È come galleggiare

Buondì amici e lettori, umanisti, uomini e donne di lettere. Oggi vogliamo segnare una netta linea di demarcazione tra noi e i postumani, i transumanisti, gli adoratori dell’Algolit, gli aridi criminali che giustificano le loro malefatte in nome della razionalità e della tecnica. Abbiate il coraggio di commettere le vostre solite malefatte senza spacciarle per decisioni obiettive e imparziali. La tecnologia sarà pure fredda, ma gli uomini che la utilizzano sono i soliti di sempre e noi, sull’uomo non nutriamo più alcuna fiducia; per parafrasare Adorno: è ancora possibile far rivista dopo la segnalazione e le delazioni diffuse? Si può ancora seguire il calcio italiano, credere nella buonafede dopo il rigore assegnato al 101′ da Abisso (Abisso!) (Un abisso lovecraftiano dove fermenta il male in un brodo primordiale, arcaico, in cui le anime perse si lamentano delle ingiustizie con urla lancinanti: arbitri macellai cronenberghiani! Direttori di gara, chirurghi plastici che iniettano botulino sulle labbra dell Madonna, sfigurandola, deturpandola! Che siate dannati arbitri e burocrati di fb!) L’uomo non è vittima della tecnologia, non è da essa mutato, dopo un iniziale spaesamento, l’uomo se ne serve a suo uso e consumo, per commettere le solite efferatezze, infierendo sugli inermi, per ingegnerizzare e rendere sempre più perfetta la macchina dell’ingiustizia. Ma amici, ormai è andata, parliamo del futuro (il futuro ahahahaahha)! Tra poco sapremo il risultato delle elezioni in Sardegna, che dite, ci sarà un en plein all’insegna del dolore e della nausea esistenzialista? Speriamo arrivi il Var anche nella vita di tutti noi, non per rimediare ai torti, inestinguibili, ma per goderci la ripetizione della sofferenza in loop, una, due, tre volte, come il cuore di Ralph Winchester, distrutto da Lisa. Perché farsi del male, dite? Per diventare più forti, per guardare il male in faccia e accettarlo come parte del gioco, l’altra metà de La Nuova Fettina (in questa metafora noi siamo i cuochi pazzi, la padella è fb, una parte della fettina è intonsa, rispetta i parametri di fb, poi la giri, dal lato estivo ed eccola, una parte appetitosa verde, la nuova verde, che invece no, non va bene, va chiusa perché viola qualche arbitrario e assurdo parametro da legulei). Scusate, dicevamo? Ah sì: Ma non temete amici, nonostante questa consapevolezza, non smetteremo di illuderci e di crederci; non è forse questo che ci rende umani?

A proposito di speranze e illusioni: state scrivendo i vostri bei raccontini per il concorso letterario più 🆎norme e pazzesco della storia? Aspettiamo di leggerli, con aspettative molto alte, che sicuramente non tradirete. Forza risollevateci da questo bel periodo! (Questo post è un piccolo golpe, la redazione si dissocerà presto, in caso contrario, ci prenderemo più libertà).
Ma voi, benedetti ragazz*, prendetevi una pausa un attimo, dalle storture, dalle prevaricazioni e dalle sopraffazioni e leggete un po’ il racconto che pubblichiamo oggi: 
È come galleggiare di Simone Sauza.
Simone Sauza è nato a Roma nel 1989. Giornalista, si occupa principalmente di cinema e critica culturale. Ha collaborato con Not, L’Indiscreto, Linkiesta, Sky Italia e altri. Questi sono i primi byte letterari che escono dal suo computer transitando ufficialmente nei rizomi del cyberspazio.
Illustrazione molto bella, non è una novità, di Laura Fortin che ringraziamo.

