Tendyne

Buongiorno, come sapete, dalla mezzanotte del 7 gennaio 2019 Pierluca D’Antuono non è più il nostro Commissario, ha abbandonato la forma terrena e umana, si è sublimato, è passato dallo stato fisico a quello aeriforme tramite un’ascensione vaporwave. La divinizzazione è avvenuta: il commissario è divenuto Ramses I, Faraone di Verde e del NOVO! PAZZESCO! ROMANO! Ora a capo della redazione siede Andrea Frau, che assume il titolo di Capitano, coadiuvato dal suo nuovo-vice Francesco Quaranta.
I mutati assetti permettono a Luca Marinelli di rientrare a pieno titolo nella redazione come curatore e capo-editor. A seguire il comunicato del Capitano Frau, Basileus, per i più devoti, oppure “ehi tu con gli occhiali”, per gli scettici e gli apostati.

Sono il regicida, l’usurpatore, il delfino mannaro, il cabarettista che gioca a fare il letterato, il parvenu delle lettere, la Nicoletta Mantovani, la Carmen Llera, il padre George della lit-web, il battutista di corte, Luis Carrero Blanco, Marcelo Caetano, Antinoo, Gianluigi Cavallo, Giorgio Ariani, Barbara Balzerani, Claudio Martelli, Alessandro Natta, il Repetto sardo, Daniele Capezzone, il Caligola di Tinto Brass, Andrés Cepeda Cepeda Frau, el doncel de Lucia Carelli, questi sono solo alcuni dei nomignoli che mi sono stati conferiti in questi mesi travagliati.
Quando il commissario, ora Ramses, ha deciso di nominarmi suo successore terreno, sono stato colto alla sprovvista, il mio spettro emozionale è passato da un iniziale senso di inadeguatezza (durante i quali ho lasciato sul gruppo redazionale messaggi vocali isterici in cui urlavo di non esser pronto, foto di capelli improvvisamente bianchi e brufoli da stress, STO MALE, questa camicia mi fascia malissimo e altre amenità, pallidi scimmiottamenti del commissario) a un delirio di onnipotenza (durante il quale ho redatto una lunga lista di nemici o di personaggi da eliminare e non pubblicare più, preparato un codice etico e chiesto cautela ai redattori riguardo la loro attività su fb e twitter). In questi giorni ho capito molto riguardo la dura vita del commissario (sette anni durissimi). Ora capisco le sue epurazioni, i suoi improvvisi repulisti e le sue scenate da insicuro tipo Dio dell’Antico Testamento. Ci tengo quindi a scusarmi pubblicamente con la redazione per i miei comportamenti da Bokassa bianco.
Per mesi mi sono dovuto difendere, ho dovuto respingere attacchi continui, ma poi ho capito il suo disegno, il suo folle Truman Show senza pubblicità, il suo Saw hanekiano: mi stava mettendo alla prova, testando la mia forza e resistenza.
Ci lasciammo a Capodanno senza salutarci, in maniera molto fredda, dopo una discussione politica che vi risparmio (sul processo 7 aprile). Poi, durante la serata romana “Scenicchia una sega” si consumò quella che pensavo fosse una rottura insanabile. Nel corso della presentazione di Anatomé, l’ottima antologia di Andrea Zandomeneghi (poco adatta agli studenti delle scuole industriali e professionali), nel bel mezzo del mio intervento il commissario si alzò, scuotendo il capo, prendendo pubblicamente le distanze dalle mie osservazioni, opinabili, certo, ma espresse con prudenza e in totale buona fede. Non contento, durante la medesima serata, il sadico burattinaio wireless, il Grande Vecchio, regista di complicate trame, fece leggere all’inconsapevole editore Francesco Quatraro di Effequ, al cospetto di un centinaio di persone, la bozza del mio romanzo “Il Vi[tali]zio di Solange”, opera ancora embrionale, alla quale tengo molto dopo una sequela di fallimenti editoriali. Vi risparmio le altre prove alle quali mi ha sottoposto e dalle quali sono uscito più forte, disincantato ma temprato. Per rispondere a queste vili provocazioni ho scatenato la redazione contro di lui, orchestrato