La piaggia

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Paolo Massagli

Oggi pubblichiamo La piaggia (no, non è un refuso, non siamo mica La Nuova Carne e neanche La Nuova Digos), un racconto notevole di Alessandro Ceccherini sulla paura e su come si sopravvive a essa.
L’autore nasce nel 1985 a Poggibonsi. Laureato in Filosofia, vive a Certaldo (FI), ma un pezzo del suo cuore risiede a Genazzano (RM). Ha pubblicato il primo racconto quasi per caso su Split (Pidgin Edizioni) e da allora ne ha pubblicati altri su L’Irrequieto, L’Elzeviro, Argo (segnalato da Italiansbookitbetter) e Lahar Magazine. 

Illustrazione fenomenale di Paolo Massagli.

Guido è piantato sulla sommità del declivio, statuario sul profilo della collina quanto un mòzzo d’argilla. Ha un cappellino di lana blu sulla testa incastrata tra le spalle, grinze di contemplazione sulla fronte, occhiali spessi. Giù a valle ci sono il suo orto e il suo pollaio. Sta pensando che deve iniziare a preparare la serra, l’inverno arriva sempre all’improvviso. Prova piacere e orgoglio, sensazioni a cui si sta abituando: per troppo tempo ha desiderato quella terra. Ora è sua, Arnaldo è morto. Guido era stato costretto per anni a piantare l’insalata nell’avvilente terrapieno sul retro della casa, davanti al garage, in uno spazio appena sufficiente per due file di pomodori, e da quell’insulto di metri quadri aveva spiato Arnaldo sventrare col trattore la terra fino a valle. Arnaldo era suo cognato, Guido lo aveva sempre avuto in odio. Più di ogni altra cosa lo indignava il fatto che Arnaldo possedesse tutta quella roba pur essendo un semianalfabeta forte di poche e ottuse convinzioni, privo com’era di coordinate aggiornate circa l’ordine degli eventi: un animale. Guido invece seguiva da sempre la politica: per pura volontà di miglioramento ha guardato per decenni tutte le trasmissioni di approfondimento che ha potuto alla tv – quando Adua glielo permetteva – con passione, vibrando d’indignazione; in quei momenti non si era mai sentito solo, ma sempre in comunione con qualcosa di infinitamente più grande. Da quando Arnaldo è morto, guarda meno i politici alla tv, e quando lo fa spesso si addormenta nel salotto, sepolto nella luce fredda del televisore come in un’incubatrice. Adesso, a settantasei anni, passa più tempo a guardare quella terra, la sua terra. A volte si trova a dirlo: è mia.
Il grufolare di un cane in fondo alla piaggia annuncia un cacciatore, che infatti arriva imbracciando il fucile. Guido allunga un piede e si abbassa un po’ sporgendosi in avanti. «Dài ai caprioli!» gli urla unendo le mani intorno alla bocca, poi gli indica a destra, verso la boscaglia. I caprioli gli mangiano i cavoli, se avesse ancora il suo fucile gli sparerebbe lui.
«Di nuovo i cacciatori. Gliel’ho detto che non ci possono venire a caccia qui».
Guido si volta. C’è Paolo; usciva insieme a suo nipote quando erano più giovani, sono coetanei. Adesso suo nipote fa un sacco di soldi, lavora tra Bologna e Firenze nel ramo degli alberghi: strutture per studenti, roba internazionale, che cambia il mondo; per Natale gli ha regalato un Ipad dove legge il giornale la mattina. Suo nipote è un uomo, quel pennellone invece vive ancora con la madre, lì da sempre, nell’appartamento al primo piano della villetta, sopra quello di Guido. «Ci possono stare lì», sentenzia col sorrisetto di chi la sa lunga.