Mettiti sotto la tenda degli indiani, dice Mr. Panko, da lì non sentiremo nulla. Il pupazzo ha un occhio solo, ma ha una mente affilata; per Alberto è sempre stato il consigliere migliore. Jack Action, invece, ha uno sguardo da duro, perché l’hanno creato così, ma quando le cose si mettono male non fa che dire tanto vale mettersi a dormire.
Alberto ha dieci anni, e con una forbice a punta arrotondata riesce a incidersi il braccio destro, dopo aver alzato la manica del pigiama. Pensa che il dolore possa annullare le grida; o che il sangue con la sua viscosità sia capace di agglomerare i suoni, trattenerli per poi soffocarli, spegnerli dentro di sé. Di solito funziona. E infatti i genitori hanno smesso di urlare. Le cose hanno smesso di infrangersi. L’universo ha smesso di far brillare supernove.
Alberto esce dalla tenda e ripone Mr. Panko sulla mensola e Jack Action nella cesta. Ma sotto la tenda degli indiani ci va lo stesso. Le urla sono ancora lì. Sono rimaste attaccate alle pareti della stanza, come il fumo delle sigarette della mamma sulle pareti di cucina.
Fuori dalla tenda ci sono Mr. Panko e Jack Action, ancora più fuori ci sono i genitori, e fuori ancora ci sono i compagni di classe, le maestre, l’edicolante Luca con il cane lupo. Ci sono tanti fuori per Alberto. Ma sotto la tenda degli indiani sa che in realtà c’è soltanto Alberto, che il mondo è un’estensione dei suoi pensieri, che i suoi pensieri sono una gabbia, che non c’è nessun fuori: c’è il Mr. Panko-visto-da-Alberto e i genitori-di-Alberto-visti-da-Alberto e persino il cane lupo è un cane-lupo-visto-da-Alberto. Solo le urla penetrano, forano la parete d’ombra che lo circonda, perché le urla sono un corpo estraneo dentro Alberto, aprono una fessura attraverso cui la luce passa e brucia tutto.

La madre di Alberto legge un libro nel patio della casa di campagna; ci rimane pochi minuti, il tempo di girare qualche pagina. Il vento soffia piano, ma punge sulla pelle, come se le sue spire fossero talmente sottili da diventare un ago che penetra e che fa respirare il mondo dentro la cassa toracica. Il padre di Alberto guarda il telegiornale sulla poltrona mangiando un cracker su cui ha spalmato una salsa al tartufo che, a ogni morso, sbriciola sul pavimento. La madre di Alberto torna dentro casa proprio in quel momento, tenendo il libro con la punta delle dita e facendolo dondolare a ogni passo. Il suo sguardo incrocia la pioggia di briciole. In quel momento, i fotoni delle briciole colpiscono la retina, trasformandosi in potenziale elettrico. Il volto della madre di Alberto è attraversato da un fremito: gli occhi si fanno più piccoli, la bocca si storce sugli angoli, la circolazione del sangue si affievolisce sotto la pelle. L’aria rilassata di pochi istanti prima lascia il posto a una tensione nervosa che pervade ogni centimetro dell’epidermide. Ma non dice nulla. La distrazione le fa cadere il libro. Il padre di Alberto la guarda con i denti impastati di una poltiglia farinacea; sembra sorpreso, come se una presenza inaspettata si fosse materializzata all’improvviso di fronte a lui. Rimangono a fissare le rispettive espressioni per qualche secondo. Leggono sentimenti e pensieri ormai iscritti sulla pelle. La silenziosa interpretazione del corpo è l’ultima grammatica rimasta a una coppia prima dell’esplosione finale.

Alberto è fuori in giardino. Continua a scavare per terra. Jack Action è posizionato su un sasso mentre Mr Panko dirige le operazioni. Una biglia si trova a un metro virgola venticinque di profondità. Le unghie di Alberto sono rialzate per quanta terra ci è finita sotto. Una paletta da mare è piantata accanto al sasso dove Jack Action sta seduto pensando agli affari suoi. Alberto la usa solo di tanto in tanto; preferisce scavare con le mani, sentire la consistenza della terra sulla pelle, impregnandosi di quell’odore di umidità e ferro che fuoriesce dal terreno.
I rintocchi delle campane in lontananza colpiscono i timpani di tutti gli esseri viventi nel giro di cinque chilometri. Alberto si ferma.
La buca comincia a essere profonda. Sembra una geometria perfetta, un cerchio nero in cui lo sguardo di Alberto sprofonda. Paralizzato, nel suo spazio mentale si sovrappongono e dissolvono immagini diverse; un teatrino spettrale fatto di cerchi che ora sembrano due grandi occhi di un mostro senza bocca, che divengono concentrici, componendo uno sguardo ciclopico che si insinua tra le sinapsi di Alberto.

