La breccia di calore

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Claudia D’AngeloLa via si contorce senza lingua

Buongiorno, come forse già sapete: missione compiuta!
8×8 è tornato! Siamo stati più profetici e convincenti degli EelST con i Litfiba. Ci spiace solo che Luccone abbia dovuto rimandare la sua vacanza e abbia perso la caparra per il bungalow a Belle Mare, Mauritius, ma troppi di noi si sentivano orfani senza il suo concorso. Ne è valsa la pena, ci pare; che attestato di stima, che prova d’affetto, ragazz*!
Ma in città c’è posto per più d’un concorso letterario, non siamo in un film western. C’era una volta il lit wrestling, i lit- dissing per un pugno di like fanno parte del passato, sono ombre verdi.
Siamo perciò orgogliosi di presentarvi il nostro concorso letterario:
SCENICCHIA UNA SEGA #2: PRATICAMENTE UN CONCORSO LETTERARIO! Stasera pubblicheremo il bando sulla pagina fb de La Nuova Verde.

Simone Bachechi è l’autore del racconto cult È stato il vento e noi gli siamo particolarmente affezionati. Simone ha acconsentito a un esperimento testuale, non una comune interpolazione, ma una interpolazione medianica. Ci spieghiamo meglio:
Simone tempo fa ci mandò un racconto intitolato La breccia di calore, pensavamo fosse il suo solito racconto buzzatiano, classico e godibile, invece no.  Mentre lo leggevamo, infatti, venimmo folgorati tutti e quattro da sensazioni potentissime e perturbanti, le nostre mani cominciarono non a fare un comune editing, ma a interpolare il testo come in trance. Questo testo, non neghiamo, soprattutto ora dopo i nostri (nostri?) interventi, ci incute un timore che non riusciamo a spiegare. Crediamo sia il primo esempio in Italia di interpolazione medianica, psico-editing e riscrittura automatica. L’effetto ideomotorio ci ha francamente sconvolto. Ringraziamo Simone per aver acconsentito al nostro esperimento e ringraziamo le forze misteriose che ci hanno utilizzato come veicoli e strumenti di creazione. Sconsigliamo la lettura a persone troppo impressionabili.

Il collage è di Claudia D’Angelo.

Esiste un luogo oltre i luoghi – oltre quelli che potremmo definire poeticamente sogni e molto più concretamente mais – dove forze di attrazione diverse si pongono ciclicamente all’opera. Forze sporche, forze ingorde. Esse premono sulla nostra realtà, cercano di filtrare da sotto le soglie dei nostri destini, allargano crepe, brecce. Si travestono da noi, si abbassano al nostro livello. Non vogliono schiacciarci, vogliono umiliarci: vogliono che siamo noi a invitarle, a cedere.

Quando arrivò a casa, Simone trovò le due ragazze e il ragazzo sorridenti, perfettamente a loro agio nella sala da pranzo. Dovevano essere lì già da un bel po’ e apparivano molto rilassati, come se lo stessero aspettando. Come se fosse lui l’ospite e non loro; loro che si erano intrufolati nel bel mezzo dell’intimità della famiglia Gomma poco prima di cena, con i loro bei completi stirati e le faccette opache di fondotinta emergendo non dalla curva a gomito che puntava verso il paese, bensì direttamente dai campi di mais.
Certo, dovevano esser stati babbo Gomma e mamma Gomma ad acconsentire a quell’incursione, eppure a Simone la cosa sembrava molto strana. I suoi genitori non erano soliti dare confidenza a completi sconosciuti e tantomeno farli entrare in casa; i venditori porta a porta poi! E quando mamma Gomma si adoperò in quei goffi convenevoli, Simone rimase ancora più stranito: proprio lei – che riteneva ogni minima invasione del suo santuario domestico una profanazione iconoclasta – aveva fatto accomodare attorno al tavolo già apparecchiato per cena le due ragazze e il ragazzo con la faccia da cane mastino e dallo sguardo vitreo e appuntito. La situazione appariva in ogni caso tranquilla, la visita inaspettata poteva costituire una piccola crepa nella monotonia della solita serata in famiglia. Tanto sarebbe valso, pensò Simone, osservarli e prenderli un po’ per i fondelli per poi rispedirli in mezzo al mais.