Paolo ha una telecamera racchiusa nel palmo della mano e sta riprendendo gli spostamenti del cacciatore, che adesso sembra essersi fermato a valutare la maturazione delle verdure invernali di Guido. «Non ci sono cento metri, tantomeno centocinquanta», afferma.
Guido si posa una mano sul cuore. «Ho cacciato per trent’anni, le so queste cose».
«Sì, ma non ci sono i metri».
Guido alza la mano dal cuore e allunga il braccio in alto. «Io cacciavo a cinquanta metri, l’importante…»
«Sì, dalla strada».
«L’importante!» incrina la voce spazientendosi, ma subito si ricompone. «L’importante è stare di spalle».
«A meno di cento metri dalle case non si può sparare».
Guido guarda la faccetta tranquilla e carina di quel ragazzo alto e sente che vorrebbe schiaffeggiarlo e farlo inginocchiare davanti a sé, e frustarlo. «Se non ci si ferma e non si mira alle case…»
«Si può sparare dando le spalle alle case solo se si è a più di cento metri, e a meno di centocinquanta non si può mirare alle case, cosa che loro fanno».
«E allora denuncia tutti. Vai, vai dai carabinieri, cuor di leone!» esplode Guido col desiderio disperato di farsi sentire da qualcuno, da un altro, da uno di quelli a cui racconterà di averne dette quattro a quel ragazzotto che sta antipatico a tutti, quel rompicoglioni peggio di suo padre che ha denunciato il Circolo per gli schiamazzi notturni, che pensa di potergli spiegare come si sta al mondo. «Vai dai carabinieri, vai. Non siamo fatti uguale, io e te», ci tiene a rimarcare.
«A me non sta bene che la gente faccia cose che non può fare, soprattutto quando queste non mi piacciono e vengono fatte sotto casa mia».
Guido sbatte drammaticamente un piede per terra, lo fissa con gli occhi spalancati, esige attenzione. «Ma pensa alle cose importanti, è meglio», gli intima a mezza voce.
Paolo sorride. «Io penso a quello che mi pare».
Quel sorrisetto inceppa un paio di ingranaggi cerebrali in Guido, che va in bestia e immagina di scartavetrarlo a frustate. «Ah sì? Ma pensa alle cose importanti, queste non sono importanti!» urla.
«Per me lo sono».
«Ci sono i figli che ammazzano i padri!» tuona Guido solennemente.
Paolo è spiazzato. «E che c’entra questo coi caccia…»
«I figli ammazzano i padri!» urla ancora sbraitando col pugno e avvampando, disposto ad accettare solo il silenzio come risposta.
«Ma cosa c’entra? Allora in Africa si muore di fame, pensiamo a quello».
«Sì, bravo, pensaci te, che sai ogni cosa», risponde disgustato scacciandolo con la mano.
Paolo chiude lo schermo della telecamera.
Guido prende ad accatastare delle fascette di legna. «Ma impara a stare al mondo. Ce l’ha coi cacciatori… facciamo tutti i vegani allora, aboliamo la caccia perché a lui ‘un gli garba, poverino», borbotta facendosi sentire, continuando a prendere qualcosa per metterla da un’altra parte, invaso da un’improvvisa e irrefrenabile necessità d’ordine.
«Vedi, Guido, io sono contento di averti conosciuto, sono contento di aver vissuto vicino a te fin da quand’ero piccolo, perché servono anni per conoscere una persona».
«Sì sì, certo, anch’io», risponde meccanicamente Guido senza sapere bene perché.