Mr Panko chiede cosa succede; anche Jack Action è perplesso, quasi preoccupato. Alberto sta ricordando il primo giorno in cui sono arrivati nella casa di campagna.

Partirono prima dell’alba. Ci erano volute circa due ore per raggiungere la casa. In quell’arco di tempo, Alberto, guardò fuori dal finestrino contando i lampioni, mentre in macchina il silenzio si alternava ai tumulti elettrici che scaturivano dalle bocche dei genitori. Alberto, con la coda dell’occhio, concentrato sul calcolo, vide questi fasci vorticare nell’aria, aleggiare sfrigolando nell’abitacolo, posarsi sulle sue braccia, rizzandogli i peli, insinuandosi dentro di lui, per poi uscire dagli occhi e connettersi alla luce dei lampioni. Novecentotrentasette.
Alberto non era sicuro della cifra; si era distratto più volte, ma si riteneva soddisfatto. Arrivarono in mattinata. Una volta parcheggiato, con le chiavi in mano, strappate al padre, si era precipitato ad aprire il cancelletto. Correva gridando novecentotrentasette! novecentotrentasette!
Il vento gli aveva abbassato il cappuccio della tuta; il padre e la madre si stavano dicendo qualcosa, ma il mondo dietro di lui lo sfiorava appena. Voleva arrivare prima di tutti, anche di Mr. Panko e Jack Action, che però erano rimasti a dormire dentro lo zaino nel cofano della macchina. Dopo pranzo Alberto decise di andare a fare una passeggiata lungo la strada che collega il comprensorio di casette all’unico bar del paesino. Camminava sul marciapiede quasi in punta di piedi, stando attento a non toccare il perimetro delle mattonelle. Mr. Panko vigilava sulla situazione dalla tasca posteriore dei jeans; Jack Action era rimasto a casa, per fare un provino di reclutamento a un wrestler con la testa da sciamano, ancora senza nome, ritrovato in un cassetto della cameretta.
Dietro il bar c’era un piccolo parco con alcune giostrine abbandonate. I ragazzi più grandi, che avevano all’incirca l’età di Alberto, avevano cacciato i più piccoli, per farne la loro base. Stavano là in cinque, confabulavano, si spingevano, ogni tanto si rincorrevano per darsi un pugno o uno schiaffo in pieno volto, ridendo.
Faceva freddo, eppure erano tutti a maniche corte, con i capelli sudati incollati sulla fronte. Uno era in piedi sull’altalena, un altro dietro lo spingeva talmente forte da fargli sfiorare il giro della morte.
Alberto li guardava a distanza con la bocca semicoperta dal giubbetto con la lampo tirata su. Mr. Panko borbottava dalla tasca, ma lui non gli prestava ascolto. Era intimorito e affascinato da quei corpi che si muovevano secondo una meccanica ferina a lui sconosciuta. Il gruppo si accorse di lui.
Le voci aumentarono di intensità. Ma Alberto non distingueva bene cosa dicessero a causa della mistura di dialetto e strane parole inventate. Alberto non era sicuro se fossero urla ostili o se lo stessero solo chiamando. Si avvicinò a piccoli passi; man mano che andava avanti quelli aumentavano le urla e si sbracciavano.
Alberto diceva le cose che gli suggeriva Mr. Panko e la cosa sembrò funzionare. Quelli gli davano pacche sulle spalle che gli facevano male, ma Alberto capiva quanto facesse tutto parte del gioco.
Erano affascinati dal fatto che venisse dalla città. Gli continuavano a chiedere della città, com’erano fatti i bar, quante scuole c’erano, come se non ci fossero mai stati. Le cose non stavano così, Alberto lo intuiva, ma l’esotismo del pronunciare le lettere che compongo la parola città, c-i-t-t-à, di contro al p-a-e-s-e, bastava loro a giustificare la pantomima.
Quello che stava prima in piedi sull’altalena, chiese ad Alberto se avesse mai visto il pozzo. La sua voce aveva un timbro roco che strideva con il volto tondeggiante; come fa il sangue con l’ossigeno, le parole portavano con sé un alito di coca cola e succhi gastrici. Alberto scosse la testa, gli disse che era la prima volta che andava nella casa di campagna e non conosceva la zona. Al sentire quell’agglomerato alfabetico, c-a-s-a-d-i-c-a-m-p-a-g-n-a, scoppiarono tutti a ridere.
Dissero che stavano andando là, al pozzo. Che se non era un cacasotto doveva calarcisi dentro almeno una volta. Poi cominciarono a correre. Il tizio dell’altalena, insieme a un ragazzino pingue con l’apparecchio, lo prese per una manica per trascinarlo con loro. Alberto veniva strattonato, mentre il paese gli attraversava gli occhi come su una giostra. Rischiava di inciampare a ogni metro; un tremore gli gravava sui polmoni, una sensazione che gli entrava dalle narici insieme all’aria che respirava. Il pozzo si trovava poco distante dal bar, alla fine di un vialetto in cui c’erano poche case e un’officina meccanica senza insegne, dove stazionavano più gatti appollaiati tra i pneumatici che macchine. Alla fine della strada cominciava un sentiero che attraversava campi di grano, poi diventava bosco, poi ridiventava campo di grano. Svoltando a destra, in corrispondenza di un bastone conficcato nella terra con una busta gialla legata in cima, si ritrovarono davanti alla grande bocca di pietra.