sabotaggi, ammutinamenti, intelligenze con i nemici scissionisti di Guacamole, paventato e sventato all’ultimo auto-golpe alla Tejeiro, strategiucole della tensione, sono perfino arrivato a far una delle cose più violente che sappia fare: l’ho satirizzato, dipingendolo come un premier Conte, un elegante uomo di mezza età, piacente, una figura di rappresentanza, buono solo a tagliare nastri e litigare in caps-lock, mentre io e Quaranta, i due vicepremier, rimediamo ai suoi disastri diplomatici e mandiamo avanti la baracca con rigore e competenza. Da tre mesi fino a stanotte, il fu commissario mi ha tempestato di domande sulla storia di Verde nei momenti più assurdi,  con telefonate nel cuore della notte: “Dimmi il titolo di un racconto di Luigi Bonaro pubblicato da Verde n. 11”; “Il tema di Verde n. 3?”; “La biografia di Joe Kossovo”; “Come si chiama il racconto di Valerio Evangelisti pubblicato su Verde?”; “Cos’è Officina Infernale, chi sono i Distruzionisti, chi è Antonio Tentori, tutta la bibliografia di Alda Teodorani, nominami almeno quattro Storie Nere di Carelli, In Distro, Fictioteque, di cosa parlava la settima puntata di Semiautomatica di Simone Lucciola, dimmi tre Blitzrecension, due Ti odio poesia, la sound track dei Vigo, adesso, adesso, adesso!”
Ora capisco finalmente come il disegno del commissario fosse chiaro fin dall’inizio, come volesse indagare sulla mia fedeltà ed essere sicuro. E in seguito come volesse cementare il rapporto tra me e Francesco Quaranta, contribuire al rientro in redazione di Luca Marinelli e facilitare il riavvicinamento prima di tutto umano con Paolo Gamerro e Vinicio Motta.
Per tutto ciò: Grazie Ramses I, Faraone di Verde e del NOVO! PAZZESCO! ROMANO!
Sei stato e continui a essere un maestro.
Io e il mio partner, Francesco Quaranta (appena liberatosi dal suo invadente agente letterario) lavoreremo tenendo ben presente il tuo esempio.
Prendendo a prestito le parole di Quara: “tutto cambierà, tutto resterà uguale”. La nuova Verde sarà in continuità con la gestione che c’è stata fin qui, sotto l’illuminante direzione di Ramses. La nuova Verde sarà più vicina però alla Verde cartacea, ridaremo linfa all’antico spirito della rivista in continuità col passato ma con molte novità:
rubriche sulla lotta armata e sulla cucina futurista, Maniero, Novo Pazzesco Romano, karaoke, Saga delle Sagome, narrazioni lunghe, romanzi a puntate, recensioni A colpo sicuro, Costamagna, Gomez Palazzo, Bachechi, Insel (Involuntary Self publishing), interpolazioni, una rubrica di racconti erotici, Insel, Luigi Maria Gaggiollo, forse newsletter e soprattutto podcast.
Il nuovo corso di Verde limiterà e supererà il dissing, la lit wrestling, il caps lock e penserà a una exit strategy da Facebook (social ormai invivibile, arena di delatori e segnalatori). La crociata contro i patetici insel troll pazzi si placherà per un po’. Ad aiutarci con le letture e le valutazioni dei racconti ci sarà un Comitato Lettura formato alla scuola Hyperion, un superclan di Incappucciati. Il commissario divinizzato, da ora esclusivamente Ramses, abbandonerà le beghe terrene e il caps lock, si occuperà delle uscite cartacee di Verde, di Nuova Edizione, delle nuove tappe live di Scenicchia una sega, del seguito di Letteratura Pazzesca, l’Enciclopedia dei Morti, un bestiario, una tassonomia degli autori, ma soprattutto si dedicherà alle tre esse e alla cosa più importante: la scrittura, lo studio, la scuola e gli AFFETTI. Ma fondamentalmente Ramses farà il cazzo che vuole, imprevedibile come solo un semi-dio psicopatico sa e può essere.
Ramses ci ha lasciato in dote queste due interviste, su Satisfiction, e su L’Inutile per non dimenticare da dove veniamo e quest’articolo su Minima et Moralia, per ricordarci il futuro.

