Z

Buongiorno, complimenti per l’ottima scelta. Questa è una breve introduzione alla scrittura degli editoriali standard per Verde Rivista che ti guiderà passo passo nella  compilazione.

Come prima cosa, è bene procedere con una piccola battuta sulla litweb o su quei cani della redazione. In mancanza di tale, insultare i lettori (es. “coglioni” o un più moderno “trojetti”).

Subito dopo introdurre l’autore del giorno. Se si tratta di un esordiente su Verde è più facile perché vi avrà di certo fornito una bio (chiedere sempre le bio in mail e ricordarsi di accorciarle):  Simone Burratti (1990) studia e vive a Padova. È fondatore del sito Formavera. Suoi interventi e traduzioni dall’inglese sono apparsi su blog e riviste, tra cui Le parole e le cose, L’Ulisse e Atelier. Ha inoltre partecipato all’edizione 2017 di RicercaBO. Con Progetto per S. (NEM, 2017, prefazione di Stefano Dal Bianco) ha vinto il Premio Castello di Villalta Giovani, il Premio Camaiore Proposta ed è risultato finalista al Premio Mauro Maconi (sez. B) e al Premio Cetonaverde Giovani. 

A questo punto è bene inserire il titolo del racconto: Z. (in grassetto regular mi raccomando) e fare due considerazioni al riguardo, tipo che lo abbiamo scelto per la voce narrante particolarmente carismatica e divertente, e la capacità di riportarci a una dimensione, quella dei narcisisti manipolatori, che ci riguarda parecchio. (A questo punto una mossa pro sarebbe quella di aggiungere un iperlink pazzesco su “narcisisti manipolatori”). Il racconto è lungo e questo scoraggerà i lettori millennials. Eppure è bene fare presente che il nuovo corso di Verde, gestito dal Capitan Frau, prevede un focus molto più attento sui testi – “farli parlare”, coinvolgerci, portarli a pranzo con noi, che ne so magari un cinemino, poi da cosa nasce cosa… – e di abbandonare il troppo rassicurante formato “da blog”, laddove il racconto merita.  

Ricordarsi di ringraziare l’illustratore/trice di  turno (chissà perché continuano ad affidarci i loro lavori): Laura Fortin, è con noi con The Writer, tratto dal progetto All Melody

Trovare una chiusa simpatica, un augurio, o al limite rincarare sull’insulto al pubblico.

I.
Giuro, una cosa così non mi era capitata mai. Dicono che prima o poi capiti a tutti, ma io non sono tutti, sono uno preciso, coerente, diabolicamente misurato. In tutte le duecentoquattro azioni malvagie compiute nella mia vita – dissimulare le pulizie di casa, fare l’imitazione di Piergiorgio Welby, lanciare con la fionda polpette avvelenate ai cani dei vicini, condire con il Guttalax il piatto del nemico, dare della grassona a mia zia appena uscita da un disturbo alimentare, e potrei andare avanti fino a duecentoquattro ma dovrei scrivere un’altra storia a parte – in tutte quante, dicevo, c’è a monte una certa consapevolezza decisionale, un’orgogliosa premeditazione. Mai successo di girare in macchina e investire per sbaglio un’anziana: se voglio investire un’anziana comincio già a pensarci il giorno prima, scelgo la strada giusta, l’anziana giusta, mi faccio degli scrupoli, insomma; e neanche mai successo di ferire a parole senza accorgermene: giuro, sono uno scrittore, se uso una parola è quella, come quando ho detto a Linda che la percepivo “come un catenaccio dallo scroto all’epididimo”. Per questo adesso sono in difficoltà, non mi piacciono le distrazioni della coscienza, né tantomeno perdere il controllo a causa di contingenze esterne: ho i miei principi morali.