Andiamocene, diceva Mr. Panko.
«Qua ci abitano gli shmock», disse il ragazzino dell’altalena.
«Cosa sono gli shmock?», chiese Alberto.
I ragazzini si lanciarono delle occhiate interrogative. Come se non fossero tutti unanimi sul da farsi. Si fece avanti un biondino che non aveva notato prima; il più piccolo di statura, e forse anche di età.
«Sono quelle cose che vedi nei corridoi di casa quando ti svegli in piena notte», disse con un difetto di pronuncia che gli faceva arrotare le s, «ma non le vedi davvero, anche se sai che ci sono, tipo a casa mia le vede sempre Kira, che è il mio cane, lei vede le cose che ci stanno dentro al buio, quando il buio si muove».
Quando il buio si muove, sillabò tra sé Alberto senza emettere suoni. Stava pensando a una notte in cui si era svegliato di soprassalto. Due anni fa. L’ultimo anno di vita del suo vecchio cane. La cuccia si trovava accanto al suo letto. La cameretta dava su un breve corridoio. Lui dormiva sul fianco destro. Quando aprì gli occhi, vide la figura scura del cane seduta dentro la cuccia; fissava il corridoio con la coda tra le gambe. Sporse una mano per accarezzarlo. Quello se ne stava immobile con i muscoli tesi. Alberto lanciò un’occhiata assonnata nel corridoio. Non c’era nulla, eppure vedeva qualcosa. La forma del vuoto sembrava viva. Era come se il buio ribollisse.
Il ricordo stava prendendo forma in maniera più nitida, quando si sentì afferrare da tante mani, che per un istante gli sembrarono uscire da quel buio.
I ragazzi lo stavano spingendo verso il bordo del pozzo. Il gorgo di voci incomprensibili era tornato a tuonare, e ora non delimitava più un’area inaccessibile, non era più un confine, ora lui c’era in mezzo, e quella coltre era come altre mani che lo spingevano e lo strattonavano, e poi le mani vere gli avevano afferrato la testa per i capelli.
«Dai, vai giù», sentiva Alberto. Le punte dei capelli pendevano nel cerchio nero. Il petto premeva contro la pietra che delimitava il pozzo. Alberto non riusciva a parlare. Mormorò soltanto di smetterla, che non sapeva come scendere, che non sapeva arrampicarsi con la corda.
Sentì una strana sensazione di vuoto sulla natica destra. La piccola massa di Mr. Panko non premeva più contro i jeans. Mise una mano sulla tasca. Nello stesso momento, qualcuno lo colpì forte sulla nuca. L’impatto della manata lo aveva buttato in avanti, e per poco non cascò dentro il pozzo. Quando si girò, con il collo arrossato, il gruppetto di ragazzini era piegato in due dalle risate. «I pupazzetti!», urlavano, «si porta i pupazzi in tasca, guarda questo coso, gioca ancora…»!
Si spingevano come scimmie impazzite, e in quel caos belluino si lanciavano Mr. Panko, e a ogni lancio qualcuno staccava un pezzo e se lo strofinava sui genitali o ci sputava sopra; prima un braccio, poi una gamba, la testa, un rituale tribale, una carneficina di plastica sotto gli occhi gonfi, rabbiosi e straziati di Alberto. Ma quell’ira rimaneva tutta nel cervello, si trasformava in elettricità senza trasmettersi al corpo. Alberto era un manichino elettrico parlante; non si muoveva, urlava ossessivamente smettetelasmettetelasmettetela senza prendere fiato, con il tono della voce che ogni tanto si incrinava in una sorta di singhiozzo acuto, fino a dissolvere il significato della parola. Più lui diceva smettetela, più quelli ridevano e gli dicevano cacasotto, il cacasotto dalla città, il cacasotto pupazzetto.
Il cielo aveva cominciato a gonfiarsi. I ragazzini si erano stufati, gli avevano tirato i pezzi di Mr. Panko addosso ed erano corsi via. Una pioggia leggera cominciava a scendere, avvolgendo il bosco di una malinconia soffocante. Alberto raccolse i pezzi di Mr. Panko. Le lacrime cadevano sulla plastica sporca di terra, componendo una mistura di fango che Alberto pensava avrebbe rianimato il pupazzo. I pezzi del corpo erano a incastro così Alberto riuscì a riattaccare tutte le parti, anche se aveva smarrito un occhio. Dopo pochi secondi, Mr. Panko disse con tono saggio e comprensivo: te l’avevo detto. Alberto sorrise. La pioggia gocciava dalla punta dei capelli e andava sul naso e sulle guance, si univa alle lacrime e scendeva su Mr. Panko. Prima di tornare a casa, si sporse un’ultima volta nel pozzo.