Fu la smilza ad attaccare discorso:
«Siamo qui per proporvi i nostri servizi assicurativi. Abbiamo bisogno di soli dieci minuti del vostro tempo, non saremo di alcun disturbo, davvero. Abbiamo già parlato un po’ con il signor Gomma, ci ha raccontato un po’ di te… Simone».
Simone si chiese per quale ragione fossero arrivati al tu, quanto avrebbe voluto essere assicurato contro la maleducazione, pensò.
«Che lavoro fai Simone? Di cosa ti occupi?»
«Faccio un lavoro strano, stranissimo, sono incaricato di uccidere chi mi rivolge domande sul lavoro che faccio».
«Beh, ora non stai lavorando, quindi sto tranquilla», rispose pronta lei.
«Sovente mi porto il lavoro a casa», ribatté Simone, orgoglioso della sua risposta.
«Sì, è un vero e proprio stakanovista!» urlò la madre paonazza.
«La tensione sessuale si taglia con una pannocchia», disse il padre serissimo per poi tornare in catalessi.
Mamma Gomma volse lo sguardo molle e sospiroso al figlio, come da acqua nei polmoni, e disse alla ragazza smilza – che aveva la tipica espressione da studentessa di economia, futura dispensatrice di bond tossici e sorrisi – di non far caso alla risposta del figlio, che alcune volte tornava stanco dal lavoro e non aveva voglia di parlare con nessuno. Disse anche che il caldo gli stava dando sempre più fastidio, ora che il clima diventava subtropicale, che i gechi si trasformavano in enormi iguana, che i cani morivano in strada, che l’acqua del mare raggiungeva i trenta gradi.

Non c’è nulla di male, sembrano dire le forze del luogo-nonluogo, siamo come te, siamo uguali. Ti capiamo. Dicci di te. Approfittano del caldo estivo per percolare nei nostri giardini e zittire i grilli; il caldo sfilaccia i ragionamenti, rende l’uomo meno incline alla propria stessa autoconservazione, loro lo sanno. Scelgono espressioni colloquiali e camuffano la voce. Si calano nelle categorie umane che ci pare di riconoscere, abitano gli stereotipi per infondere un senso di sicurezza. Puntano agli insoddisfatti, ai dubbiosi. A chi inizia a sentirsi solo…

Simone era scapolo e viveva coi genitori, si occupava di assistenza domiciliare agli anziani presso una cooperativa e aiutava il padre nella gestione del podere di famiglia. Da quando babbo Gomma non aveva più la forza di farlo da solo, aveva deciso di convertirlo – addio ai tre ettari di rigogliose pesche, abbacinanti albicocche e spumeggianti ortaggi – in un’immensa distesa di mais che aveva dato in comodato al consorzio agrario con una percentuale del 20% sul raccolto. La stessa cosa avevano fatto i Morelli e tutto il resto del vicinato di piccoli proprietari terrieri; così, a Simone non rimaneva che osservare dalla finestra della camera la grande, immensa, distesa di mais mossa dal vento, le onde giallo-verdi che creava quella miniatura del midwest – perfetta se solo non fossero mancati gli argentei silos che compaiono come fantasmi senza volto svettando lucenti e cilindrici tra le distese di mais circondate dal nulla e dal mais ancora, nelle grandi pianure d’America, consistenza di paglia e sapore del mare in lontananza.

«Non si preoccupi signora», intervenne la studentessa fuori sede volendo sedare quel primo accenno di rissa.
Simone notò che la madre stava sgranando una pannocchia sotto il tavolo, sussurrando delle litanie, come se tenesse un rosario.
«Vi prendiamo solo dieci minuti, senza alcun impegno, poi ci dite voi…».
Le due ragazze erano abbronzatissime e vestite di nero. La studentessa fuori sede nello specifico indossava una blusa scamiciata che non nascondeva la magrezza delle sue braccia e la pelle olivastra da donna del sud; l’altra pareva aver optato per un aspetto spagnoleggiante con capelli a caschetto di un nero più nero del cielo blu disteso sopra le distese di mais, un ciuffo appuntito che le pendeva su un occhio e assomigliava a un insetto che le infestava la faccia; il ragazzo invece se ne stava in disparte, silenzioso, come un supervisor di quel comitato Alpha, posizionato fra la porta di ingresso della cucina e il finto camino dove mamma Gomma aveva adibito il suo altare pieno di luci votive, di madonne e di immagini dei santi. Altre forze da altri nonluoghi ben più impalpabili.
Simone si sforzò di dare ascolto a quelle tre strane figure frutto del precariato urbano che erano piombate come da un’astronave nella loro casa di campagna perduta nell’infinito mais riarso.
«Non abbiamo solo prodotti assicurativi, Simone, no. Immagino che abbiate anche delle auto di proprietà, non è vero?»
«Le voglio vendere tutte».
«Perfetto: ci assumiamo l’onere della vendita allora, vieni! Basta firmare un piccolo compromesso sulla compravendita conto terzi e il gioco è fatto…».
Sembrava che gli occhi a castagna della smilza lampeggiassero come un vetro illuminato da dietro. Da un altrove lontano oltre il mais.
«Ho detto di no, per favore».
«Però almeno ascoltiamoli…», disse mamma Gomma.
Simone cominciò a pensare che quei tre intrusi avessero ipnotizzato la sua famiglia. Anche babbo Gomma, infatti, sembrava stordito da qualche gas inodore o sotto l’effetto di qualche droga pesante. Girava la testa ai movimenti del figlio per seguirne le traiettorie sopra il piatto, che giaceva lì intonso, quando già si stava avvicinando l’ora del film di prima serata – lui che aspettava la cena come un assalto di cavalleria alle 19,30 spaccate. Molto strano.
«Non ho tempo», disse Simone. «Davvero mi dispiace, devo andarmene fra due ore. Dobbiamo mangiare, io fra poco devo andare a lavoro di nuovo, non ho tempo, scusate…magari facciamo un’altra volta».