E poi Z. è stupida. Ovviamente non lo è, ma mi sembra salutare soffermarmi sulle macchie indelebili della sua dignità: va ai silent party, possiede uno stroboscopio, parla come una serie tv anni Novanta ma soprattutto studia psicologia, e sappiamo tutti che quelli che studiano psicologia volevano fare lettere ma hanno poca voglia di leggere libri. Porta i pantaloni larghi per non far vedere che ha il sedere piatto (giuro, piatto come una passata di pomodoro che ti scivola sulle spalle), le sue camicie hippie valorizzano il niente, gli occhi (che sono belli) ridono troppo spesso, come per nascondere la scarsa profondità del pensiero. E poco importa che quando cammina i piccioni si spostano e si inchinano mangiando, che l’entrata del Centro cambia di tonalità e tutto sembra più giallo, come un limone o un fiore troppo felice, mi tremano i capelli e sono fregato; oppure mi saluta e si avvicina insieme a Claudio, io che ho già il piede a ovest, mi allontano controvento, contro il suo risucchio cosmico, ma la voce mi chiama e allora i’ mi son un che, e mi scoloro tutto, nessuno scampo dalla donna mia.

Per non incorrere in occhiate malevole, è importante specificarlo subito: Claudio, il suo fidanzato, è una bella persona, senza doppi sensi. Biondo alto, spalle larghe, la giovinezza temprata dal nuoto e dall’attivismo politico. Alle manifestazioni prima fa da scudo agli altri e poi si lancia contro i celerini, quando alza il pugno sembra quasi una fotografia d’epoca; e poi magari te lo ritrovi al Centro con in mano un libro di Sartre, mettiamo di Bakunin, perché “bisogna conoscere anche quello che non si ama”, te lo passa mentre ti chiede qualche consiglio sui poeti vivi: il giorno dopo stai certo che al Centro quei poeti se li legge. Parliamo sempre volentieri (ultimamente un po’ meno), abbiamo confronti amichevoli e spesso mi fa sentire più intelligente di lui, motivo per il quale mi viene da stimarlo. Detto questo no, giuro, io e Claudio non siamo amici: sarebbe come sovrapporre un quadrato a un cerchio.
Probabilmente a letto è scarso. Uno di quelli che zitto zitto gli piace il missionario, che se gli sali sopra si spaventa e perde il filo, un non-leccatore professionista. Arriva Z. tutta entusiasmata e no, mi dispiace, tutta questa emancipazione li confonde, i veri compagni (e Claudio lo è) vivono di conflitto, e almeno a letto il conflitto vogliono vincerlo. (Questo a Z. non dovrebbe piacere.)

È ormai una settimana che Linda allunga la mano, ignora lo spazio vuoto che separa il finto matrimoniale. Io mi giro e dico che sono malato, mi sento in imbarazzo. (Lei, a onor di cronaca, sopravvive.) Fare sesso con Linda sarebbe un tradimento nei confronti di Z., una deviazione dalla coerenza. Sembrerà paradossale, ma è proprio come usare un altro corpo, il corpo che c’era prima ed era fatto per lei: mettersi comodi sulla poltrona, in pigiama, e guardare lui e Linda che si intrecciano nel letto, berci sopra un bicchiere di vino – che posizioni che abitudine che bello – ma lui non sono io, io, fuori dal corpo, nel frattempo penso al culo piatto di Z., e ci vengo pure. E allora mi giro, stringo il lenzuolo per proteggermi dalle sovrapposizioni, taglio corto col sonno.

II.
Dal momento che l’ho vista, l’ho desiderata. Uscivamo entrambi da un seminario sulla pornografia. Le ho chiesto: «Guardi spesso i porno?» Claudio sorrideva senza il minimo sospetto, lei lo ha superato di mezzo passo e ha girato la testa verso di me: «Intendi quei documentari sugli stupri dei gorilla? Meglio il post-porno, grazie». Che stupida, ho pensato. Un’alternativoide, una femministona da sbarco, figlia del regresso postmoderno e degli asterischi contro la vita, adesso le dico che dio ha inventato le lesbiche per impedire alle femministe di riprodursi. E invece ho sentito un cardellino (era un cardellino, ne sono sicuro) saltare da un ramo all’altro del pino dietro di noi, faceva vibrare tutto l’albero; l’ho guardata meglio e ho visto la piccola voglia sul collo, le orecchie quasi a punta, e poi certi occhi: certi occhi, giuro, due sfere autoriflettenti, pace interiore indipendenza emotiva candore inaudito. L’ho osservata inclinare leggermente il collo mentre stringeva la mia mano sudata. Rideva del mio accento poco controllato ed era incuriosita dai miei commenti sulla noia universale di Erika Lussuria: «questo discorso merita di essere approfondito». Per un momento, nonostante le ombre delle lunghissime dita di Claudio andassero quasi a graffiare la sua spalla, in una inconscia manifestazione di possesso, ho pensato di proporle una bevuta da soli. E invece mi sono grattato la testa, ho annunciato un’urgenza fisiologica e sono scappato via, in preda a una crisi ben peggiore.

