La vera storia di Dolly Mendoza

Care amiche, benedetti ragazzi, Verde è tornata su Facebook (e sono tornati anche i sondaggi della domenica: qua il primo del nuovo corso, come al solito un testa a testa pazzesco, votate!) dopo due settimane difficili di non poesia, litwrestling, fascismo e altre cose divertenti che non faremo mai più. La vecchia pagina è stata chiusa, abbiamo perso l’intero nostro archivio di preziose e complesse narrazioni, autonarrazioni e metanarrazioni accelerazioniste, intersezioniste e umaniste, ne usciamo a pezzi pieni di dubbi ma più vivi di prima e con una nuova pagina (qua). Frangar non Flectar, dicevano quelli. Ci restano le certezze delle nostre illustrazioni, dei nostri racconti, citati in molte delle liste litweb che avete letto nelle vostre bolle (questa e questa, su tutte) e del nostro fedele pubblico.

A proposito. Ci scrivono: “Cari amici di Verde, ho letto sul Post due articoli che vi vorrei segnalare.
Il primo è la storia pazzesca di un impostore seriale che ha raccontato più bugie di Luigi Maria Gaggiollo.
Il secondo riferisce di una brutta vicenda che ha “purtroppo” riguardato “amici” a noi vicini.
Né il vincitore della prima edizione né la vincitrice della seconda del Premio Augusta, sponsorizzato dal Comune di Torino e patrocinato dalla Regione Piemonte, dal Salone del Libro di Torino e dall’Istituto Treccani, hanno mai ricevuto la somma di denaro pattuita.
Cito dal pezzo: “Tra gli addetti ai lavori del mondo dei libri non si è parlato della mancata assegnazione dei premi, almeno non pubblicamente”, ma per fortuna “l’attenzione nei confronti del premio Augusta è diminuita dalla prima alla seconda e poi alla terza edizione. Se alla prima edizione avevano partecipato libri di case editrici non grandi ma comunque affermate e note, quelli in concorso alle edizioni successive sono stati pubblicati da case editrici più piccole e con una distribuzione minore.”
E ancora: “I premi non sono l’unica cosa che l’Associazione Musiculturale Augusta, l’ente torinese organizzatore del concorso, ha pagato solo parzialmente: anche con i compensi dei giurati ci sono stati dei problemi.”
La nota “positiva” è che OVVIAMENTE non è mancata solidarietà tra gli scrittori loro malgrado coinvolti: “Gianluigi Ricuperati, presidente della giuria della prima edizione del premio, ha detto di aver rinunciato a parte del suo compenso – che l’Associazione non poteva pagargli completamente – per darla agli altri due membri della giuria, la scrittrice Letizia Muratori e lo scrittore Vanni Santoni.” Che ha tempestivamente ricambiato con altrettanta generosità.
Continuerò a monitorare la vicenda e vi terrò aggiornati sugli sviluppi.
Un’amica che preferisce rimanere anonima”.

Cara amica anonima,
qua su Verde diamo spazio a ogni voce, ma la nostra posizione sui patetici complotti insel e sulle sedicenti conventicole romane è nota: non esiste alcuna cupola mafiosa, l’editoria, come ogni altro fenomeno umano, si regge sulla triade darwiniana movente-mezzi-opportunità. Tutto il resto sono chiacchiere da bar, non da rivista. Le allusioni, le insinuazioni, le voci di corridoio non ci piacciono e le ridicole polemichette pazze le spegniamo sul nascere. Ritenta con qualcun altro, sarai più fortunata. E crediamo di avere detto tutto.

Le cose serie, adesso. Veniamo al racconto di oggi. L’autrice, Claudia Grande, ha 28 anni. È laureata in Giurisprudenza. Ha lavorato in uno studio legale internazionale, occupandosi di diritto commerciale e societario. Ha pubblicato racconti in diverse antologie, ha partecipato a reading letterari al Book Pride 2018 e al SalTo 2018, con i racconti “Fotografie” e “Il cacciatore di farfalle”. Ha curato un blog di racconti per il Lovers Film Festival LGBTQI Visions di Torino (edizione 2018). Con La vera storia di Dolly Mendoza, un racconto che siamo molto lieti di pubblicare, è per la prima volta su Verde.
L’illustrazione è di Paolo Massagli.
Buona lettura e buon inizio di settimana, la nostra sarà flameggiante e memetica, ce lo sentiamo (avete già firmato il nostro appello? Lo trovate qua).

