Alberi di Natale

Buongiorno, come sapete abbiamo avuto alcuni problemini con fb. La lit-wrestling sarà pure morta, così come il caps lock, ma Verde è più viva che mai. Incurante degli sconvolgimenti su facebook, il nostro blog è sempre qua. Questo, nessun troll o delatore può portarcelo via (oddio, almeno per ora. Cos’è, una sfida?! Ma porca miseria, no!). Invitiamo tutti a seguire la nostra nuova pagina fb “La Nuova Verde” (non possiamo più utilizzare il titolo Verde Rivista e neanche solo Verde).
Oggi pubblichiamo un racconto di uno dei nostri autori preferiti, 
Gianluca Garrapa; un racconto che inizia con una virgola e finisce senza tempo. Ci teniamo a ringraziare tutti i nostri lettori e amici per il sostegno. Perdonateci il piccolo inconveniente e scusate il ritardo. Grazie per il vostro wonderbra emozionale, ne avevamo bisogno! Un abbraccio.

L’illustrazione è di Paolo Massagli.

, un adesso che dura adesso, perché dopo non e più così. Lui prima cera e adesso non ce più. Ma però non e giusto questo. Perché propio lui a voluto Dio che andava con lui? Io dopo che sono uscito dal ospedale, se prendevo la mia zia li davo uno schiaffo così forte che piange e chiede scusa. Perché propio lei a causato tutto il male nel mondo, facendo morire i miei genitori. Ma noi non potevamo dimostrare che lei e un assassina perché eravamo troppo piccoli e non ancora parlanti, però eravamo già telepatici con il pensiero e parlavamo in silenzio, e soprattutto abbiamo visto nel futuro quello che lei poi a fatto e in fatti il futuro si e realizzato e lei adesso si gode tutti gli averi dei miei genitori che sono morti per causa sua e forse se glielo diciamo adesso magari tutti potranno unire le loro menti e comandare il corpo della zia, anzi le mani della zia, per tirarsi da sola un bel ceffone così forte che piange e chiede scusa. Però il dubbio che ciò e questo: secondo te ci credono se gli dico che tu sei morto perché sei ancora vivo? E soprattutto ci credono se gli dico che abbiamo visto la zia telefonare al poliziotto e parlare per daccordarsi su come morire i nostri genitori e poi che il poliziotto delle indagini era il suo amante nascosto che veniva sempre qui la notte quando la mamma ci lasciava con lei e papà era al lavoro? E il poliziotto delle indagini veniva nella stanza nostra, di notte, vabbè, questo non centra, perché questa cosa mi vergogno, forse perché mi piaceva pure a me, però quando la zia a parlato con il poliziotto e li a detto che si spartivano il malloppo, che io mi pensavo il pesce che aveva comprato il giorno prima il nonno, che dovevano mangiarlo loro di nascosto, e invece poi non era così ma il malloppo era la casa e tutte li averi della mamma e di papà. E

allora la zia e il poliziotto si sono messi daccordo, e il poliziotto a staccato la luce e la zia a fatto rumore sotto in cucina e mio padre si e alzato per vedere se era un ladro e quando e sceso le scale il poliziotto, nascosto nel sottoscala, a afferrato la sua gamba e lo a fatto ruzzolare giù per le scale facendolo sbattere con la testa e poi a preso la sua testa e a sbattuta forte per farlo morire. Anche la mamma dopo e morta perché quando e scesa a vedere, che sentiva il rumore, il poliziotto gli a dato un colpo sulla testa e lei e morta, poi con la zia hanno messo sottosopra la casa e il giorno dopo sembrava che cerano stati i ladri e nessuno poteva mettere in dubbio questo poiché il poliziotto che a fatto le indagini era lui stesso il finto ladro.
Però. Perché propio in quel momento il mio gemello stava tra i piedi? E non dormiva come io? Perché.
Accendi spegni. Accendi spegni. Accendi spegni. Per questo aspettavamo il Natale, per accendi spegni accendi spegni. Tutto spento. Il tappeto che giocavamo con le macchine e poi i regali anche, ma però a noi ci piaceva di più accendi spegni accendi spegni davanti alle luci del albero di Natale. Prima giocavamo tante ore davanti al albero. Stavamo fermi, l’albero era formato da rami di un albero vero che odorava di resina e boschetto. Vicino casa della nonna cera il boschetto, ma però l’albero lanno preso nella campagna di un amico del nonno. Cioè non proprio l’albero