Nei giorni successivi, in contrapposizione ai diluvi del mondo esterno, il grande letto della mia solitudine era una zona di bonaccia. Attraversandolo riuscivo a malapena a sollevare il PC dalla sedia e trascinarlo fino al petto. Masturbarmi non mi divertiva, insultare gli antispecisti su Facebook non mi divertiva (magari Z. era antispecista). Fissavo le pareidolie del muro pressappoco come si fissa il crocifisso sull’altare: Z. che scende le scale, Z. che sorride a caso, Z. che improvvisamente esce dalla parete e dice “post-porno” con quella erre francese così sua eppure così civettuola. La colonna sonora dei miei pomeriggi era unicamente composta da Perfect Day, Getaway Car, Creep, Lover, You Should’ve Come Over e – ma solo durante i picchi di disperazione – Se Telefonando.

Il settimo giorno aggiungo una x all’elenco delle azioni malvagie e le scrivo: stabiliamo che Erika Lussuria ha il carisma di Benedetto XVI, Queen Kong è il delirio peloso di una femminologia antropofaga. Ma no, i Dirty Diaries mai visti, ammetto, quasi quasi me li guardo stasera insieme a te. Osservo le vibrazioni dei miei polpastrelli constatando come, per l’ennesima volta, siano stati più veloci del mio pensiero: stasera c’è l’aperitivo al Centro, e ovviamente va anche lei. Mentre infilo la camicia più anonima del mio armadio, mi preparo agli sguardi di disapprovazione della comunità intera degli uomini.

Segue teatrino al Centro in cui: «Ohi, Claudio, la tua donna non vuole indottrinarmi nel post-porno». I cardini delle porte e le giunture dei vecchi scricchiolano sotto il peso del decimo vino, il viso di Z. arrossisce per la prima volta nella mia vita. Risate, controindicazioni, ma soprattutto nessun sospetto. Approfondisco i dettagli sulle sue strategie relazionali: come si riavvia i capelli quando inizia ad ascoltare, come saluta saltando addosso a tutti (a tutti tranne che a me), come pizzica il braccio di Claudio per chiedergli il prestito di un altro bicchiere. Passata la prima ora noto che non regge minimamente l’alcol: semisdraiata su una panca di plastica, spiega a Paola le motivazioni etiche per le quali non avrebbe dovuto “assassinare” la zanzara che le ha appena disegnato un’Orsa Maggiore sulla spalla. Ora la sua voce è più acuta, frettolosa, sovente accompagnata da contatti fisici con il ginocchio dell’interlocutrice. Paola è la quarantenne zitella del Centro, l’incarnazione stessa della depressione: di solito, per un tacito accordo, io e gli altri le dedichiamo dieci minuti di conversazione ciascuno – non uno di più, non uno di meno – stando bene attenti a non urtare la sua sensibilità. Quando mi avvicino alla panca, Z. sembra sollevata dal mio arrivo, mi sorride con preoccupazione e forse un pizzico di riconoscenza; Paola invece non reagisce, continua a fissare il palmo della mano insanguinato, l’arma del delitto: sta per avere un crollo irrecuperabile. Allora mi giro verso di lei e attacco a raccontare l’aneddoto del coniglio del campeggio, di quando lo inseguivo con la forchetta chiamandolo La Cena. L’umore generale migliora di colpo, Paola che giuro, alza la testa e comincia a guardarmi come se fossi una T-Bone scontata al 50%; Z. che guarda Paola che mi guarda, io che penso a Z. che mi guarda mentre guarda Paola guardare me, Claudio ignaro e beato, lontano, una tartaruga rinfrescata dal monsone. «Quanto bevi!» dice Z. accostandosi a me, leggermente oscillante. «Che dolce», rispondo. «Ti preoccupi per me. Poi però non accetti i miei inviti». Sospira, non so se divertita o risentita: «Facciamo giovedì da me?»