Alberto sta ancora guardando la buca. Mr. Panko e Jack Action non capiscono. La pioggia batte la terra già da qualche minuto. Alberto se ne accorge solo perché il cerchio nero è sparito. La terra è franata, e ciò che rimane è solo una poltiglia confusa.

***

Un pastore tedesco osserva il volto di Alberto con i suoi occhi gialli da lupo. È il cane dei vicini di casa. Alberto lo fissa sporgendosi dalla staccionata. II giubbetto sintetico preme sul legno e si sgonfia. L’animale si trova in basso, legato con una catena in una discesa d’asfalto che porta al garage della famiglia Bernardi.Alberto è rapito dai movimenti dell’animale. Lo guarda e spera che faccia un gesto. Il cane gira su se stesso facendo tintinnare la catena. Alberto schiude leggermente le labbra, un tenue sbuffo di alito si ghiaccia nell’aria pungente e ostile che anticipa il tramonto.
Il cane ora lo guarda più intensamente; si ferma di nuovo, ma non come prima. C’è un attimo di sospensione; scorrono pochi secondi, poi il cane spicca un balzo verso Alberto, ricadendo con eleganza sulle zampe posteriori. Un bagliore intenso si accende per un istante negli occhi di Alberto. Pensa che in qualche modo si è mosso grazie a lui.
Ora però il cane è tornato all’immobilità. Allora Alberto prende una foglia secca dal prato, si sporge e la lascia cadere nell’aria. Il cane guarda la foglia con il muso inclinato verso sinistra. Non è intimorito, perché la foglia discende con movenze eleganti che nessun essere vivente potrebbe mai interpretare come minacciose. La foglia cade vicino all’animale che può raggiungerla nonostante la catena. Il cane la odora con insistenza. Poi la foglia scompare. Alberto non la vede più. Sente solo il cane masticare. Nella quiete si avverte un lieve crepitio.
Sul volto di Alberto la meraviglia ha lasciato il posto a una concentrazione scientifica. Le sue labbra sono serrate, le arcate dentarie premono l’una contro l’altra, in una tensione che gli fa gonfiare leggermente le guance. Solo i suoi occhi non mutano mai: grandi, indecifrabili e tremanti come di chi sia sempre sull’orlo di piangere.