Ciao Curtis. Come va? Vorrei dirti che ti trovo bene. Vorrei chiederti se a casa è tutto ok e rivolgerti qualche domanda di cortesia, ma non posso. Mi trovo dalla parte sbagliata del televisore. Sono nata e cresciuta nel posto sbagliato al momento sbagliato e me ne sono fatta una ragione, perciò non preoccuparti. Se stai guardando questo nastro significa che sei abbastanza cotto di Dolly da cementare il posteriore su di una poltrona, un divano o qualsiasi altra roba parcheggiata nella tua maxivilla in Malibu Road, accanto a quella di Pierce Brosnan, ascoltando le parole di una grassona che a quanto pare ti conosce. Strano? Forse un po’. Forse più di un po’, dato che non ci siamo mai visti. In ogni caso, non voglio farti del male: questo non è un video minatorio. Non voglio i tuoi soldi, né qualsiasi cosa i tuoi soldi possano comprare; sono più ricca di te, sai? Voglio raccontarti una storia, ecco tutto. E poi voglio farti una proposta.
Che te ne pare? Mi ascolterai?
Presumo che tu abbia detto di sì – ci tengo alla mia storia. L’ho scritta su questi fogli, giusto per non perdere il filo mentre parlo. Mettiti comodo, Curtis. Chiudi gli occhi e fai un bel respiro, se ti serve; io conto fino a tre, dopo incominciamo. Ok?
Uno, due, tre.

Sadie Dolores Nicole Miller è nata a San Francisco il 16 luglio 1987 da Arthur Asher Miller – meccanico e tassista abusivo che con il drammaturgo, scrittore, giornalista e sceneggiatore statunitense condivide inconsapevolmente nome e cognome e Susan Smith – mamma e alcolista a tempo pieno, ennesimo anello di una catena interminabile di Smith. Arthur e Susan si sono conosciuti trent’anni fa in uno squallido bar di San Francisco, a Chinatown o Castro, Susan non ricorda; ricorda però che al loro tenero atto di congiunzione carnale seguirono, nell’ordine: un matrimonio riparatore (ero sbronza, mica scema, ha borbottato Susan quando le ho chiesto perché cavolo ha sposato Arthur, se lo detesta) e una figlia, una bambina bellissima di nome Sadie. Aveva gli occhi tristi, dice Susan, come se Sadie fosse una specie di storpiatura di “sad” e non significasse invece “principessa”.

Susan è proprio una capra ignorante, Curtis. Bisogna prenderla com’è. Mi piacerebbe cambiarla, in verità, ma, sto divagando, lo so. Scusa. Non mi capita spesso di parlare con qualcuno. Anzi, credo che dopo di oggi non lo farò più.
Sadie aveva i capelli rossi come il Golden Gate Bridge, gli occhi blu come l’oceano, la pelle candida come la schiuma che ne increspa le onde. Arthur e Susan la istruirono in casa: la scuola costa troppo, diceva Arthur, non possiamo permettercela; ragione per cui Sadie imparò a stento a leggere e scrivere. Crebbe senza amici, lontana da San Francisco, in una casa di campagna con staccionata bianca; un paio di cugini avrebbero potuto tenerle compagnia, ma i genitori interruppero i rapporti con le rispettive famiglie dopo che Susan, ubriaca fradicia, rovinò il pranzo di Natale del ’93 definendo la madre di Arthur “vacca da monta in calore”, e dimostrando peraltro scarse conoscenze in tema di zoologia, o meglio in tema di bovidi, ordine degli artiodattili, sottordine dei ruminanti. Sadie si rifugiò quindi nel sogno di diventare un’attrice, mestiere che le avrebbe permesso di guadagnare a sufficienza per liberarsi dei suoi detestabili genitori.
Era il 1995.