Il sondaggio consultivo e non vincolante alla Zagrebelsky è terminato con un sostanziale pareggio. EDIT: Il sondaggio è stato vinto da Pierluca D’Antuono (con la A maiuscola, per gli amici minimi et morali) con un colpo di reni finale. Capiamo la fedeltà, la paura e la diffidenza per il nuovo corso dello zoccolo duro dei lettori, ma chiediamo loro di rispettare le volontà di Ramses (M’AGG SCUCCIAT, ha lasciato detto) e lasciamo lavorare il Capitano (Basileus per i più devoti).

Tanto dovevamo, ora torniamo a far rivista. Il racconto che abbiamo scelto per inaugurare questa nuova fase di Verde è di Petra GianniniPetra è nata a Torino e vive a Berlino. Fa parte del comitato di lettura di Crapula Club. Tendyne è il primo racconto che pubblica in Italia. L’autrice è una grande lettrice di Verde, sin dai tempi del cartaceo, ma solo ora (dopo sette anni!) ci ha scritto, palesandosi. Speriamo che questo racconto vi piaccia come è piaciuto a noi. Un saluto dal capitano Frau, dal tenente Quaranta, dal detective Marinelli e da RAMSES I FARAONE DI VERDE RIVISTA. In redazione si respira un clima di pace; durerà?

L’illustrazione, tratta dal progetto All Melody, si chiama Territorial Pissing (un caso?) ed è di Laura Fortin.

Sai, sto insieme a un altro.
(Petra Giannini)

Petra Giannini si è sposata, Petra che una volta stava con me. Non la vedo da tre anni, poi lei conobbe il suo attuale marito, io ero già andato via, ma quelle vacanze di Natale le ricordo bene, perché per la prima volta tornavo in città dopo alcuni mesi. Cercai d’impormi, giorni prima di tornare, un’interazione perlomeno fisica con quel posto che mi pareva di odiare, ma che un po’ mi mancava. Poi, mi dicevo, ci sarebbe stata una naturale ricomposizione sentimentale e da lì a poco, come nei film di Sergio Rubini, sarei tornato ad amare la terra dei miei natali. Qualcosa è andato storto, perché a oggi questa ricomposizione ancora non c’è stata, mentre io continuo scettico a vedere quei film e segretamente a invidiarne i personaggi.

In quei giorni due furono le cose che mi incuriosirono: scoprire che un numero quantico di pre e neoadolescenti erano passati, nel giro di pochi mesi, dalla chiara media del Nessun Dorma all’eroina del Quartiere CEP o del Candelaro, neanche fossimo, scrivo per scrivere, nel 1977, e l’assenza di Petra. Non la incontrai per giorni, poi la cercai nonostante mi fossi più o meno impegnato a non farlo, e i suoi rifiuti mi delinearono ignoti scenari in cui non c’era più spazio per me nella sua vita. Insistetti finché lei, imbarazzata, dovette confessarmi:
«Sai» mi disse, «sto insieme a un altro».

Petra e io non stavamo più insieme da due anni, era già successo. Curiosità mi assalì, diventai una scimmia, volevo sapere l’altro, ma Petra non sembrava disposta a condividerne l’esistenza, cosa che mi apparve un’idiozia delirante e glielo dissi, così come l’ho scritto. Forse che con quel voto del segreto intendesse proteggermi? Già, perché Petra e io sapevamo come l’avrei presa, una volta scoperto l’altro.

Petra lo sapeva, evidentemente io non lo ricordavo.

Petra è stata la mia prima storia importante, non già il primo amore. A quindici anni mi ero già innamorato almeno cinque o sei volte, l’ultima due settimane prima di baciare Petra per la prima volta. Accadde di maggio e forse fu questo ad aiutarci. Eravamo in un ippodromo abbandonato, che solitamente frequentavamo con una compagnia più o meno cangiante secondo le ore, i giorni e le stagioni. Petra aveva diciotto anni, aveva la patente e guidava una vecchia Panda gialla. Petra suonava la chitarra, beveva vino rosso e votava i neonati Comunisti Italiani. Io credo che ci lasciammo anche per questo: litigavamo per ore senza accorgerci che in effetti, per dirla alla Robecchi, la questione era quella di avere due, cioè DUE partiti comunisti! Ai tempi io ero un fiero rifondaiolo, e quando Bertinotti – che aveva ancora memoria di Marx – affondò Prodi, pensai che di lì a poco sarebbe finita anche tra me e Petra. E invece cominciammo a litigare orgogliosamente divisi, orgogliosamente di sinistra, ognuno col suo partito comunista, anche se io non potevo ancora votare.