legno del mio legno, terra della mia terra, parte della mia nuova forma corporea. Oltre il fruscio del bosco, di pini e abeti e salici cangianti secondo la stagione e visitati spesso dai miei ricordi, nelle soffocanti estati quando le cicale imporporano di sangue e tufo antichi desideri che mai ebbero luogo se non nelle ossessive letture e nei disegni perversi di un paradiso ceruleo che mai abbandonava la triste infanzia extracosmica, la campagna, ci conduceva lì il poliziotto con la sua macchina nei torridi pomeriggi dove lunghissime ore come serpenti mostruosi e deserto di cristallo e grano potevano dargli l’agio di giocare con noi, prima io poi lui, mio fratello, ma mai tutti e due insieme, la campagna conservava ancora il fascinoso segreto della sessualità confusa all’architettura selvaggia dei sentieri amorosi, ma solo per una costruzione dell’assenza, nel contrappunto dell’invasione aliena dei ritmi ipertesi della tecnologia.
Una nostalgia scostante che non può avere più luogo. Rotto l’indugio, l’epoca è ormai estranea a ogni storia e tradizione, se Dio vuole, e lieti nella rigenerazione imposta, ci si affaccia sulla macchia mediterranea del silenzio, macchina estranea di tabacco olezzante nei bassi orizzonti che interrompono mari di olivi altalenanti sui dossi di pietra e gariga, blasfemi i fantasmi di odori di origano misti al lentisco la sera, luna di soppiatto favolosa nel glauco mormorio stregato della notte. Tutto è possibile inizio di una nuova era spaziale. E ripetendomi il nome mio proprio, vagavo, ambiguo e abissale, dentro me. Usando i ricordi come luci di cortesia per guadagnare la poltrona davanti al film perenne della nostra vita. Senza malinconia, né disperazione. Non poter spiegare. Fa le fusa questo tempo e mi suicido di dosso un poco di esistenza che non del tutto mi appartiene. Posso, amando, amarti di nuovo, fratello mio remoto. Non con occhi nuovi ma con diversi respiri.

Con il mio gemello eravamo soliti davanti al albero di Natale fare un gioco. Accendi spegni accendi spegni accendi spegni e prima di ora, adesso che lo ricordo, che l’albero era legno del mio legno, terra della mia terra, parte della mia nuova forma corporea, prima di adesso

ma solo alcuni rami, con tutti gli aghi verdi che tutti i giorni stavano sul tappeto e la mia mamma doveva passarci con la spirapolvere. Allora con mio fratello ci stavamo lì per ore e ore.
Accendi e spegni, prima io dicevo accendi e dopo lui diceva spegni e poi io accendi e poi lui spegni e dopo dieci volte diverso: io spegni e lui accendi io spegni e lui accendi per altre dieci volte.
Chi sbagliava, la penalità.
Fino al altro anno era così, era un adesso che dura adesso, perché adesso non e più così. Adesso che faccio? Da solo. Mica posso fare da solo. Perché non ce più il mio gemello. Perché propio lui. Uffa.
Tutte le

Luminosi come due occhi neri di smalto e lisci come la pelle della luna guatata dalla veste regale di una seta serale o immersa nel precipizio blu di un mattino piacevole gelido di gennaio in cui, per un paradosso ottico, il satellite pare sbucare dalla tasca del cielo e sospendere un moto di caduta verso il centro del cuore terreno, il racconto appena riletto e che avevo fatto scrivere a mio fratello, mi donò l’impressione di essere daccapo il bimbetto che la lettura catapultava, durante le lunghe notti visionarie a loro modo, nel recinto della costruzione fantastica, nell’hortus conclusus  delle peripezie sintattiche, nel giardino caleidoscopico dei personaggi finti ma reali. Poi mi venne in mente la prima lettura di Freud. La psicopatologia della vita quotidiana. L’interpretazione dei sogni. E fu facile, mi sembrava, e del tutto logico, matematico, fanciullo ancora incosciente ma meno ingenuo di quanto non fossi prima di approcciare quel genere di lettura, animaletto galattico non ancora addomesticato ai lutti quotidiani del cosmo, comprendere l’inconscio. Facile anche perché mio fratello gemello e io avevamo un legame, per così dire, esoterico e lui divenne, da un certo momento in poi della mia vita, il mio stesso inconscio, o meglio quella interiorità particolare che in psichiatrica si fa a presto a chiamare voci di dentro e a farne lo stigma dei pazienti schizofrenici, il sintomo conclamato del delirio, ma che nella visione del mondo che ben presto appresi, si definiva in modo oscuro quanto ai termini per classificare il fenomeno. Non si tratta di semplice cenestesi o telepatia, la stessa che ci permise, me e mio fratello, di vedere mia zia nell’atto di uccidere i miei genitori, ma di qualcosa di completamente diverso: una capacità degli oggetti di materializzare in forma di scrittura avvenimenti cui sono stati testimoni involontari. La difficoltà, va da sé, a reperire termini atti a definire la cosa, è presto detta: l’oggetto in questione s’impossessa di colui, in questo caso mio fratello, che diventa medium, oggetto a sua volta dell’oggetto che vuole materializzare, in forma di scrittura, la propria testimonianza, e la possibilità di poter descrivere, con autocoscienza, quel che accade nel momento della possessione oggettiva è molto simile a uno stato di trance, dal cui risveglio ci si riprende con il gusto in bocca e nelle ossa dell’oggetto possessore: ferroso, metallico, legnoso. Nulla di strano. La mia anima è rimasta impigliata in questa casa, negli oggetti che hanno visto il delitto. Il primo contatto con mio fratello avvenne il giorno in cui riprese a suonarmi dopo molti anni che non lo faceva più, poiché ogni suono che provenisse da uno strumento, ogni melodia, strappata magari casuale a un fonte sonora anche lontana ma che all’orecchio suo di adolescente si trasformava in quel traumatico ricordo del giorno in cui la zia ci divise, ogni nota scandita con lentezza e ogni accordo o sinfonia nel prestissimo di un’opera classica come nell’orecchiabile brano popolare proposto da un apparecchio radiofonico, produce l’effetto devastante di una rinnovata tortura e