Susan insistette a lungo affinché Arthur concedesse a Sadie di frequentare lo Young Conservatory della ACT, accademia teatrale tra le più prestigiose di San Francisco, e potrei scommettere la testa che non lo fece in quanto madre amorevole – oh no, voler bene a qualcuno non è da lei; credo, piuttosto, che avesse intravisto nella bellezza di Sadie la possibilità di affrancarsi dal portafogli di Arthur, il quale avrebbe cacciato entrambe a pedate dalla sua casa di campagna con staccionata bianca se non fosse stato schiavo, come tutti gli uomini, dell’eterno bisogno di svuotarsi i testicoli. Secondo Susan, Sadie si confermò la bambina più talentuosa che avesse mai calcato il palco dello Young Conservatory; dietro consiglio della signorina Brown, insegnante prediletta della piccola, Susan trascinò Sadie al suo primo provino all’età di nove anni e mezzo. Sadie venne rifiutata per un soffio, dice Susan, ancora sconvolta dalle parole di quel fesso del regista, un certo Billy o Bune o qualcosa del genere:
«Sua figlia ha una voce talmente brutta che mi ha invogliato a diventare sordo».

Susan valutò insieme ad Arthur di sporgere denuncia contro il famigerato Ben o Bob o come diavolo si chiamava; l’avvocato di Arthur persuase la coppia ad accantonare le vie legali, incanalando piuttosto l’indiscusso talento di Sadie Miller verso altri lidi: la danza classica, per esempio, o i concorsi di bellezza per bambine. In barba allo scetticismo dell’avvocato e al disprezzo di Boe o Bud, nel 1996 Sadie incominciò ad apparire in commedie a basso budget dai titoli imbarazzanti, come La svitatissima famiglia Gubler, Le avventure di Kitty e Ketty: il mistero di Saint Peter’s Prep e Bad mommy: la mamma più cattiva del mondo; le particine di Sadie avevano in comune una caratteristica: Sadie non parlava. La medesima peculiarità distinse in seguito il personaggio di Trudy – orfanella muta coprotagonista della commedia natalizia Oh, oh, oh, arriva Santa Claus!, la cui interpretazione garantì a Sadie un largo consenso presso il pubblico. Nonostante i pollici versi della critica, Oh, oh, oh, arriva Santa Claus! sbancò i botteghini, tanto che a Sadie fu proposto di girarne un capitolo due. La sua carriera sembrava destinata ai più rosei fasti, ma sfortunatamente il suo corpo entrò in fase di sviluppo: nel 2001 la fanciulla vantava un paio di bocce grosse al punto di stroncare l’illusione che l’ex bambina e neo–lolita potesse ancora vestire i panni di Trudy. Sadie dovette rinunciare alla parte nel sequel Oh, oh, oh, è tornato Santa Claus!, così come a successive proposte; quelle tette sembravano una maledizione di Dio e tali sarebbero rimaste fino al 15 febbraio 2005, il giorno in cui Chadwick Lee Evans, uno dei registi più apprezzati del momento, si accorse di me.
Lo stesso accadde alla mia famiglia.
Conosci Chadwick, vero Curtis? Lo so, lo so, in quell’ambiente vi conoscete tutti.

«È perfetta» ha detto Chadwick, ed è stato come se Susan mi avesse vista per la prima volta; Arthur non c’era, ma lei si è addirittura preoccupata di telefonargli. E Sadie ha ricordato il mio nome. Nonostante vivessimo sotto lo stesso tetto continuava a chiamarmi Dakota. Ha imparato a stento due lettere, l’imbecille: mi chiamo Brooklyn. Ho ventisette anni e sono la sorella minore di Sadie.
Ho preso da Arthur lo zotico sovrappeso, quindi sono grassa e sfigata, di quelle grasse sfigate in balia della cattiveria altrui; ho scoperto a mie spese che gli esseri umani sanno essere molto ingegnosi quando si tratta di fare del male agli altri. Sono intelligente, troppo per la mia condizione: Arthur e Susan non mi hanno permesso di frequentare la scuola ma ho compensato leggendo, a differenza di Sadie. Sono brutta oltre che grassa – te ne sarai accorto, Curtis. Del resto, che cosa avrei potuto sperare di ottenere dal corredo genetico di Arthur Asher Miller e Susan Smith? Sembra che la bellezza se la sia accaparrata tutta quanta Sadie, che l’abbia succhiata voracemente dai nostri genitori, come se l’oscenità della nostra famiglia fosse fluita nelle sue vene per tramutarsi in un distillato della più pura armonia celeste. Il mio unico pregio è la voce, o almeno questo sostiene Chadwick. Ah, Chadwick Lee Evans. Non so se definirlo carceriere o salvatore.
Forse potrai dirmelo tu, Curtis.