Fuori ci sono i gradi perfetti dell’estate, la nuvolaglia ormai ristretta ai panni da asciugare. Mentre si allontana, la lunga gonna bianca ondeggia al vento, disegnando linee morbide e indicandomi la via di una salvezza futura. Ho girato l’angolo, strano e curvo come l’ombra che in silenzio mi seguiva, sono arrivato ai cassonetti e ho vomitato le promesse di due anni.

III.
Linda è troppo presa con la tesi per accorgersi che io non ci sono più. Voglio dire, fisicamente sì: il senso di colpa mi spinge ad essere presente in modo quantomeno sospetto, e ad evitare il Centro neanche fosse un girone infernale (ovviamente il secondo). Usciamo per lunghe passeggiate; sotto le querce ristoro degli anziani ci fermiamo a guardare il panorama commentando il degrado ambientale; poi facciamo la piccola salita che porta ai giardinetti, prendiamo un gelato in due: la faccia di Linda si illumina per un attimo quando il cioccolato fuso va a riempire il fondo del cono. Il tramonto, dalle panchine di legno verde dei giardinetti, cala tra le colline come un biscotto, e noi lo aspettiamo pazienti, mentre affonda per sempre nel verde scuro. A letto niente sesso – fa troppo caldo, dico – ma ci rotoliamo sul lenzuolo volentieri; lei inizia a raccontarmi gli sviluppi del terzo capitolo e io mi chiudo in uno specchio come insonorizzato, cogliendo il necessario per non sembrare assente. Di colpo mi accorgo che non sappiamo più di che parlare.

So bene di scrivere queste frasi con la stessa stitichezza di un referto medico. Ma di notte, dentro la luce artificiale dello schermo del PC, guardo il silenzio del suo corpo nudo e giuro, pur essendo identico a sempre – stessa pelle, stesse curve, stesso sonno da bambino imbronciato – è come se non lo riconoscessi. Che fine hanno fatto i bagni notturni alle terme libere, le camporelle nei parcheggi, le parole che mangiavano con gli occhi? E il desiderio di sapere tutto, e le gelosie senza fondamento per i pali della luce? Dove sono finite le insicurezze e negazioni dei primi tempi, che non ci vedevamo per due giorni di fila perché no, troppa paura dell’impegno, siamo animali indipendenti, e poi giù di telefono, fino all’alba, senza la minima voglia di riattaccare?

Ho analizzato le varie possibilità. Il tradimento sarebbe il problema minore. Cameriera peruviana del DueRighe: fatto; ragazza bionda mononeuronica – ma decisamente bimammellare – di passaggio al Centro: fatto. Conseguenze: tutte situazioni sprofondate nell’oblio subito dopo il soddisfacimento della macchina. Insomma, non sarò uno stinco di santo, ma ho sempre avuto un certo autocontrollo, il riserbo della persona equilibrata. La questione Claudio è più complessa, dal momento che non vorrei passare per falso amico davanti a tutto il Centro, e sicuro inizierei a guardarmi intorno – non lo faccio già? – come Ugolino in mezzo alle ossa dei suoi figli: con la certezza che all’improvviso parleranno. Tuttavia la difficoltà sarebbe aggirabile attraverso un principio di omertà. Immagino già Z. camminare a passo svelto verso casa di Claudio: la faccia funerea, i capelli a l’aura sparsi per un segreto intendimento con il vento serale; il cancello elettronico si apre, lei sale i gradini e nel frattempo pensa a me, mentre in cielo cade una cometa dal colore insolito, mettiamo blu-argento; Claudio è incredulo ma la situazione pare irreparabile, Z. sembra quasi aver paura di lui, il suo amore è ormai spento come un posacenere ed è visibilmente e internamente distrutta – internamente distrutta, dice, calcando il più possibile le erre – non riuscendo più a trattenere il pianto scappa verso il buio (e cioè a casa mia) perdendo un sandalo per strada; lui la guarda basito dalla zattera del pianerottolo, abbassa gli occhi e, ispirato da Me-Ti, capisce che la cosa giusta è lasciarla andare. Un mese di latitanza e il gioco è fatto.