A quel punto il supervisor, con un battere di occhialini da pensatore, uscì furtivo dalla porta e con disinvoltura si avviò in giardino andandosi a distendere sul dondolo accanto a un grande palmizio dagli aghi appuntiti feriti dal caldo africano di quell’estate, nel mais. Anche la spagnola lo seguì lasciando alla studentessa di economia l’onere dell’offensiva.
Simone cercò di far ragionare i suoi genitori, voleva fargli capire che quei tre stavano diventando un problema, e come fosse necessario adottare la linea dura. Il suo sguardo non ammetteva repliche, ma mamma Gomma – come in preda a una malìa – chiese a suo figlio perché facesse così, non potevano semplicemente ascoltare fino alla fine ciò che avevano da dire quelle brave persone?

Non scambiamo per educazione il manierismo ipocrita degli esseri altri venuti dal nonluogo. L’offerta di una stretta di mano su cui incombe un enorme calcagno pronto a schiacciarci.

Simone capì che doveva assumere il comando delle operazioni. Avrebbe usato l’ironia d’ora in avanti, le avrebbe detto che ora avrebbe fatto il bravo, che sarebbe tornato sempre presto, che avrebbe detto le preghiere la sera – come mamma voleva – e che mai più per niente al mondo si sarebbe avventurato solo nel mais per rispondere alle voci… Intanto il supervisor e la spagnola discutevano amabilmente a distanza in giardino, sul divano a dondolo: sembrava beccheggiare placido sotto la vela delle fronde, in mezzo a un mare di mais.
Simone chiese a sua madre se quei tre avessero fissato un appuntamento per permettersi di arrivare così all’improvviso, se la cosa fosse in qualche modo stata programmata.
La ragazza smilza si risentì chiedendo bruscamente a Simone perché non rivolgesse direttamente a lei quella domanda. Ma mamma Gomma confessò che erano già venuti due volte, quando Simone non era in casa, e che sì, avevano fissato un appuntamento al telefono.
Simone cercò di mantenere una certa compostezza, ma quella situazione gli sembrava sempre più intollerabile. Iniziò così a raccontare quello che aveva fatto quel pomeriggio dopo essere uscito dal lavoro, così, per divagare e non pensarci.

Fuggi piccolo umano, chiuditi nel rito dei tuoi incantesimi quotidiani, afferra le piccole cose e brandiscile contro l’ignoto. Come puoi illuminare il buio siderale con la fiamma di una candela da cucina? Non puoi, ma la tieni stretta. Sai che, perso in questo buio, in questo mais, solo la luce ti potrà accompagnare. Sai che non puoi avventurarti ovunque, vedere lontano non ti è concesso, ma con essa potrai sapere dove metti i piedi.

Simone raccontò che era passato in città, al centro commerciale, per acquistare il diserbante da giardino per le erbe infestanti, e poi da Franco, per far aggiustare il vecchio tosaerba; Franco che non se la passava per niente bene, come il tosaerba, come l’intero paese. Tornando verso casa aveva riflettuto su come le abitazioni con le finestre sprangate fossero sempre di più e di come le strade fossero deserte, mentre all’agenzia immobiliare del centro commerciale notava sempre più offerte a prezzi esorbitanti di residenze plurifamiliari nei piovosi paesi del nord Europa.