Ho incontrato Chadwick accompagnando Sadie all’ennesimo provino per l’ennesimo ruolo in un “progetto artistico” addirittura peggiore dei precedenti: una scadentissima serie TV piena zeppa di sesso, droga e pallottole, ambientata in Messico. Susan doveva passare dal parrucchiere, quindi è toccato alla sottoscritta scarrozzare Sadie fino al palazzone d’epoca su Market Street in cui si svolgevano le audizioni; cercavano una ragazza prosperosa, tra i sedici e i venti, che interpretasse la protagonista della serie, ossia la conturbante figlioccia di un reverendo ispanoamericano. Tentai di far notare a Sadie che il colore della sua pelle avrebbe costituto un intralcio di non scarso rilievo, ma lei non volle ascoltarmi. Sadie non era fuori strada, in fin dei conti. Quando mise piede sul palco Chadwick Lee Evans ebbe un’erezione. Potrei giurarci. Io mi godevo la scena da dietro le quinte: quel maiale incartapecorito si è sciolto davanti alle tette di una Sadie poco più che diciottenne; non appena mia sorella aprì la bocca, tuttavia, il buon Chadwick saltò letteralmente sulla sedia; gli assistenti di regia rimasero attoniti, poi scoppiarono a ridere; alle risate degli assistenti si aggiunsero quelle delle ragazzine in fila per il provino e quelle delle loro madri, degli inservienti di pulizia, dei tecnici del suono, dei ragazzetti assoldati per preparare il caffè a Chadwick e alla sua combriccola di sedicenti artisti: ci fu molto da ridere per tutti quel giorno, a San Francisco, nel palazzone affacciato su Market Street, tranne che per me. Odiavo Sadie, la odio ancora; ma sai Curtis, non mi piace chi si prende gioco degli altri. Raggiunsi mia sorella sul palco.

Aveva lo sguardo fisso a terra. Minuscole gocce ticchettavano sul parquet: lacrime di Sadie. Mi sentivo a disagio, come se l’avessi vista nuda per la prima volta. Le risate pian piano si tramutarono in silenzio, e il silenzio divenne impazienza, poi rabbia: io e Sadie dovevamo liberare il palco, e alla svelta; c’era gente in fila per il provino che non avrebbe aspettato i nostri comodi. Urlarono “cicciona”, e qualcosa tipo “scaldabagno”. Quando ho risposto agli insulti non l’ho fatto per difendere Sadie, né per me stessa: non voglio bene a nessuna delle due. Non ero arrabbiata, non più del solito. Sentivo solo di doverlo fare. Avrei potuto tenere Sadie per mano, scappare da quel buco d’inferno, evitando di redarguire assistenti di regia con l’esaurimento nervoso e uno stuolo di madri inferocite; avrei potuto restare dietro le quinte, osservare quelle bestie saziarsi delle membra di mia sorella, spolpando con foga vorace le sue ossa sanguinanti; avrei potuto dare fuoco ai tendoni del palco e dopo avrei potuto gridare, chiamare aiuto fingendomi innocente o piangere, magari, battermi il petto, pestare i piedi, sputare in faccia a Chadwick e prendere a schiaffi Sadie, schiaffeggiarla per avermi trascinato in quel covo di vecchi bavosi e bambine adescatrici; e invece ho usato la voce. La mia voce.
Un bravo psicologo direbbe che l’ho fatto di proposito, ma adesso sono stanca di leggere, Curtis. Voglio parlarti con il cuore. Certe cose non si mettono per iscritto, non si decidono; certe cose capitano e basta, ma un bravo psicologo non sarebbe d’accordo.
Tu lo sapevi Brooklyn, direbbe.