«Sono contento perché se non ti avessi conosciuto avrei potuto dubitare dell’esistenza di gente come te. Invece esistete, e anzi siete quasi tutti. Ora te la dico io una cosa».
Guido rallenta un po’ ma non lo degna degli occhi.
«Una pecora non è una pecora perché imita le altre, quello è l’effetto. La causa del suo essere, la sua vera essenza, è la paura. La pecora ha tanta paura di scoprire che è solo una stupida pecora piena di paura. Per questo stanno tutte assieme e si raccontano di essere dei lupi, e ci credono, e guai se qualcuno dice il contrario perché la gente che ha paura è anche cattiva, e si fa bene a temerla».
«Sì sì, ragiona, ragiona…» lo esorta con sprezzo mentre raccatta qualcosa da terra.
«Non ho ragione?»
Guido trasale sentendo le ultime parole arrivargli inaspettatamente da appena dietro le spalle. Si volta.
Paolo è proprio davanti a lui, a pochi centimetri; lo sta dominando dall’alto, ha l’aria furiosa. «Sei sempre stato col branco, sempre col più forte», sibila sputandogli le parole sul viso e facendo un passo in avanti.
Guido ne fa uno indietro, attonito.
Paolo ha i nervi del collo tesi. «Te e il tuo orto di merda, nano!»
Guido cade a terra e si ricorda di quand’era bambino: a scuola tutti lo prendevano in giro, sempre, gli dicevano nano, a volte lo picchiavano. C’era un bambino che abitava accanto casa sua, un bambino più piccolo che viveva dal fattore, Guido lo tiranneggiava ogni volta che poteva, intorno ai dieci anni quello lo prese a frustate e gli strinse il collo fino a farlo svenire: stai giù, giù! Si sente schiacciato a terra, sente una stretta al collo, si protegge la faccia con le mani.
Paolo, davanti a quei contorcimenti, per un attimo ha paura che si sia fatto male, ma Guido si tira quasi subito su e si avvia veloce verso la rimessa, guarda fisso a terra, muovendo le labbra senza emettere alcun suono. Entra, prende il forcone perché non ha più il fucile, esce.
Paolo si allarma, indietreggia verso la sommità del pendio. «Guido, stai tranquillo».
Guido inizia a corrergli contro. Correndo ruota leggermente il bacino a destra e a sinistra facendo perno sulle gambette irrigidite. Paolo, per non affrontarlo, inizia a discendere il declivio; a ogni passo si volta per controllarlo, spaventato soprattutto dalla possibilità che possa lanciargli il forcone. A metà discesa Guido arresta il passo. Paolo raggiunge per sicurezza il fondo della valle e si ferma accanto al canale di scolo, vicino all’orto. Si guardano. In alto, oltre le vigne e i boschi, il cielo è rosa e arancione.
Il forcone gli cade dalle mani. Si volta, risale stancamente la collina coi polsi che tremano. Butta un ultimo occhio giù, verso Paolo e lo scopre faccia a faccia col cacciatore. Discutono animatamente, il cacciatore fa dei gesti secchi con le braccia, fa per andarsene, Paolo lo raggiunge alle spalle, il cacciatore si volta, scuote con veemenza il fucile indicando le case, poi Paolo gli alza la telecamera contro. Un terrore antico e profondo assale Guido, un terrore così lontano da non avere origine: si acquatta e fila via verso il garage.
La serratura scatta metallica. Si sente uno sparo. Guido resta un attimo attaccato alla porta come un insetto, poi corre ad afferrare uno dei pali di ferro con cui rinforzerà lo scheletro della serra e accende la mola. Lui non ha sentito nulla, lui lavorava alla mola.

