordi, quando mi chiedevi di parlarti di Napoli, del sapore dei taralli napoletani, quando mi parlavi di Trastevere, quella di una Roma che non c’è più, che non tornerà e che io non potrò mai vivere se non attraverso i tuoi occhi e, in questi casi, soprattutto i tuoi lunghi silenzi, spezzati da occhi che guardavano al cielo.

In quei momenti lo perdevo, forse tornava indietro di cinquanta anni e poi tornava, non lo so, ma in quei momenti sono certa sentisse l’orchestra del Florian, la laguna ondulante e la dolcezza della vita, come l’uomo di Parise. Però tu, Giovanni, non sei in una clinica, tu sei pur sempre a casa. Una casa cresciuta, invecchiata, cambiata, ma casa. Mi dicesti che sicuramente mi avevi conosciuta a Parigi, che non ricordi quando di preciso, ma ero a Parigi negli anni Cinquanta e mi avevi fatto un ritratto in un cafè sulla Senna. Sorrisi, ricordo bene che ti colpì il mio sorriso sincero e quasi emozionato, perché mi dicesti di non aver detto niente di speciale, che non c’era bisogno di esserne felici, che avrei potuto sentirmi dire cose più belle, che magari ero una modella francese degli anni Cinquanta, invece per lui ero stata una passante parigina, con la treccia, il cappotto lungo e un cagnolino. Mi disegnasti di spalle, con il cagnolino, la treccia, ma non mi regalasti quel disegno, come nessuno dei tanti che mi hai fatto, che facevi davanti a me o che mi facevi vedere.

A volte mi perdo anche io e parlo come se lo avessi qui di fronte a me, anche quando siamo lontani chilometri, come ora, e confondo la terza persona con la prima. Diceva che potevo andare lì a vederli quando volevo i disegni, che non serviva regalarmeli, perché tanto erano lì con lui, forse pensava che regalandomeli avrebbe poi ammesso che non ci sarebbe più stato tempo per vederli ancora, per tornare da lui, per ascoltarlo, per fargli compagnia e aiutarlo a sconfiggere il suo male più grande: la noia.

Ora che ci penso fu davvero cattivo da parte tua dirmi di essere malato. Mi preoccupai e quando te ne accorgesti ne eri felice, perché qualcuno si preoccupava davvero per te. «Io soffro la noia. La notte mi prende di più, un malessere che ferma il tempo, sento le lancette dell’orologio in testa, tic-tac, tic-tac e il giorno non arriva. È il mio tempo che sta scadendo».

Giovanni non ha un orologio, né in casa, né al polso, non chiede mai l’ora, non prende mai appuntamenti, non vuole sentirsi dire nemmeno come stai, ti dice che è una cosa borghese. “Che domanda è? Sto qua! Come sto! È borghese! Uno parla se vuole sapere come sto, non me lo deve chiede, queste formule, queste cortesie, non me ne fotte un cazzo”. Ecco. Per questo dicevo, è la prima volta che ti vedo come la mia dolcezza di Roma, perché i tuoi me ne fotto, non me ne fotte un cazzo, levate, soffro la noia, non voglio domande, state tutti zitti, idioti che studiano, non ti rendevano una persona dolce. Eppure i tuoi occhi, specie dell’ultima sera, li sento ancora addosso. Ora quando passo qui, via della Luce, terzo portone, non riesco a chiamarti, perché in fondo ho paura di non trovarti. Ogni volta ti saluto terrorizzata dall’idea dell’ultima sigaretta insieme, dell’ultima conversazione surreale, dell’ultima atmosfera onirica.

Così proseguo, osservando la sua finestra, con la speranza di incontrarlo per caso, mentre passeggia col suo ombrello che gli fa da bastone, ma guai a dirlo, a lui non serve un bastone per camminare, è soltanto un ombrello, perché Roma piange all’improvviso e lui non vuole sentirne le lacrime sui capelli già sporchi di neve. Se ci penso Giovanni è una delle poche cose che non ho condiviso con nessuno, una delle poche cose soltanto mie, di quelle che custodisco con tanta gelosia. Le persone che gli presento non gli interessano, a Giovanni non piace mai nessuno, e io ci ho rinunciato. «Aoh! Che nun me chiami?» Eccolo che sbuca dalla piazza, nel nostro arancio trastevere. Lo sapevo, ci speravo.

Giusy Esposito

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