Dal punto di vista strategico, dunque, l’impresa è degna di essere affrontata. Ciò che però mi ossessiona, che di notte mi toglie il sonno e di giorno mi toglie la vita, la mostruosa creatura, insomma, a guardia della mia risolutezza, è il pensiero di Linda. A differenza delle altre volte, qualsiasi soluzione si rivelerebbe drastica, un punto di non ritorno. Far avvicinare Z. alla mia vita sarebbe come incassare un fulmine, invertire la catena alimentare, adattare la mia rotazione in funzione del primo motore immobile. E allora, per lo squilibrio del sistema, un grosso pianeta si staccherebbe dalla cintura e giù, irremovibile, incombente sopra casa mia, una minaccia oscura su via Buonarroti 6. Linda verrebbe a trovarmi e sentirebbe la pressione più forte ad ogni passo, piegando la testa e entrando a fatica nel portone: niente più sole, niente più leggerezza nei movimenti, solo l’ombra, eterna, di una nuova religione che non la santifica, né la ascolta o redime.

IV.
A casa di Z. non c’era nessuno. Mi ha accolto in canottiera a righe (niente reggiseno, ho notato con entusiasmo) e un paio di shorts azzurrini, così corti che tanto valeva presentarsi in slip. La camera era piccola, con la sedia della scrivania che a stento permetteva di sedersi sul lato lungo del letto, ma arredata con cura, piena di gingilli da primo anno dell’università – foto di gruppo, pupazzi infantili, locandine degli Afterhours e dei Lacuna Coil; su un’anta dell’armadio campeggiava in rosso una frase di Angela Davis: I’m no longer accepting the things I cannot change. I’m changing the things I cannot accept. Senza farmi accomodare si è sdraiata sul letto a pancia in giù, incrociando le braccia sotto il mento, e dopo quattro interminabili secondi mi ha chiesto se davvero volessi guardare i Dirty Diaries. Dalla finestra filtrava il raggio stanco del sole delle cinque, e i suoi capelli lo assorbivano in riflessi ramati, simili a fili della corrente scoperti. Colto alla sprovvista, le ho rivolto la stessa domanda.
«Il PC è lì. Il letto sta qui», si è limitata a rispondere.
«Mi stai facendo un favore?»
«No, mi piace condivedere le cose belle con chi non le conosce. Anche se comunque ne sai più di Cla e del Gianfri».
«Non ce lo vedo Claudio a guardarsi i porno prima di mezzanotte, ha troppe cose serie a cui pensare».
«E tu a che pensi?»
Se non mi fossi tolto la camicia entro cinque minuti il mio corpo si sarebbe trasformato nella graticola di San Lorenzo, e la mia anima in San Lorenzo stesso. Z. deve averlo capito, perché con una sottile nota di rimprovero (o di scherno?) mi è venuta incontro: «Guarda che se anche ti metti in mutande Cla non si offende. Promesso».

In meno di due ore, stesi sul letto singolo come due sardine, abbiamo parlato di Angela Davis e Preciado, della donna tatuata sul petto di Danny Trejo, dei glitter come risorsa per l’emancipazione queer; ma anche del cunnilingus contro il patriarcato, delle meraviglie del mansplaining, della sua storia stentata con Claudio e delle mie modalità di relazione, che ha definito “irrimediabilmente manipolatorie”. Io, giuro, dentro dentro non capivo più niente. Quando il mio braccio sfiorava il suo, l’elettricità sprigionata dalla frizione dei peli si trasformava in un brivido di speranza e inazione, il lampadario sembrava accendersi a intermittenza, e già vedevo una figura alta, incappucciata, di pauroso aspetto, fermarsi sulla soglia con in bocca le parole più tremende: vide cor tuum.

Poi, come se niente fosse, Z. si è alzata: in un sospiro frettoloso ha detto: «Su, ci tocca andare, stasera sono a cena dal Gianfri». Prima di uscire dalla stanza ho aperto con disinteresse un libro posato sulla scrivania: Zami: A New Spelling of My Name.
«È l’autobiografia di Lorde, una poeta che probabilmente non conosci».
«Non esistono poeti che io non conosca».
«Se la conosci guadagni vari punti».
«No. Ma magari in poesia è pessima e a raccontarsi è brava».
«È il libro del mio cuore. Lei è la persona del mio cuore. Prendilo, se poi non ti piace non ti parlo più».
«E se non te lo riporto mi vieni a cercare?»
«Ti piacerebbe».