Alberto non vede altre foglie secche sul prato. Si avvicina al barbecue. Sul bordo in ferro ci sono dei piccoli frammenti di carbone. Ne prende un paio, e si avvicina alla staccionata. Gli occhi gialli del pastore tedesco fissano la sua mano. Alberto lascia cadere il pietrisco. Una pioggia nera cade sull’asfalto, mentre il cane prova a prendere qualche frammento al volo. Poi comincia a girarsi su stesso e a fare piccoli scatti in cerca degli altri pezzi di carbone. Alberto sente forse per la prima volta la potenza dell’affermazione. Sente il suo essere lì, in quel momento, in un modo radicalmente diverso da Jack Action e Mr. Panko. Continua a prendere briciole di carbone e le fa piovere di sotto, e allora il cane comincia ad abbaiare spazientito, come se avesse intuito la beffa. Si agita strattonando la catena. Alberto sente di avere un potere su di lui, di essere una causa e lui un effetto. Il pastore tedesco continua ad abbaiare. Gli occhi di Alberto fissano gli occhi gialli; sta riflettendo su ciò che prova il cane, su ciò che sta facendo. Poi un urlo infrange l’aria e i pensieri, ma in realtà è come un velo, l’urlo non rompe nulla, è una patina che avvolge Alberto, e tutto torna ad essere impenetrabile: il mondo-visto-da-Alberto.
La madre sta urlando, gli dice che è un cretino, non so cosa fare con te, non si fa del male agli animali. Lo guarda come se stesse guardando uno di quei bambini violenti visti in televisione. La madre si sporge e vede il cane che mastica, vede i frammenti neri sul cemento della discesa, sente il crocchiare che proviene dal muso dell’animale. Poi guarda Alberto, gli continua a chiedere perché. Alberto è immobile come prima era immobile il cane legato alla catena. Ma non sta aspettando nulla; dentro la sua testa non sta scorrendo alcun tempo interiore, c’è solo un eterno presente in cui le cose non accadono, non possono più accadere, stanno lì e si dissolvono.
La madre ha gli occhi umidi, è indecisa e intimorita. Il latrato del cane sale da sotto come il borbottio di un vulcano che annuncia l’eruzione. L’aria si carica di un’attesa inquieta.
Poi il braccio della madre si alza verso il cielo con una lentezza innaturale ed eccessivamente drammatica. L’elettricità nell’aria sembra caricare il tempo. I secondi diventano ore-nella-mente-di-Alberto. L’arto prende velocità come un asteroide. E Alberto osserva l’orbita del palmo della mano che sembra voler entrare nei suoi occhi che ora sono due buchi neri che vorrebbero risucchiare quell’arto-asteroide, invece l’asteroide dismette la sua materia per diventare dolore, per diventare altra elettricità che ora squassa l’interno del suo volto e si propaga fino alle gambe.
Alberto è a terra.
Quando si rialza succede qualcosa di strano. Guarda la madre tenendosi la guancia; la sua bocca si apre come una voragine, ma non esce alcun suono. Il grido di Alberto è tutto dentro di sé, solo lui può sentirlo, forse anche Mr. Panko e Jack Action. Il volto è contratto in una smorfia che la madre non aveva mai visto. Lei non sa che fare, gli urla di smetterla, gli mette le mani sulle spalle e lo scuote. Il volto di Alberto si contrae ancora di più, la sua bocca sembra voler strappare la faccia in cui è incastonata, dilaniando l’attaccatura tra mandibola e mascella. La madre comincia a piangere. Tira un vento tagliente che smuove la vestaglia della donna. Poi arriva la seconda volta: la mano della madre ha impattato lo stesso punto della guancia, ma con meno violenza. Alberto la fissa in modo diverso da prima. La sua bocca ora è serrata, il volto rilassato, gli occhi brillano di una strana determinazione. Lo schiaffo sembra aver sbloccato un meccanismo inceppato, una crepa si è aperta e l’elettricità è fuoriuscita per dileguarsi nel cielo gonfio. Alberto si gira di spalle, rimane fermo qualche secondo, poi si mette a correre più veloce che può. La madre prova a chiamarlo, ma lui ha già aperto il cancelletto del giardino ed è scappato in strada.