La moglie lo chiama per la cena. Esce. È buio. Ha lavorato alla mola. Ha levigato bene tutti i pali, li ha tagliati a misura, al millimetro. Attraversa il piccolo orto, scende nel prato, cammina quasi senza vedere niente fino al pendio. Guarda giù, nella profondità ciclopica del buio, quindi inizia a scendere con cautela. Trova il forcone inciampandoci, per poco non ruzzola giù. Lo prende, lo stringe. Resta immobile, in ascolto. Non vede nulla. C’è una luna finissima, calante, che non illumina. Le stelle sono coperte dalle nuvole. C’è una pace assoluta.

Ha già cenato. Ha mangiato solo un bel piatto d’insalata ché la sera gli fa bene stare leggero. È seduto sul divano. Flavio Insinna fa il gioco dei pacchi in televisione. Guido lo guarda, ma in realtà sta provando di nuovo il misto di sollievo e umiliazione che provò quando lo respinsero alla visita di leva per insufficienza fisica.
«Tra un po’ comincia Il segreto», gli ricorda Adua.
«E allora metti sul Cinque».
Suona il campanello. La moglie guarda Guido un po’ spaventata. «O chi è a quest’ora?»
Lui non dice niente. Non guarda lei, né la televisione.
La moglie attraversa con prudenza il corridoio e raggiunge la porta. «Chi è?»
«Adua, sono Maria».
Adua apre la porta calandosi la maschera inespressiva.
La faccia di Maria non nasconde niente. «Scusa, volevo sapere se avevi visto Paolo. La macchina è qui ma lui non c’è. Credevo fosse andato a correre ma è tardi ora». Si torce le dita delle mani.
«‘Un l’ho visto oggi».
«Puoi chiedere a Guido?».
«Guido!»
Guido ha ascoltato ogni singola parola. «Eh?»
«È Maria. Che hai visto Paolo oggi?»
Guido dovrebbe alzarsi e andare alla porta, lo sa bene. Prova a farlo, ma il tentativo di spingersi in avanti lo fa sentire come se il divano lo trattenesse; riappoggia le spalle, si sente risucchiare dalla fessura tra la seduta e lo schienale. «No. Ho lavorato alla mola».
Maria se ne va. Adua chiude la porta e torna in salotto, si avvicina alla finestra, spia sulla strada attraverso i fori della serranda. «Dice ‘un è a casa». Scuote leggermente i ricci arancioni e vaporosi, sospira di biasimo.
Guido salta giù dal divano come una molla e rischia di cadere addosso al televisore, poi punta deciso verso la porta: guarda fisso davanti a sé.
«O ndo’ vai?»
«I pali. Devo rivede’ i pali».
Adua va in bagno, non accende la luce. Dalla finestra che dà sul retro osserva l’ombra di Guido attraversare l’orto, scendere nel prato, avvicinarsi all’orlo della piaggia e scomparire nel buio senza esitare.

Guido si volta, guarda in alto, i lampioni della strada sono troppo lontani ed emettono solo un leggero chiarore oltre la cima della salita, al di là delle case. Si domanda che fine faccia la luce: se è così veloce dovrebbe arrivare anche laggiù. Vorrebbe accendere una torcia ma non l’ha presa, e inoltre rischierebbe di essere visto. Non vede nulla, solo il nero. Fa un passo. È nell’orto, ha riconosciuto i cavoli chinandosi a toccare le foglie. Deve andare più avanti, a sinistra. Conosce bene quella terra, ma non abbastanza da muovercisi tranquillamente a occhi chiusi. Cammina piano, con attenzione. Quando crede di esserci, si ferma. Sente i rami degli olivi frusciare nel vento freddo. Strizza gli occhi, gli sembra di intravedere il profilo dei rovi: deve essere vicino al canale di scolo. Si accuccia sulle ginocchia, poggia le mani sull’erba e inizia a frugarla. Gattona per qualche minuto ispezionando palmo a palmo le ceppe d’erba umida e le zolle, poi afferra qualcosa, e quando capisce di aver trovato la telecamera, capisce anche che deve esserci il corpo lì accanto. Immerge una mano nell’ombra, respira con la bocca aperta, ansima, gli occhiali gli scivolano per il sudore. Le dita toccano una superficie liscia, dura, fredda. Una zaffata d’acido gli sale dallo stomaco. Deve andarsene subito. Si alza con uno scatto, poggia male il piede, fa un paio di passi barcollanti e vola nel canale di scolo.
Gli lanciano manciate di terra sulla testa. È quasi buio. Gli lanciano fango che gli si spiaccica sul corpo come merda di vacca. Lo ricoprono, lo lasciano lì, se ne vanno. C’è la terra sotto la terra, e poi ancora terra, senza fine.
Apre gli occhi. Respira il fango. Ne ha un po’ in bocca, lo sputa. Si tira sui gomiti, si volta su un fianco, si mette sulle ginocchia appoggiandosi alla parete del canale, si alza in piedi. Non riesce a mettere a fuoco alcuna forma. Guarda dove dovrebbe esserci la luce ma non c’è; gira su se stesso, apre e chiude gli occhi: nero anche il cielo. Ci deve essere qualcosa che assorbe la luce, una specie di gorgo. Continua a stringere forte la telecamera in una mano mentre con l’altra si tocca il naso accertandosi di non avere gli occhiali. Si riabbassa, tasta lo strato di fanghiglia sul fondo del fosso, li trova. Li pulisce al maglione. Spalanca gli occhi, li tiene così per un po’, finché non mette a fuoco l’alone lontano dei lampioni.