cioè con lui suonavo il pianoforte e facevamo gli esercizi insieme ma però lui e moltissimo più bravo di me che addirittura io o sempre pensato che in un altra vita lui diventava un pianoforte. Io anche ero bravo però molto di più a usare la macchina di scrivere del mio zio. Anche se faccio molti errori. Io scrivevo con la macchina di scrivere e lui faceva la musica. E allora una volta o detto che lui diventa un pianoforte e io una macchina di scrivere. Adesso non e più così. Nessuno suona. E infatti e sempre silenzioso e anche la macchina di scrivere adesso non scrive più nessuno. Per questo non si ricorda come si fa e fa molti errori. L’albero di Natale non e più in questa stanza. E sempre buio e freddo. Adesso ce solo tutti lenzuoli sui mobili e polvere. E sembra che adesso non come l’adesso di prima, adesso e sempre così. Perché il mio gemello propio lui non ce più. Per colpa della zia. La sorella della mia mamma. Che la mia mamma era brava con lei e la trattava sempre bene. Ma noi io e il mio gemello lo sapevamo davvero che cera qualcosa di strano che non riuscivamo a spiegare con le parole anche se con la telepatia ci dicevamo tutto quello che era necessario e nascosto. Presempio che la zia faceva discorsi strani con il poliziotto al telefono e noi una volta lo abbiamo sentito che non vedeva l’ora che lei muore per prendere le sue cose e i suoi averi. Per esempio il pianoforte che suonavamo col mio gemello e una volta abbiamo suonato con lui al saggio di fine anno con il nostro maestro. Il maestro dicevano che era un ubriacone e noi dicevamo che non era vero perché i nostri amici poi ci prendevano in giro e noi ci rimanevamo molto malissimo, cioè anche se lui forse si ubriacava non era un problema, perché nella lezione lui non era mai ubriaco, ma le persone vedevano il fatto che significava che noi eravamo sfigati a aver scelto un maestro ubriaco, e comunque il maestro non era un ubriacone. Comunque anche per questa cosa la mia zia litigava sempre con la mia mamma, perché lei non aveva figli, e non riusciva a trovare un uomo che voleva sposarla per fare dei figli, infatti mia zia anche se era l’unica sorella di mia mamma, e lei aveva tutti gli altri zi, cioè fratelli suoi, la mia zia litigava con il pretesto che io e mio fratello facevamo il pianoforte con un maestro ubriaco, mentre potevamo

, e l’albero era legno del mio legno, terra della mia terra, parte della mia nuova forma corporea, prima di adesso.

La sorella di nostra madre proiettava, elaborava litigi preterintezionali ai danni della mamma. Allo stesso modo ci si inerpica sulle più assurde labirintiche difese, mascherandosi di paradossali istinti leonini e di volpe per celare agli altri, e gli altri in primo luogo era la nostra mamma, sua sorella, il fatto che facessimo lezione con un maestro che secondo la diceria del quartiere era un alcoolizzato

quel che di estraneo e sporco e temuto è in noi stessi: fare del viso altrui un buon speculare gioco, un inganno che la salvasse dalla sua stessa offesa. E la signora zia, sventata la rapina e il sotterfugio e il debito disonorato, caracollata dalla parte opposta, essendo lei sempre nella condizione giusta, illecita acquisizione per violenza di carattere mista a un imperscrutabile limite mentale di cui nessun medicinale o pianta magica avrebbe potuto smussare gli estremi egocentrismi palesi nei giudizi indelicati, e spesso privi di fondamento, nei confronti del mondo tutto e inumani, si zappò la sua stessa trappola. L’inferno lei lo condusse a sé cavalcando le bestie del demonio e seminando quel caos offensivo che, a suo distorto e ormai patologico parere, avrebbe dovuto ergersi a propria estrema difesa. Fu tale l’urgenza di rattoppare un’esistenza di falsificazione e sleali colpi bassissimi a chi ricambiava col vero il suo falso affetto, fu tale la fretta ansiosa e i codicilli di paglia delle sue beffarde accuse, fu tale la cecità svampita e infantile d’una vendetta, contro quella parte di sé che non avrebbe mai accettato, che si riverberava nello specchio del mondo ostile e che ritornava al destinatario accecandolo, fu tale, infine, la nervosa premura di non essere ulteriormente sputtanata, da indossare la maschera al contrario e darsi in pasto al suo stesso sputtanamento mentre lo rinnegava pervicacemente impaurita come

ma però adesso hanno aperto la stanza e stanno levando i lenzuoli dalle cose. Fa freddo. A me non mi piace più il natale anche se

Gianluca Garrapa

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