Era un giovedì quando il padre entrò nella cameretta di Alberto annunciandogli la fine dei lavori nella casa di campagna. Alberto non disse niente, continuava a tenere la mano sinistra, con le dita sporche di inchiostro nero, poggiata su un foglio, dove si vedevano tratteggiate tante forme di mani. Sembrò impassibile alla notizia, ma non stava più preoccupando del foglio, lo guardava fisso ma pensava alla casa in campagna, un pensiero che gli metteva tranquillità.

Ora, invece, per Alberto la casa di campagna ha due facce. Nella rappresentazione apparente ci sono la tranquillità l’odore della colazione l’erba umida del mattino i suoni delle campane il silenzio felice. Nel suo insieme semantico reale c’è lo smarrimento le urla l’elettricità che entra dentro e brucia tutto gli shmock il silenzio che pesa sulle spalle che stringe le tempie come la mano di un demone.
Alberto pensa a tutto questo mentre il petto preme contro la pietra. La testa pende nell’oscurità. Dal fondo del pozzo sale un odore che Alberto non sa distinguere. Si china per terra, prende una manciata di sassi e li lascia cadere come ha fatto con il cane poco prima. Alberto compie l’operazione con attenzione, come se fosse un rituale. Ma questa volta non si muove nulla, il mondo non risponde; non sente nemmeno l’impatto del pietrisco. Allora Alberto si allunga per prendere la corda. La tiene stretta nella mano, la tira. La corda è umida per la pioggia, ma in televisione ha sentito dire che una corda bagnata è più resistente. Così si fa coraggio. Poi tira fuori Mr. Panko dalla tasca di dietro dei jeans e Jack Action da quella destra laterale e li poggia per terra. Si china e comincia a scavare a mani nude. La terra è morbida e le sue dita affondano con facilità. Scava per una manciata di minuti. Non è una buca profonda. Prende Mr. Panko e Jack Action e li adagia sul fondo del terreno. Avvicina una mano tesa alla fronte; vuole imitare il gesto che ha visto fare in televisione a un personaggio in divisa di fronte alle bare con la bandiera americana. Torna a prendere la corda, stavolta la tiene salda con tutte e due le mani.
Alberto è in piedi sul bordo del pozzo. Lancia un’occhiata dietro di sé, in un punto in cui il terreno è smosso e irregolare, fa ancora un cenno di saluto con la testa e salta aggrappandosi alla corda.

Scende lentamente, ma non ha paura di cadere. Il buio si arrampica per le pareti del pozzo come se volesse uscire fuori. Un brusio cresce nella testa di Alberto, e non riesce a capire se sono i suoi pensieri. Più scende, più il buio si arrampica, fino a quando Alberto ne è immerso.
Alberto avverte che qualcosa nell’atmosfera dell’ambiente è cambiato. Prova ad allungare un piede, tocca la superficie con la punta della scarpa da ginnastica. A giudicare da quello che vedeva sporgendosi dal bordo in pietra, non si aspettava di trovare il fondo del pozzo così presto. In alto non si vede più l’apertura, il cerchio plumbeo del cielo ancora gonfio di pioggia è scomparso. Il brusio ha aumentato d’intensità. Ma Alberto non riesce a percepire nient’altro, lo spazio è privo di punti di riferimento. Prova a camminare con le braccia protese ma non incontra alcuna parete. La geometria dell’ambiente è ora indecifrabile. Il brusio copre il rumore dei suoi passi, e lui non è nemmeno più sicuro di stare effettivamente camminando. Uno spazio vuoto e infinito. È come galleggiare.

Alberto ha l’impressione di intravedere qualcosa in quel buio, l’oscurità sembra diradarsi per un attimo, poi si ricompatta, ma non è nulla, il buio ribolle come quella volta nel corridoio. Ora però non c’è nessun cane. C’è solo Alberto.
E le ombre che si muovono nell’oscurità, sovrapponendosi, intersecandosi, generando figure incomprensibili. C’è qualcosa, o più cose, che tentano di assumere una forma.
Ma Alberto non ha paura.
Per la prima volta sente che non sarà più solo.

Simone Sauza

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