E’ praticamente impossibile coltivare mais sopra il 50° parallelo nord.

Le richieste dell’unica rimasta – la studentessa fuori sede – si facevano sempre più insistenti, la ragazza proponeva i più stravaganti servizi, ponendosi come garante di liceità del progetto, disse inoltre di essere stata assegnata proprio alla loro famiglia, riferendosi alla sua compagnia come al galeone guida della flotta celeste con una metafora quantomeno ardita.

Il linguaggio burocratico, il linguaggio affettato e pseudocolto mutuato dall’ambito giuridico. Garante. Assegnata. Galeone guida della flotta celeste. Così le forze del nonluogo insufflano la loro finta gentilezza, la loro disponibilità verso l’insetto-uomo. Per portarlo a cedere. Mi permetta di proporLe, in ottemperanza alle Sue prerogative di individuo nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, di invitarLa a cessare ogni istanza di resistenza e di farsi carico dell’onore di seguirci all’interno delle vaste distese del nonluogo a norma di legge… Queste le voci che Simone sentiva da giorni provenire da… dal grano? Direi di no.

La ragazza si faceva sempre meno paziente e opponeva ai continui dinieghi di Simone Gomma una sola frase: «E’ ora di concludere».
Oppure: «Noi non vogliamo convincere nessuno ma…». E ancora: «E’ la soluzione definitiva».
Scambiandosi cenni d’intesa con la ragazza spagnoleggiante, che se ne stava fuori sul divano a dondolo. Il ragazzo accanto invece dormiva, seduto, con una rigidità della postura innaturale.

Simone – che avrebbe voluto esplodere e urlare: Ve ne dovete andare. CAPITO?! – riuscì invece solo a farfugliare qualcosa riguardo i Carabinieri, un incastro che lui stesso non riuscì a mettere a fuoco, ma all’udire la cui sola parola, la studentessa fuori sede cominciò a marcarlo stretto cercando di controllare ogni suo singolo movimento.
La situazione sembrava farsi sempre più insostenibile, quando – finalmente – Simone riuscì a divincolarsi con una trovata geniale: Devo pisciare, disse e si recò al piano di sopra e a chiamare il 112.

Si accorse che nell’angolo a sinistra, appena sopra la finestra c’era uno squarcio, una fessura dentro al muro che doveva essere stata causata dal cedimento dell’intonaco o peggio ancora della malta: una breccia. La parete era portante, ed era quella rivolta verso i campi dei Morelli, gli stessi campi che il caldo aveva privato di buona parte del mais, perché lì la terra era più secca, meno renosa della terra dei Gomma, ricca perciò di mais. Proprio in quei campi – negli ampi spazi lasciati sgombri sul terreno crepato dalla secchina – qualcuno aveva giurato di aver visto, pochi giorni prima, degli animali della savana.

I metri, le teste, i secondi ceduti alle forze del luogo oltre i luoghi, vengono perse. C’è chi giura che la macchia secca nell’appezzamento dei Morelli abbia la forma di un galeone d’oltrespazio. Tutti esperti di tutto al bar del paese.

Simone pensò che doveva essere stato il caldo a causare quella breccia, e nella sua mente si affacciò come il sospetto che da lì, se non avessero provveduto quanto prima a chiuderla, avrebbero potuto introdursi in casa le più strane creature.
Il suo amico muratore gliel’avrebbe confermato: il calore ha la capacità di determinare dei piccoli cedimenti strutturali sulle pareti delle vecchie case costruite con pietre di fiume messe assieme con malta economica.
Era stata un’estate rovente e le mura delle vecchie case – come i pori della pelle – si dilatavano, rendendo tutto molle e appiccicaticcio, e strano, stranissimo.
Nonostante fosse sera, il caldo andava aumentando. Fuori, i grilli furono man mano ammutoliti da schiocchi secchi nell’aria della sera. Pop. Pop. Pop. I campi stavano cantando. Il calore ultraterrestre faceva scoppiare uno ad uno i chicchi di mais. In breve il suono era quello di un’intera batteria di artiglieria che faceva fuoco verso l’invisibile, verso il buio siderale. Come centinaia di notifiche, una dopo l’altra (“107 racconti arrivati in 24 ore”). Il suono di una guerra per le anime e le menti.