Dopo la prima sera, finita a squadrarci e a ripeterci che no, non era possibile, per quattro giorni di fila non andammo a scuola, il liceo che allora, io al secondo anno, lei al quarto, frequentavamo. Passammo quattro mattine, quattro pomeriggi e quattro serate a baciarci nell’abitacolo della vecchia Panda gialla che una volta, mi diceva Petra, era stata bianca. Novantasei ore che io ricordo gialle per il sole che si appiccicava alle nostri pelli, e rosse di vino e di labbra, le nostre, serrate, schiacciate, avviluppate tra loro. Poi venne la domenica che passammo a casa, a riposare. Da soli, come io non ricordavo si potesse stare. Ci conoscevamo da cinque giorni.

Petra era di una bellezza che io ancora non avevo conosciuto: bionda – pur se tinta, non importa – pallida, alta, slanciata ma generosa di forme, e di una sensualità che oggi mi pare impossibile per i suoi diciott’anni di allora. So che i ricordi distorcono le immagini e il reale, ma ciò che nessuno potrà mai contestare è l’evidente armonia delle nostre bellezze scomposte che si accompagnavano perfette. Petra e io eravamo invidiabilmente belli, una affianco all’altro, eppure fu un dato che noi allora non capivamo, tanto che lei non si piaceva e a me, a parere bella, era soltanto lei.

L’estate scorsa mia sorella si è diplomata e i suoi tre giorni d’esami mi hanno riportato indietro, non ai miei, ma a quelli di Petra. Difficile scrivere il perché, non faccio nessuna fatica, come si evince, a ricordare i giorni della mia adolescenza che mitizzo senza pudore, gli anni di scuola per eccellenza, ma la maturità non mi ha lasciato particolari sapori, non andò affatto male ma fu completamente scevra da emozioni memorabili. Gli esami di Petra furono tutt’altra cosa, quell’estate si diplomarono praticamente tutti i nostri amici di allora, una tabula rasa che di lì a poco avrebbe portato gran parte di loro ad andare via, chi a continuare gli studi altrove, chi semplicemente a provarci, altri si inventarono invisibili. Petra decise di partire. Nel giro di due, tre mesi – e lo sentivamo – ci saremo lasciati, eppure all’epoca mi pareva eccitante perché, ne ero convinto, ricominciare mi avrebbe fatto bene, mi sarei sentito meglio, avrei beneficiato di quella scossa. Non ricordo quanto amassi Petra e se l’amassi ancora, ricordo però tutto ciò che inutilmente ho fatto, mesi dopo, per convincerla a tornare insieme, dopo averla lasciata. Credo sia stato quello il momento in cui la mia autostima cominciò ad abdicare.

L’estate scorsa mia sorella si è diplomata e io, preso dai ricordi, ho telefonato a Petra, a casa dei suoi. Non ha risposto nessuno, e quando qualcuno lo ha fatto, allora ho chiuso io. Una voce sgraziata mi ha punito.

Probabilmente sua nonna.

(…) scrittura santa a strati venne a svegliarci eravamo non-pronti scrittura venne squartandoci squartata le ho leccato un dito e il piede finché esplose e io ho masticato e iniettato le sue parole il sangue le rovine ONORE PALLIDO alle sue rovine ONORE PALLIDO che ho letto prima di scrivere (…)
(Petra Giannini, estratto da “Turbinosamente”)