Sul pianerottolo ci siamo salutati con più affetto di quando sono entrato. Lungo il tragitto in bici ho maledetto il Gianfri – meglio noto tra gli amici del Centro come “L’Obliquo”, o più spesso, di nascosto, come “Il principe finocchio” – in tutte le lingue umane e infernali: ci odiamo cordialmente, ma alla cena avrebbe anche potuto invitarmi. Ciononostante, persisteva una nota leggera nella spinta sui pedali, una certa noncuranza dei tombini; all’arrivo, casa mi è sembrata più estranea che mai.

V.
Le peggiori tattiche manipolatorie che i narcisisti ed i sociopatici usano per svilirti e controllarti. Come riconoscere il narcisista perverso in tempo. Uomo narcisista: come riconoscere ed evitare il manipolatore affettivo. Gli articoli sembrano scritti da ragazzine delle elementari in preda a un attacco epilettico, e le categorie usate godono della scientificità delle speculazioni sul Progetto Monarch: eppure hanno il potere di farmi immedesimare in quello che leggo. Finisco col chiedermi se sia mai stato responsabile di gaslighting nei confronti Linda (no, lindau, giuro che ti sbagli, non le stavo proponendo un appuntamento davanti ai tuoi occhi), se abbia mai aggirato volontariamente un discorso più di quanto sia lecito secondo i parametri degli articoli suddetti. Ma soprattutto se la prudenza di Z. dell’altro ieri sia dovuta a un pregiudizio nei miei confronti. Per i “narcisisti perversi”, a quanto pare, non esistono programmi di riabilitazione. I “narcisisti perversi” vanno evitati, allontanati, sono il cancro del mondo. Nessun articolo si sofferma sulle cause che possono rendere un essere umano un consenziente manipolatore di classe S, né sulla fine che faranno tutti questi manipolatori una volta che il volto buono dell’umanità sarà riuscito a riconoscerli attraverso sofisticati dispositivi oculari e finalmente ad ostracizzarli dalla società civile. Saranno confinati in un’isola non meglio specificata del Pacifico? Cominceranno ad aggirarsi e ingannarsi fra di loro, creando un circuito infinito di deviazioni e negazioni, faranno il trenino, scaveranno così a fondo da trovare lo spavento della Terra?

Io non ho mai avuto un volto buono. Se, alla fine di un lungo processo di calcolo, attribuisco alla determinata possibilità una valenza utilitarisca o edonistica che sia, i muscoli del mio sorriso si tendono in un modo innaturale, quasi simile al pianto, e se qualcuno per sbaglio mi vedesse gli salterei dritto alla gola. Certe volte, dopo una pessima azione, mi guardo allo specchio e la serenità ha l’espressione squallida del recidivo. Però ho delle belle mani. Bianche, affusolate, quasi non sembrano mie. Si alzano verso il soffitto e mi domando se potrebbero soddisfare le fantasie sessuali di Z. (so usarle bene, ma ogni contatto è diverso). O se saprebbero incastonarsi con precisione nelle sue, ossute e più piccole, durante passeggiate sui navigli di notte, pieni di gente ubriaca e strana; se sarebbero in grado di spingere indietro il suo corpo di fronte a un pericolo. La mia resilienza alcolica non ha mai suggerito un incremento delle mie abilità di autodifesa.

Quando Z. mi parla mi sento indifeso come una cimice intrappolata in un lampadario: lei vede e può tutto, dispone del mio surriscaldamento. Le sue capacità di elaborazione linguistica e costruzione della frase superano le mie in qualsiasi occasione, e non c’è modo di portare avanti una tesi contraria senza incappare in qualche scorrettezza scientifica, logica o morale. Sfoglio le pagine di Audre Lorde senza leggerle realmente. Zami, la persona del suo cuore, probabilmente il suo modello di donna. Dovrei conoscerla, studiarla, entrare a fondo nel suo sistema simbolico, ma non lo farò. Piuttosto passo in rassegna la nostra conversazione, i punti-cardine e le parole ricorrenti: la psicoanalisi, l’interpretazione dell’opera artistica, l’emancipazione delle minoranze; il porno, Claudio, il Gianfri. Da quando L’Obliquo ha tutta questa confidenza con Z.? Pensavo che neanche si conoscessero. E poi, non era finocchio? Il principe finocchio, per l’esattezza, la natica più accomodante di tutto il Centro? (Z. direbbe che la mia omofobia è ben oltre la villania, che denota un’omosessualità latente, ma questo non importa, perché il Gianfri deve essere finocchio.) Li immagino a casa di lui, da soli, cena vegana a base di seitan e peperoni grigliati; poi sul divano, mentre guardano un film, lei che si toglie i grandi orecchini a cerchio per appoggiarsi più comodamente alla sua gamba; la mano del Gianfri che scivola lungo il vestito a fiori, il sedere di Z. che improvvisamente sembra molto meno piatto, il vestito che sale, il respiro all’unisono che copre l’audio del film, la luce sempre più bassa: «Eh, Gianfri, come usi le mani tu…!»