Finalmente arrivarono i due Carabinieri. Ma I tre misteriosi infestanti se l’erano già data a gambe da un po’.
Il primo carabiniere era decisamente partenopeo e non credette a una sola delle parole di Simone. Evidentemente il cornetto che aveva nel portachiavi era solo simbolo della sua ottusità mentale e di superstizione dozzinale. Il collega invece, non mediterraneo, di chiara ascendenza nordica, se non celtica, ascoltava Simone con molta attenzione, come se avesse già sentito storie del genere. Simone vide, incarnata nei due difensori dell’ordine costituito, l’eterna lotta tra superstizione e spiritualità, creduloneria e misticismo. Intanto il secondo agente, preoccupato, con solerzia meneghina, passò la mano di fronte al volto del padre Gomma – che non aveva più detto nulla dall’inizio della storia, a parte una superflua battuta – ma non ottenne alcuna reazione.

I due agenti accennarono al fatto che avevano già avuto altre segnalazioni di questo tipo in zona. Ma questo Simone, data quell’estate infuocata, già lo aveva capito.
«Au moinz on le dit. Mais jusqu’à demain matin…Epatant! Mais ça, je m’y connais, c’est du vermeil!», disse sorniona la madre Gomma, come ridestandosi da un lungo letargo. «Ah, c’era anche lei!» esclamò il campano, stupito.
«Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno», rispose il signor Gomma, anch’egli rianimato all’improvviso.
Parlavano con la loro voce, ma con un’inflessione impostata, che Simone non riconobbe come loro.
I vetri delle finestre vibrarono per via del forte vento.
«E’ il vento Matteo» disse il padre di Simone, come per dire al narratore basta con questo signor Gomma, chiamami pure padre di Simone.
«Sì, è lui!», rispose la sign…la madre di Simo!
«UE», disse Simone.
«PREGO?» disse Ramses.
«Nubius, patetico troll, matto incel», disse la ragazza spagnoleggiante.
«C’è qualcosa di strano», disse l’altra.
«NUBIUS PATETICO TROLL INCEL PAZZO» ribadì Ramses.
«Ecco, così va meglio», disse il terzo ragazzo venuto dal mais.
«Avete sentito anche voi?» disse Simone agli astanti.
«No! E non ti permettere», dissero tutti in coro.

Le bufere di Matteo lasciavano nei paesi della valle danni da non dirsi. In certe notti di bonaccia però Matteo scopriva un’altra sua grandissima qualità; si rivelava musicista sommo. Soffiando in mezzo ai boschi, qua più forte, là più adagio, il vento si divertiva a suonare; allora si udivano venir fuori dalla foresta lunghe canzoni, simili alquanto ad inni sacri. Quelle sere, dopo la tempesta, la gente usciva dal paese e si riuniva al limite del bosco, ad ascoltare per ore e ore, sotto il cielo limpido, la voce di Matteo che cantava. L’organista, del duomo era geloso e diceva ch’erano sciocchezze; ma una notte lo scoprirono, anche lui nascosto ai piedi di un tronco. E lui non s’accorse neppure d’esser visto, tanto era incantato da quella musica.

I cinque, i due carabinieri e i Gomma, uscirono in cortile. Il vento piombò contro di loro a capofitto. Il partenopeo chiese che diavolo stesse succedendo, toccando il suo cornetto nervosamente.
«Vuoi proprio sapere? Vuoi proprio?», rispose Simone e tentò di ridere, benché la violenza dell’aria le storcesse addirittura le gua…«Ma sì!», gridò, altrimenti non lo avrebbe udito «vorrei pr…». Il narratore stesso non capì più chi fosse chi, assolutamente non ricordava più. I lembi dell’impermeabile mi frustavano le gambe, parevano bandierine inferocite. «Dove immagini che siamo and…!» «Lo sai cosa immagino». Afferrai mamma Gomma per un braccio e lei si..
La tenevo. Non resistette. La sua faccia era vic…All’improvviso fu una faccia di bambina, pallida, due occhi così grandi e spav…Qualcosa dentro di me, impossibile resistere, come una gig…molla di ferro lib…Gemette: «no, no». «Non è…» gemette. «non è vero». G… Fu così facile. Non ci cred…La sua faccina che si rov…all’indietro poi all’…Di scorcio, per un inf…zione di sec…quell’adorato pallore sullo sfondo tenebroso dell’…Fra gli ul…delle raffiche il t…il t… il tonfo si sm…
D’un tratto il vento si fermò.
Il mais nei campi sembrava scomparso, ne rimaneva pochissimo.
Era stato forse il vento? Perfino il mais era volato via chissà dove, in un altro spazio, in un altro tempo, forse lo stesso in cui erano finiti I tre ragazzi del galeone.
Già, ma dove va il mais quando viene spazzato via?

Simone Bachechi

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