Petra Giannini è diventata una scrittrice, Petra che stava con me, una importante scrittrice sperimentale che “se fosse nata a inizio secolo, sarebbe stata una futurista”. L’ho letto su Internet, generosità offerta dall’intervistatrice o intervistatore, non ricordo, che ha provato a conversare con Petra. Mi pare di capire che non sia possibile, perché Petra oggi è una scrittrice sperimentale nichilista, che si rifà, oltre che a Carmelo Bene, al suo neo-marito che giura di pisciare il nulla e praticarlo, il nulla. Del resto, si sa, son nichilisti. Petra dunque (non) scrive così, non è importante ciò che (non) si capisce, è importante riferire chi hai letto prima di scrivere e chi leggi generalmente. Mi pare ragionevolmente democratico, occorre accettarlo e lasciar perdere le velleità comunicative e narrative, del resto “il mondo è cambiato” e attualmente “la cultura è nulla”. Dunque Petra è cosi che (non) scrive, sebbene io la ricordi vagamente marxista, diciottenne che comprava Il Manifesto e amava leggere Dostojevsky e i testi di Lou Reed, che magari un po’ nichilista lo è, ma non troppo, un po’ si fa guardare dentro. Petra mi fece scoprire Maupassant e l’antologia di Spoon River, a Petra devo Cechov e Zola, e Carmelo Bene l’abbiamo visto per la prima volta insieme, ed era ancora vivo. Non capisco come abbia potuto scrivere un libro che si vende su Amazon e sto cercando di comprare. Non credo si tratti di comune invidia tra aspiranti scrittori, il punto è che io non ho memoria di Petra scrittrice, Petra che mentre stavamo insieme improvvisamente divenne dark e poi quando ci lasciammo si fissò per la taranta e la musica folk, dopo aver conosciuto un ex dark autoesiliatosi in Salento per spallidire, e poi cominciò a drogarsi perché insieme a un tossico punkabbestia e ora piscia nulla perché sposata a un praticante nullista.

(Mi rode. Forse, un po’).

DOMANDA: Petra, in quale momento della giornata preferisci scrivere?
RISPOSTA: Io non posseggo scrittura, né la ritengo strumento da malleare; immobile di trance la sento scendere e penetrarmi con rabbia sangue inerte rimbrotta determina i miei tempi e i suoi regnanti mi inchino di fronte a scrittura non faccio che scansarla limone mi rapa violentemente un malleolo triturato da cavallette azteche le mie ginocchia estetiche scrittura mi ha non giornata né scrivere.

Gli esami di Petra passarono e noi passammo un’estate in città, a casa sua, nel suo letto, ad affinare un’intesa fisica che raggiunse dimensioni estremamente appaganti e fino ad allora ignote, tanto che ricordo i nostri corpi costantemente uniti e in movimento, sudati, l’uno dentro l’altro, tutto il giorno e tutta la notte per quasi due mesi. Poi guardavamo il TG3 e Blob, e il TG4 per ridere e ogni tanto uscivamo per comprare da bere e le sigarette. Non ricordo neanche di un pranzo o di una cena, mangiavamo solo dopo aver vomitato e poi tornavamo a letto, e ascoltavamo Lou Reed e io le chiedevo se mentre facevamo l’amore lei pensava a me o a lui, e una volta guardammo Matrix in videocassetta e io cominciai a vomitare dopo venti minuti e stetti male per due giorni interi mentre lei si innamorò di Keanu Reeves, e forse mentre lo facevamo pensava anche a lui oltre che a Lou. Poi agosto finì, l’unico che non ricordo nero, arrivò settembre e Petra partì, ci sembrò giusto e non fu difficile, sarei andato a trovarla spesso e lei sarebbe tornata appena possibile. La sera prima eravamo allegri, andammo al cinema a vedere Branchie e poi in un parco a leggerci Radiguet, un po’ litigammo, chissà perché, a causa di Baricco, ma la serata era troppo bella e fresca per discutere del nulla, non c’era neanche il solito gruppo di ragazzini a spiarci e a infastidirci. Quella sera non mi sarei arrabbiato, chiunque ci fosse stato, di qualsiasi cosa si fosse parlato.

Ero certo che da quel momento sarebbe andata sempre così.