Sapevi di avere una voce soave al punto da cancellare il disgusto per quella di Sadie, sapevi che Chadwick ti avrebbe scritturato perché una voce del genere non la si fa scappare, oh no, sarebbe contro le logiche del profitto, e lo sapevi da quando hai conosciuto Buddy; te lo ricordi Buddy, cara Brooklyn, il tizio brufoloso che serviva panini nel Mc Donald’s a pochi chilometri a casa tua, l’unico ragazzo che abbia avuto il coraggio di scoparti attraverso un buco nel muro tra il bagno delle donne e quello degli uomini – due stanze, una parete in comune e un buco in mezzo a completare l’opera; neppure ti piaceva quel Buddy, non ti è mai piaciuto perché aveva la faccia butterata, però te lo ricordi eccome il suo cazzo, un grosso cazzone rosso che sporgeva da quella stupida fessura e tu che lo guardavi con tanto d’occhi neanche fosse un animale raro o in via d’estinzione e ti avvicinavi e lo toccavi per non fartelo scappare, prima adagio, con un movimento ritmato e leggero, poi veloce, più veloce, sempre più forte; e ricordi che dopo qualche secondo ti sei voltata di spalle, poggiando le chiappe sulla parete, e avete avuto un amplesso completo attraverso il maledettissimo buco, un forellino di gloria targato Mc Donald’s; e mentre Buddy ti sbatteva da dietro a una lastra di cemento per non doverti guardare in faccia, per non guardare il tuo corpo, un cumulo informe di massa lipidica e pelle flaccida, ha strillato parlami Brooklyn, fammi sentire quella vocina sexy che ti ritrovi, ti sposerei, porca puttana, se potessimo trascorrere la vita senza vederci, senza toccarci, sussurrandoci cose sporche al telefono; e tu hai parlato, romantica Brooklyn, hai sussurrato cose sporche, le più sporche che si possano immaginare, e allora Buddy non è riuscito a trattenersi, è venuto all’istante, appena il tempo di due colpi di natica ben assestati con rimbalzo sulle pareti del cesso; e quando Buddy ha finito, tenera Brooklyn, è scappato dal bagno senza bussare alla tua porta – se n’è andato e basta, è corso via, è tornato a smerciare panini dietro al bancone del Mc Donald’s, quei panini unti e bisunti che ti piacciono tanto, e tutto questo, povera, piccola Brooklyn, è successo per un motivo: la tua voce. Nessuno ti avrebbe scopato senza quella vocina sexy che ti ritrovi, nemmeno attraverso un buco, nemmeno con una lastra di cemento a tenere lontano il tuo grasso, schifosissimo corpo.
Un bravo psicologo direbbe questo, Curtis.

Mi piacerebbe chiederti da che parte stai. Se pensi che abbia parlato di proposito davanti a Chadwick, facendo in modo che mi notasse. Ti assicuro che non è come sembra.
Io non sapevo. Non potevo lontanamente immaginare.
Meglio andare avanti; il nastro, non ho controllato quanto dura, adesso riprendo i fogli, sì; aspetta che trovo la pagina… eccola qui.

Chadwick ha mandato via sgualdrine da provinare, accompagnatori, assistenti, ragazzetti col caffè, così siamo rimasti in quattro: io, Sadie, il vecchio porco e Susan. Già, Susan, che intanto ci aveva raggiunti nel palazzone su Market Street. È calato il silenzio. All’improvviso, Chadwick ha detto:
«Perché non unire il corpo di Sadie e la voce di Brooklyn? Potremmo tirare fuori da voi due una sex symbol di fama mondiale!»
Non ho fatto in tempo a muovere obiezioni che già Sadie e Susan strillavano sììì, pronte a firmare qualsiasi contratto; Chadwick, intanto, mi guardava con gli occhi di un assetato che inciampa in un pozzo al centro del deserto. Sadie si sarebbe tinta i capelli di nero e si sarebbe cosparsa di lozione autoabbronzante; dopodiché, avrebbe dovuto cambiare nome e cognome, scegliendo qualcosa del tipo Ramirez o Sanchez o Mendoza – ma sì, Mendoza ti starebbe a pennello; e cancellare Brooklyn Miller dal registro delle nascite. Non deve più esserci traccia di te Brooklyn, ha detto Chadwick, nessuno deve ricordare che esisti. È buffo constatare che la prima e unica volta in cui un uomo si è accorto di me lo abbia fatto per chiedermi di sparire, senza sapere che sono invisibile. Credo che perfino Buddy non ricordi di avermi conosciuto. E come potrebbe: c’era un muro a dividerci. Divertente, ho pensato.
«Signorina Mendoza, c’è qualche nome in particolare che le piacerebbe ricevere?», ha detto Chadwick, rivolgendosi alla mia splendida sorella.
«Sì», ha cinguettato Sadie. «Vorrei chiamarmi Dolores. Va bene anche Dolly, se preferisci».
«Dolly Mendoza!» ha esclamato Chadwick, «davvero perfetto».

