NOVO! PAZZESCO! ROMANO! #4: La tana della Vipera #2

Ci scrivono: “Cari amici di Verde, dove posso leggere il racconto di Stefano Felici cor Brasiliano protagonista?” Carissimo, a che condizioni, piuttosto; le ha fissate direttamente l’autore qua. È abbastanza chiaro? Ce lo auguriamo. Sul dove: è uno scherzo, vero? Si avvicina il primo anniversario della crisi che quasi chiuse Verde. Cominciò tutto il 30 marzo scorso e non è ancora finita. Per festeggiare un anno vissuto polemicamente, stiamo preparando cose 🆎️normi, come usa dire adesso. Domani, salvo ritardi per cui vale la solita regola (non dobbiamo scuse a nessuno, benedetti ragazzi), sveleremo il nostro VERDE 4X4 VAN. Consiglio spassionato: rimanete in ascolto.
Il fascismo ci piace molto, ma per scherzo. È l’unica risposta che ci è venuta da dare all’ennesima letterina che ci ha fatto pensare. Rilassatevi ragazzi, non dovete stupirci per forza, non ci stupiamo più dal 2008. E naturalmente il racconto non lo abbiamo ancora letto, ci penserà il comitato di lettura.
A proposito di sagome: pensate di avere amici di penna un po’ weirdo? Ricredetevi. Vi presentiamo Geraldo Costamagna, l’uomo che sussurava (in latino) email “ammiccanti”. Ma voi conoscete già il Cyber-risorgimental-western-zuzzurellone, in un acronimo: CPS (Cyber-punk Siciliano) e in un titolo La tana della vipera. Questa è la seconda puntata in esclusiva per il NOVO! PAZZESCO! ROMANO!, il canone di schifo e altre storie impresentabili lanciato da Verde.
L’illustrazione è di Paolo Massagli (e questa vignetta è un po’ COS). Buon fine settimana persone, saluti a tutti e eterna riconoscenza a chi ci spiegherà chi è questo Brasiliano e perché siamo costretti a parlarne. E pure a chi smetterà di chiederci “Perché Verde”: sì, la risposta è scritta qua (“mai stato così vicino al mostro”).

Mi riebbi con un odore di sangue e di sudore sotto il naso. Sentii la paura come una sottile vibrazione dell’aria umida. Infine capii di essere legato.
Percepii un eccitante indizio di morte che mi fece riprendere i sensi rapidamente anche se, intorno a me, nessuno gridava o si lamentava. Ero stato abituato fin da piccolo a percepirlo, quell’allarme, lo stesso che i maiali della fattoria di mio padre provavano e si tramandavano da generazioni. Quasi nessuno dei suini riusciva mai a scappare, ma quelli che ce la facevano, se mio padre riusciva a riacciuffarli, venivano graziati.
Quando cominciai a riacquistare la vista, capii perché, nonostante sentissi la morte a un palmo, non ci fosse neanche il minimo schiamazzo o gemito. Torturavano Remo, che era la sola creatura che avessi conosciuto, oltre alle piante naturalmente, non solo incapace di parlare, ma incapace del tutto di produrre rumori, involontari e non.
Due uomini grossi e con dei baffi esagerati da domatore, gli avevano strappato il rubino dall’orbita. Così, mentre lo prendevano a calci e sputi, dileggiandolo, si passavano l’occhio rosso come una pallina da volano, controllando a che punto fosse, solo di tanto in tanto, il loro pestaggio a morte. Remo, piccolo di statura e non molto robusto, si contorceva con movimenti sempre più convulsi, come se gli avessero schiacciato ormai decine di nervi e non avesse più padronanza del proprio corpo.

Gli altri due miei compagni stavano negli angoli opposti della stanza, che era un cubicolo sporco e trasudante una strana melma verdastra. Puzzava di bestia al macello e di oscurità perpetrata. Anche Toni e McCallaghan erano legati per bene. Si dimenavano, ma senza sortire effetti di sorta. Gli odiosi aguzzini avevano trovato di sicuro un modo per disattivare il braccio di McCallaghan.
Sembrava che torturassero Remo con incredibile gusto. Non dovevano essere i capi, non dovevano contare niente. Supponevamo che il mandante del nostro rapimento fosse una faccia nota, mentre quei baffoni, quei baffoni erano solo carne da macello, meri sadici e solerti esecutori.
Barcollando, Remo si rialzò. Tremava e sanguinava dalla testa ai piedi. Anche lui in quel momento era carne da macello; il nostro buon Remo occhio di rubino, il nostro compare di mille imprese. Lo vidi cercare un equilibrio stabile, spaesato dal buio senza suoni nella sua testa, e nella spina dorsale provai una fitta di dolore per lui. Una scossa. Davanti a loro così imponenti sembrava un cucciolo.
Il baffone a sinistra, il più grande e grosso dei due, fece sporgere dal pugno chiuso l’occhio di rubino e gli menò un colpo in faccia con tale forza da maciullargli il naso e sfregiargli lo zigomo sinistro. Tra le loro risate fastidiose e capronesche, di nuovo Remo stramazzò al suolo. Con una dignità che gli era imposta dalla natura non emise il minimo lamento. Poi, con il tacco del loro elegante stivale, i due cominciarono a bersagliargli il volto e il collo. Lo spianavano con delle tacchettate precise e si insinuavano nelle ferite di punta. Lo colpivano con una crudeltà inaudita, e la pozza di sangue in cui giaceva si allargava sempre di più, senza accennare a smettere. In quel momento, come una baionetta, mi trapassò la testa la coincidenza.
La accolsi e la rilasciai nello spazio, i legacci scomparvero da me, Toni e McCallaghan e si materializzarono attorno a loro. Ora i due aguzzini erano legati, stretti schiena a schiena, come un salame unico. Nel momento stesso in cui si resero conto di essere liberi i miei due compari furono addosso ai baffoni. McCallaghan, che aveva il braccio robotico penzolante, come morto, lo utilizzò come arma contundente per sgozzare il suo avversario. Toni, a cui erano state sottratte le pistole, si gettò sul nemico e lo soffocò lentamente, tappandogli le vie respiratorie con le mani pelose.

«Hanno ucciso Remo, l’hanno ucciso, infami, che voi siate dannati in eterno. Guarda che cosa gli hanno fatto. Guarda che cosa gli hanno fatto!», si lamentava Toni ad alta voce, piagnucolando in ginocchio sul cadavere del nostro compare prima che un pugno, non meccanico ma comunque ben assestato di McCallaghan gli togliesse il fiato.
«Vuoi farci scoprire tutti, figlio di una meretrice? Come noi, sapeva cosa rischiava. L’ha saputo sempre».
Dai cadaveri dei due baffoni sfilai l’occhio di rubino. Poi misi la banda a parte delle mie preoccupazioni: non avevamo più nessuno che potesse leggere la spilla!
«Magari potresti cavare un occhio», osservò McCallaghan, «e provare ad infilartelo».
«Ma madonna maiala», si scandalizzò Toni, «ti sembra questo il modo di scherzare? Il nostro compare è morto e tu deridi il suo cadavere? È morto per la sacra sindone di Cristo infame».

Erano chiare due cose, a quel punto. Che da solo sarebbe stato terribilmente difficile gestire Toni e McCallaghan. E la seconda: il problema principale del momento era trovare l’uscita da quella stanza. Fu in quel momento che ebbi, solo un attimo, la sensazione che ci stessero osservando.

CONTINUA (qui tutte le puntate)

Geraldo Costamagna

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