Sabato mattina di pioggia, sono le 8. Decido di fare una visitina a Milton, il mio amico bengalese che fa il barbiere in un internet point-kebabberia sotto casa. In questi ultimi due giorni mi ha scritto la NOGOD che mi invita a festeggiare paganamente il prossimo solstizio di primavera, c’è poi la newsletter di Pangea e di Inutile, cinque antispam che come al solito cestino senza leggere. Vittoria non mi ha ancora risposto. Non mi resta che navigare anarchicamente, stamattina voglio penetrare i meandri più profondi e polverosi della rete, voglio scoprire qualcosa di nuovo, intanto apro Facebook, scrollo la pagina di Crapula Club e non so come mi ritrovo iscritto a un gruppo chiuso metallaro, niente di nuovo, fatico a tenere gli occhi aperti, ogni due messaggi ce n’è uno che spamma la pagina di una band, potrei soprassedere ma davvero ritorna troppo spesso, che sarà mai? Visto che non mi sembra nulla di nazista, lo apro, scettico seppur curioso.
E lo riconosco subito.

(…) sono per un’oralità ridondante e ripetitiva e per un’inesistente scrittura identica opposta e simulante (…)

Petra stette via per due mesi, due mesi interi che passammo inutilmente al telefono a litigare. Lei non mi ha mai raccontato granché della sua nuova vita, com’era l’università, come si trovava nella sua nuova casa. Viveva con una coppia di nostri amici, trasferiti anche loro da pochi mesi, per quel che ne so non andarono mai d’accordo, passarono un anno intero a litigare, cercando di cacciarsi a vicenda. Alla fine andarono via tutti e tre, e quella casa fu riaffittata ad altri studenti o a dieci pakistani o a quindici senegalesi, chissà.

Ricordo in particolare una telefonata davvero terribile, per quanto fu assurda: bisticciavamo per un motivo stupido, lei mi rimproverava di non averla chiamata il giorno prima, poi mi ha chiamato con un altro nome. Ci poteva stare, se non fosse che io, affatto offeso in verità, invece di chiuderla lì, restai al telefono zitto, senza dire una parola per più di mezz’ora e lei, Petra, dall’altra parte della cornetta, che cercava in ogni modo di farmi parlare. Mi chiedo ancora che cosa la spinse a non chiudere, non ricordo più che cosa volessi dimostrare io.

Quando Petra tornò, l’ansia iniziale si trasformò presto in terribile fastidio e in fine in svogliatezza. Dopo quasi un’ora passata a guardarci e a sorridere imbarazzati facemmo l’amore non troppo convinti, tanto che, una volta concluso, l’imbarazzo tra noi fu ancora più forte. Qualcosa da dirci la trovammo, costretti. Eravamo in macchina, in una fredda Ford Fiesta blu. La Panda gialla che era stata bianca non c’era più, i genitori di Petra decisero di rottamarla qualche settimana prima. Quella sera le scattai una foto, ripresa dall’alto, lei è seduta su uno scalino, guarda in alto nell’obiettivo, vestita di nero, capelli biondissimi, ha un sorriso strano, innaturale, immobile, vagamente inquietante.

La lasciai tre giorni dopo.

C’erano almeno venti gruppi, potevo pescare tra venti gruppi diversi, alcuni dei quali con nomi veramente accattivanti, eppure ho scelto proprio loro, perché mi interessava lui. Da lui sarei arrivato a lei, non era mica matematico o sicuro, però in fondo me lo aspettavo perché Facebook funziona così, lascia scoprire identità nascoste o informazioni personali semplicemente inanellando la giusta e talvolta aleatoria combinazione di click, per giungere a un nome, un cognome, a volte un indirizzo, finanche un numero di telefono. Semplicissimo dunque scoprire che fine ha fatto un fidanzamento, se si è rotto o insiste, se è diventato qualcos’altro o è rimasto immobile.