E così, Sadie Dolores Nicole Miller, nata a San Francisco il 16 luglio 1987 da Arthur Asher Miller e Susan Smith, scomparve dalla faccia della terra insieme alla sorella Brooklyn Miller per cedere il posto a Dolores Engracia Carmencita Mendoza, in arte Dolly Mendoza, nata a San Francisco lo stesso giorno dello stesso mese dello stesso anno di Sadie. Genitori: ignoti. Dolly Mendoza la trovatella! Una calamita acchiappaconsensi, come pronosticato Chadwick.
Da quel giorno non sono più uscita di casa.

Sadie me lo ha impedito dietro ordine tassativo di Chadwick – pena, la morte di Dolly. Susan mi teneva sotto chiave, favorendo il successo di Sadie; mi drogava, per giunta. Sonniferi nel cibo, cose del genere. Vedevo la luce soltanto per doppiare Dolly in studi di registrazione di cui Chadwick mi forniva l’indirizzo poche ore prima dei lavori. Dolly Mendoza, la bomba sexy ispano–americana scoperta da Chadwick Lee Evans, divenne in pochi mesi l’attrice più amata degli Stati Uniti; la sua inarrestabile ascesa si doveva tanto alla straordinaria bellezza, quanto alla voce: morbida e seducente, faceva impazzire gli uomini. Ancora oggi, mentre seguo le labbra di Dolly che si aprono e si chiudono sullo schermo del televisore, le parole gridate da Buddy dentro al cesso del Mac Donald’s mi rimbombano nel cervello. Le parole, le parole; è sempre colpa delle parole.
E tu Curtis, ricordi le parole di Buddy?
Posso ripetertele, ma prima bisogna tirare le somme di questa storia.

Avrai notato che Dolly lavora in via esclusiva con Chadwick e una ristretta cerchia di attori, vincolati al nostro segreto da rigidissimi Non Disclosure Agreement; avrai notato che non rilascia interviste, non si presenta alle cerimonie di premiazione, non frequenta le feste vip né si concede alla mondanità. Il fatto è che Dolly non può vivere al di là dello schermo perché non posso doppiarla: Sadie non esce di casa. Proprio come me. Chadwick glielo permetterebbe – si fida di mia sorella; lei non vuole, però. Non ha il coraggio. Una sola, misera parola pronunciata al momento sbagliato le costerebbe la carriera. Io sto bene in casa, soprattutto da quando ci siamo trasferite a Los Angeles, lontano dai nostri genitori (abbiamo una villa tutta nostra, zona Beverly Hills, circondata di guardie vestite di nero che sorvegliano notte e giorno il perimetro); Sadie è strana, invece: non si alza dal letto, vomita quello che mangia, non parla. Credo sia depressa. Che tristezza.

Siamo molto tristi, io e Sadie. Dolly Mendoza è una ragazza tristissima.
O almeno, lo era; finché non sei arrivato tu, Curtis.

Spalmavo l’autoabbronzante a Sadie, l’altroieri, quando Chadwick le ha mandato un messaggio: ho scritturato un nuovo attore, tesoro! Si chiama Curtis Wright. Sembra un nome da insegnante di scienze, ho ridacchiato. Sadie, incuriosita, ha fatto una ricerca su Google. Devo ammettere, Curtis, che sei un gran bel ragazzo. Veniamo alla proposta. Non l’ avrai mica dimenticata? Credo proprio di no, se sei arrivato a questo punto del video; e se l’hai fatto significa che io, che Dolly Mendoza ti piace. Ho indovinato? Sono sicura che Chadwick ti abbia scritturato per questo: spera che tu possa consolarla. Lo spero anch’io.