«Ma che fai?» gli chiede preoccupata.
Guido ha appena attraversato il corridoio correndo verso il bagno.
Lo segue. «Ma ndo’ ti sei conciato in questa maniera? Ma che fai?»
«Sopravvivo». Mentre lo dice, appoggiando la telecamera nel lavandino, si accorge che in realtà si tratta della la batteria del trapano, quella che aveva perso il mese scorso.
«Mi sembri scemo. O ndo’ ti sei infilato?»
È confuso. «Zitta», dice, ha bisogno di pensare. «È successa una cosa, una cosa abbastanza grave».
«Che è successo?»
«Il figliolo di Maria, Paolo».
«Sì, è tornato».
«No, è morto».
«È morto? Guido, ma che ti sei rincretinito?»
Guido resta con le labbra socchiuse e gli occhi vitrei. «Che?»
Adua lo fissa cambiando espressione: complice, rassicurante. «L’ho sentito chiudere il cancello. Siccome volevo capi’ che era successo, allora so’ andata da Maria e lei m’ha detto che era tornato».
«Ma lui, l’hai visto?»
«No, direttamente no, ma insomma…»

Guido sente il portone sbattere oltre il soffitto. Apre gli occhi. Tira su la testa, raddrizza la bocca, si pulisce il filo di bava che gli è colato sul maglione. Sente scendere le scale, sente i piedi picchiare apposta sui gradini per infastidirlo. Scende dal divano, va alla finestra, infila gli occhiali.
Paolo è stanco. Non ha dormito molto a causa del nervoso per la storia col cacciatore. Quello, per stabilire il suo diritto a cacciare lì, aveva deciso di sparare un colpo. Paolo allora l’aveva seguito fino alla macchina chiamando nel frattempo i carabinieri: erano finiti entrambi in caserma. Al maresciallo aveva fatto vedere i video, le foto e la distanza su Google Maps: 92 metri. Il cacciatore aveva fatto notare che il satellite non considerava la pendenza nella misurazione e che di sicuro erano più di cento, i metri. I carabinieri hanno promesso che faranno dei rilievi, ma a Paolo è sembrato che lo dicessero solo per farlo contento e toglierselo dalle palle. Due di loro l’hanno riaccompagnato a casa; in macchina non gli hanno rivolto la parola. La nebbia è fitta, durante la notte ha piovuto. Il freddo gli punge la faccia. Apre il cancellino, esce, lo richiude, butta un occhio verso casa e lo vede, Guido, alla finestra del piano terra, che lo fissa spiritato coi pochi capelli ai lati della testa tutti spettinati. Paolo si trattiene dal rivolgergli il dito medio; gli sembra che Guido annuisca impercettibilmente e che non stia guardando esattamente lui.
Guido lo osserva salire in macchina e scomparire nella nebbia. Abbassa la serranda, si muove nella penombra fino al divano, accende la televisione. Su Focus trasmettono un documentario sui pinguini. Li guarda, tutti uguali, uno accanto all’altro; gli sembrano parlare tra di loro come gentiluomini. Poi la situazione cambia: una musica ansiogena sottolinea la drammaticità dell’evento in corso: i pinguini sono tutti uniti, compattati in un unico blocco per sopravvivere a una tempesta di neve. Li guarda scaldarsi, e facendolo sente anche lui un tepore piacevole. Uno o due passi al minuto per conservare il calore. Le palpebre si aprono e si chiudono sempre più lentamente sulla luce fredda del televisore. Così da sopravvivere anche a meno trenta. Sente l’odore del latte caldo.

Alessandro Ceccherini

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