Pietro Iogolani è il leader degli ICH LIEBE ADOLF, formazione brutal metal techno industrial ambient elettro punk lemon core in cui suona la batteria e scrive i testi, in tedesco. Pietro Iogolani ha creato gli ICH LIEBE ADOLF nel 1998, quando i NIETZSCHE SS 1933, complesso gothic metal in cui cantava e scriveva i testi – çà va sans dire, in tedesco – si sciolgono per divergenze interne sulla politica di promozione del gruppo. Gli ICH LIEBE ADOLF nascono da una necessità culturale, in un ambiente avido di offerte e possibilità musicali alternative, che presuppongono un progetto identitario, politico e culturale. Dopo una prima demo nel 1999, UBER ALLES, e il primo disco del 2002, GOTT MITT UNS, salutati favorevolmente sia dalla critica che dal pubblico, gli ICH LIEBE ADOLF hanno appena terminato le registrazioni del loro terzo episodio discografico, TERZO REICH, a detta di Pietro «il più forte musicalmente ma il più nullo, anzi, nichilista, concettualmente». Perché Iogolani si autodefinisce un «nichilista convinto e perduto che piscia il nulla e pratica il nulla», si rifà idealmente alle esperienze teatrali e cinematografiche di Antonin Artaud e Carmelo Bene, ama il cinema di Lars Von Trier e di David Lynch («molto potente in quanto poco comprensibile, cioè nullo, cioè nichilista»), non disprezza le letture di Ezra Pound, naturalmente Nietzsche, Julius Evola e di Tendyne, cioè sua moglie Petra Giannini, giovane penna che ha da poco pubblicato la sua prima fatica letteraria, TURBINOSAMENTE, disponibile su Amazon e nei migliori store online. «Amo il libro di Petra» ha detto Pietro, «perché é molto potente in quanto poco comprensibile, cioè nullo, cioè nichilista». «Del resto» ha aggiunto, «io e mia moglie siamo poco comprensibili cioè nulli, cioè nichilisti. Pisciamo il nulla, suoniamo il metal, scriviamo il nulla e lo pratichiamo pure, il nulla. SIEG HEIL» ha concluso criptico.

Nuovi orizzonti musicali, nuove frontiere letterarie. Fino a ieri parallele, oggi sposate. Petra Giannini ha scritto alcune liriche del nuovo disco degli ICH LIEBE ADOLF, come ad esempio RECRUDESCENZE DRACONIANE DI ANTITESI TITANICHE: “Scopo scrittura uccisa a sangue/infetto di stasi/in cui infilo una lingua berbera come/candito polimerale//Ho ucciso la mia bic che non voleva/aspettare/santa scrittura/piena di grazia//Boia a chi?/eseguivamo gli ordini//”.

Sono le undici e mi sembra il caso di andare, sono qui da tre ore e per miracolo sono ancora vivo, ho bisogno di una colazione forte e doppia e poi di tanto sonno. Adil mi vede entrare e già prepara il solito cappuccino con cacao e zucchero di canna, questa mattina ho bisogno di due bustine, una non può bastare, poi tira fuori da sotto il bancone il cornetto alla nutella che ha conservato per me, gli sorrido con gli occhi, senza dire una parola; non aspetta neanche che io gli chieda il solito bicchiere d’acqua, me lo porge cortesemente. L’empatia è nell’aria, questa mattina.

Il mondo gira strano a volte, me lo dico mentre esco dal bar e vado verso casa. Ho voglia di sentire i miei genitori, chiamo mia madre che non mi riconosce, dice che non l’ho mai chiamata alle undici e mezzo del mattino. Le chiedo di raccontarmi qualcosa, qualsiasi cosa e lei mi chiede se ho bisogno di soldi; allora comincio io a parlare, non dico praticamente nulla, piscio nulla dalla bocca e mia madre deve essersene accorta, ma genialmente abbatte il silenzio che si era imposto raccontandomi delle rivolte studentesche alla Sorbonne di Parigi. Mi dice che il movimento studentesco è contro quelli che si parcheggiano nelle università, gli studenti parigini che sono sempre un po’ esistenzialisti, fanno i pittori, ogni tanto vanno in università, ma non fanno gli esami, non si laureano mai e le università si intasano e si bloccano. Aggiunge che in televisione hanno anche detto che in parte ‘sti rivoluzionari ce l’hanno con il governo di destra che ha fatto una legge sul lavoro contestata da tutti, ma il motivo principale delle occupazioni sono i pittori esistenzialisti. Me lo assicura mia madre. Lo ha detto la TV.

Fottuti pittori parigini, dico io. Esistenzialisti di sto cazzo.

Sorrido incerto. Comincia a piovere. Mia madre deve andare a fare la spesa, io ho dimenticato di comprare il latte. Torno da Adil. Per quasi due anni, dopo che ci lasciammo, Petra e io continuammo a sentirci e a tornare insieme e a lasciarci e a tornare insieme e a sentirci. Poi io sono partito e lei ha conosciuto un altro.

Si sono sposati.

Petra Giannini

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