Sarò breve: Sadie mi ha confessato di non aver mai fatto sesso, non una volta. Si vergogna. Trova insopportabile che un uomo possa deriderla o perdere l’erezione a causa sua, della sua voce; perciò si è conservata pura come una bimba nel giorno della prima comunione.
Sadie è vergine.
Il corpo di Dolly Mendoza è illibato ed è tuo, se lo vuoi.
Dolly Mendoza desidera che tu, Curtis Wright, faccia sesso con lei – con Sadie e Brooklyn. Insieme.
O meglio: dovresti penetrare Sadie mentre io, Brooklyn, starei ferma lì vicino a doppiarla. Hai capito? Non devi scopare con me, so che non lo faresti; devi godere della mia splendida sorella e intanto ascoltarmi ansimare, mugolare, gemere, SFIORARE IL GRIDO! Posso dire ciò che vuoi, Curtis: scrivi le battute che preferisci e consegnami il copione prima dell’incontro. Secondo il pubblico, ho la voce più bella del mondo; e allora, non sei curioso di sapere com’è quando vibra di eccitazione? Io non starei nella pelle al tuo posto, anche perché sono curiosa per natura. Adesso ti starai chiedendo perché faccio tutto questo. Ho indovinato?

Non per Sadie. Lei è d’accordo con me, ovvio; non vede l’ora di scoparti, la verginella triste. Lo faccio per Buddy. Buddy mi avrebbe sposato se il matrimonio fosse una relazione telefonica – una relazione con la mia voce, senza il mio corpo; ma che sarebbe accaduto se ci fosse stata Sadie al mio posto dentro al cesso del Mc Donald’s? Che sarebbe accaduto se io avessi indossato il suo corpo, eh Curtis? Ricordi le parole di Buddy?
Ti sposerei se potessimo trascorrere la vita senza vederci, senza toccarci, sussurrandoci cose sporche al telefono.
Sai che significa tutto questo? Che posso avere Buddy, se voglio. Posso avere un uomo.
Ma che dico, più di uno!

Posso avere tutti gli uomini del mondo e per tutta la vita; tutti gli uomini del mondo attaccati al telefono – un enorme apparecchio universale costruito apposta per noi; tutti gli uomini del mondo in ginocchio, disperati d’amore, ascoltando la mia voce che sussurra cose sporche attraverso la cornetta. Figo, no? Ed è ancora più figo pensare che ho un corpo nuovo da mettere per l’occasione, non uno qualsiasi: ho il corpo di Sadie Miller, porca miseria! Per gli amici, Dolly Mendoza.
Ora devi scegliere, Curtis. O almeno, provare.

Se vuoi venire a trovarci chiama Sadie: ti darà l’indirizzo della nostra villa. So che ti ha lasciato il suo numero, quindi chiamala. Devi farlo. Potrebbe piacerti.
Potresti abituarti all’idea di chiamare casa una bellissima villa con vista mozzafiato su Los Angeles e ogni sera coricarti al fianco di Dolly Mendoza, accarezzando il suo corpo, leccandolo, mordendolo, penetrarlo mentre Brooklyn, la grassa Brooklyn, se ne starebbe lì accanto buona buona, senza infastidire nessuno, mormorando le battute che tu avrai scritto sul suo copione. Potrei mettermi sotto al letto, nel caso la mia vista ti risultasse  sgradevole. E potrei giocare con il mio corpo quel tanto che serve a rendere credibili i gemiti.

Pensaci, Curtis.
Fallo per Dolly: so che ti piace. Noi piacciamo a tutti.
Potremmo trascorrere la vita insieme, io e te, senza vederci, senza toccarci, sussurrandoci cose sporcffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff.

Claudia Grande

Annunci

4 thoughts on “La vera storia di Dolly Mendoza

  1. Pingback: Una settimana di racconti #67 | ItaliansBookitBetter

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...