Liminal Personae #9: Sarah & (my) friends

Liminal Personae nasce dalla necessità primordiale di osservazione e metabolizzazione del mondo, nello spazio e nel tempo presente. Nella ciclicità dell’archetipo e del simbolo ritroviamo nei gesti degli altri noi stessi, la nostra storia, e cerchiamo più o meno consciamente di sfruttare l’empatia come una sfera di cristallo, per scoprire quale sarà il prossimo passo. Ogni giorno tre lingue si articolano nella mente di S.H. Palmer. Le influenze dell’una ricadono sulle altre due e così in un moto perpetuo la scrittura e la comunicazione salgono a spirale, “per schiantarsi al suolo perpendicolari all’asse del mio respiro.”
Il nome della rubrica è un omaggio esplicito alla professoressa Clara Mucci. Sarah & my friends è la nona puntata (qui le precedenti).
L’illustrazione, tratta dal progetto All Melody, è di
Laura Fortin.

Mi lascio alle spalle il tempo che passa. Erano sei anni che non presenziavo le vacanze di Natale nella mia terra, ma facciamo un passo indietro.

Quando ero bambina e abitavo in Trentino ho ricevuto una bambola bellissima per Natale. È stata una cosa pazzesca perché ero andata un attimo prima a vedere se i regali fossero già lì, e vi giuro ancora adesso di non aver visto proprio niente. Scavando e grattando negli strati della memoria non ho mai trovato una spiegazione razionale. Magari fu solo una svista, la svista del “vero credente”: mi convinsi pienamente dell’esistenza di qualcosa di magico il giorno che ricevetti quella dannata Barbie fiocco di neve, o come si chiamava lei.
Era bellissima e nella scatola c’era anche un fiocco di neve olografico di materiale plastico fatto benissimo, da appendere sull’albero.

Quello è il mio ricordo del Natale più bello, uno di quelli indelebili – perché diciamoci la verità, non è che ci possiamo fissare sempre solo sui ricordi di merda (sulla montagna invalicabile dei ricordi di merda, tanti che sono).

Da quando vivo in Germania ho rivalutato il periodo natalizio. È un’ottima scusa per farsi due risate eccentriche e kitsch, abbuffarsi di vin brûlé, ritornare bambini sui pattini da ghiaccio e sotto le luci dei mercatini e così via. Un senso di leggerezza che pervade il cuore e fa sorridere anche nei momenti più oscuri dell’esistenza.

Da quando poi, per i casi della vita, mi sono ritrovata Courtney Love nel video di Mono (adoro le streghette di MacBeth tulle e sudore, sabbia e rosa Schiaparelli), questo divario dicembrino si è accentuato ancora di più. Mi sembra di vivere in uno di quei film anni Ottanta dove mia figlia canta per casa tutto il giorno metà in tedesco e metà in italiano, in una dimensione parallela tra Fassbinder e Frank Capra, facendo cose e rimanendo tremendamente di buon umore tutto il tempo. Lo spirito natalizio, quello che mia nonna – una delle più grandi portatrici di gioia del ventunesimo secolo – crede di aver perso (probabilmente ha solo passato il testimone all’ultima generazione, chi lo sa.)

Quest’anno, anzi quello passato ma ancora non mi ci abituo, è stato un anno tremendamente prolifico. Sempre due passi avanti, libera da zavorre emotive e materiali ché proprio non ne ho bisogno. Sono una che si adatta, io. Se le tazze sono piccole mi vanno bene lo stesso, anche se preferisco i beveroni. Dormire a destra o sinistra, proprio non mi frega, anzi nel letto singolo sto meglio. Andare di qua o di là, neanche mi interessa più di tanto perché faccio più caso alla compagnia.

Quest’anno poi – che è già diventato lo scorso Natale – nella temibile seconda metà di dicembre sono tornata a casa. È stata un’esperienza mistica. La famiglia come sempre, e sempre più, ci ha riscaldato il cuore e donato nuovi ricordi per tirare avanti fino all’estate al grido di “caciocavallo arrosto e liberate il kraken!”

Quella famiglia fatta non solo di parenti, ma anche di quei pochi amici che mi sono presa il privilegio intellettuale di mantenere. Si contano sulla punta delle dita, per fortuna, e me li tengo stretti. Quelli che ho scelto di incontrare, quelli che per forza di cose non ho ahimè potuto materialmente abbracciare: vi abbraccio lo stesso, in videoconferenza o con uno scatto rubato segreto.
Mi mancate.
Vi voglio bene.
Tenete duro.

Quest’anno ho gettato uno sguardo sulla città che fluttua statica nello spazio tempo. Dove nulla accade e tutto sembra sempre precipitare. Una zona d’ombra che mi lascia un po’ stordita ogni volta per la sua immutabilità oggettiva. Rimescolare le carte per scoprirsi sempre quarantaquattro gatti in fila per seicentosessantasei, senza resto.
Solo con il vuoto, a perdere.

Camminando per le vie di Foggia vecchia, citavo Sarah in silenzio, sorridendo:
“Sanity is found at the centre of convulsion, where madness is scorched from the bisected soul”.
Il riassunto perfetto della città, alle 4:48 di mattina.

CONTINUA (qui tutte le puntate)

S.H. Palmer

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