VI.
Oggi Linda ha manifestato i primi sintomi di insofferenza. Si è infuriata e ha annunciato che se, come le sembra, non sono più in grado di farla sentire una donna, non avrà difficoltà a trovare alternative valide. «Bene», le ho detto. «Divertiti». Mi ha attaccato il telefono in faccia. Allora ho scritto a Z., fiducioso in un segno del destino, in una rivelazione del pomeriggio afoso: le avrei parlato della mia lettura di Lorde, delle mie considerazioni sui narcisisti perversi, le avrei confessato che, pur essendo bianco, occidentale, eterosessuale, maschilista, abilista, omofobo e forse anche un pochino di destra, davanti a lei mi sentivo piccolo e inutile come un barattolo di marmellata scaduta. Dopo due ore passate inutilmente con il telefono in mano, sono andato al Centro ma ho trovato solo Claudio. Sedeva sulla solita poltrona ammuffita con le gambe incrociate, assorto nella lettura di Sorvegliare e punire. Sul bracciolo teneva un finto Moleskine in cui appuntarsi tutti i passi significativi, che segnalava a se stesso con un lento movimento di assenso seguito da un morsetto sul labbro. Gli ho chiesto dove fosse Z. (dove hai lasciato la mia femminista preferita?) e ha risposto che era a letto per un’influenza estiva. Era un peccato, perché alle dieci al cineforum davano un documentario sul caporalato in Puglia, e lei voleva assolutamente vederlo.

Ho inforcato la bici – che non a caso si chiama Ronzinante II – e sono partito sparato verso casa di Z., preso da un’euforia insolita. In cielo le nuvole si addensavano andando lentamente a formare un imbuto, l’aria si faceva più elettrica a ogni metro, una scarica promessa da giorni. Mentre superavo il semaforo della stazione, mentre mi lasciavo alle spalle la salita del cavalcavia, vedevo già il traguardo come l’unico inizio possibile. Faremo l’amore con la pioggia fuori, ho pensato, non ci sarà neanche bisogno di mettere la musica. Segreti e decisi, vicini e appiccicosi di sudore, un contagio inevitabile – la febbre più felice della mia vita.

 

Nel frattempo Z. non aveva ancora risposto al mio messaggio. Giunto presso il cortile, ho appoggiato Ronzinante alla rastrelliera, fermandomi per un momento a respirare l’aria della terra promessa: umida, instabile, minacciosa di tempesta. Così deve essersi sentito Noè prima di salire sull’arca, o Ulisse davanti alle Colonne d’Ercole. Una tabula rasa del presente, di tutto il conosciuto, un appiglio ignoto, pericoloso e bellissimo. È stato solo quando mi sono chinato sulla rastrelliera, la catena ancora in mano, che tutti i fantasmi delle mie notti si sono voltati con i loro ghigni orribili, lavando via tutte le metafore, prosciugando gli occhi, mettendomi di fronte all’incontestabile: una Graziella viola, scolorita, con il sellino bianco e una palla di natale rossa appesa al portapacchi. La bicicletta del Gianfri, legata proprio accanto alla mia, mi guardava con saccente ironia, mi parlava da un tempo non misurabile, da un inverno perenne. Ho fatto il giro del palazzo, sostato sotto la sua finestra illuminata: durante i venti minuti trascorsi in ascolto, giuro di aver sentito la voce di Z. toccare delle note a me sconosciute. Il temporale è venuto giù come una carica della polizia. Mi sono tolto la camicia zuppa e l’ho legata alla testa come un Apache; poi sono corso oltre il perimetro della città.

Simone Burratti

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