A volte vorrei che fossimo un’aquila

Lorenzo Santangeli è nato a Roma – che non gli manca mai molto, ma quando lo fa è bello – e sopravvive a Londra – che gli fa ancora schifo come la prima volta, anche se ammette di essersene un po’ invaghito. Deve finire gli studi che ha cominciato così potrà non fare più lavori di merda. Porta avanti un’etichetta discografica nata nel 2018 con cui pubblica in digitale i dischi di gente che stima. Oggi è per la prima volta con noi, con il racconto A volte vorrei che fossimo un’aquila, una storia stratificata inquadrata da una prospettiva quasi fanciullesca. Vi piacerà.

L’illustrazione PAZZESCA è di Paolo Massagli.

La mia amica Elena tempo fa ha scritto un libretto di poco più di cento pagine, intitolato A volte vorrei che fossimo un’aquila, che ha avuto di recente molto successo; per questo lei si è rintanata nel suo chalet in montagna e non pubblica più. Io il suo libro l’ho letto e qualcosa mi ha colpito, ma io con lei ho sempre voluto andarci a letto, fin dalle superiori, (a quel tempo dicevo scopare, poi ho capito di volerci passare la notte, di risvegliarmici di fianco la mattina), e per tutta la lettura quindi non ho fatto altro che pensare a qualcosa di bello da dirle per adularla un po’. Un altro mio vecchio amico, col mio stesso desiderio e che ora fa il giornalista, al complimento ha preferito il favore, e così ha recensito il libretto di Elena sulla pagina di cultura della testata per cui lavora. La rivista è sponsorizzata bene, stampata a tiratura nazionale, con un canale video in rete su cui il mio amico ha fatto in modo che si parlasse del libro di Elena. Nell’ultimo episodio un’importante conduttrice televisiva l’ha consigliato con entusiasmo, dicendo che conteneva un’emozione nuova, ed ecco spiegato l’improvviso successo del libro. Un successo che però al mio amico gli si è torto contro perché Elena è scomparsa qualche giorno dopo la pubblicazione del video.

Il mio amico allora l’ha chiamata. Io ero con lui, eravamo in un bar a bere un vino buonissimo, e le ha chiesto perché mai si comportasse così. La mia amica gli ha risposto: «Eppure il mio libro lo hai letto, non ci hai capito proprio niente allora», e non aveva aggiunto altro. Solo qualche minuto più tardi aveva mandato un messaggio che diceva: per favore cancella il mio numero non chiamarmi mai più per nessuna ragione al mondo.
Il mio amico giornalista da quel giorno ha perso un po’ la ragione, secondo me, ma io non gliel’ho detto. Ha ripreso il libretto e se lo è letto e riletto. Col passare dei mesi ha scritto diverse altre recensioni, pubblicandole un po’ ovunque facendosi anche un nome tra gli accademici, nella speranza che lei leggesse e lo contattasse. Non è mai successo. Le recensioni poi le mandava anche a me, perché in qualche modo pensava che io avessi compreso qualcosa del testo che lui non vedeva. Io ho sempre letto tutte le sue recensioni senza mai dirgli nulla. L’iter più o meno era andato così: con la prima recensione aveva parlato della storia e di come era stata scritta, e la cosa mi aveva pure annoiato; con la seconda e la terza ho notato una leggera variazione nel tono; con quelle successive, scritte poi non solo in italiano ma anche in francese, se ne è andato a parlare di altro; ma a dire il vero con la sua ultima qualcosa mi ha fatto grattare il sedere: io mi gratto il sedere quando qualcosa mi sorprende, spesso a destra ma è successo già di strofinarmi a sinistra e devo dire con stessa soddisfazione.
Questa sua ultima recensione il mio amico me l’ha mandata via posta elettronica, e già dalle dimensioni del file ho capito che qualcosa era diverso dal solito. Quando infatti poi ho dato un’occhiata, ho avuto conferma dei miei sospetti: il testo era una traduzione in francese. Bellissima traduzione. Senza rendermene conto mi sono letto tutto il libro di nuovo, ed è stato come fosse la prima volta, in fondo era la prima volta, ma queste sono sottigliezze che io poi non colgo mai veramente. Ho chiamato il mio amico quando ho finito di leggere e gli ho detto: «Ehi, l’ultima cosa che mi hai mandato non è una recensione ma una traduzione… Che vuol dire?»
Lui mi ha spiegato cosa voleva dire: lavorando al testo per una rivista accademica di Parigi, aveva tanto guardato al singolo paragrafo che aveva finito per parafrasarlo, fino poi a tradurlo senza neanche rendersene conto. E poi mi ha chiesto se dalla sua traduzione io avevo capito qualcosa di nuovo del libro. Gli ho detto che per me era uguale, un po’ più noioso, forse, ma anche più ricercato, e che qualcosa mancava. «Cosa?», mi ha chiesto lui con apprensione, e io non ho saputo dirglielo. «Tu hai bisogno di scioglierti», mi ha detto lui allora con rinnovato entusiasmo, e ci siamo messi a parlare di altro. Mi ha detto poi di un posto dove io e lui potevamo andare a bere un liquore buonissimo e così ci siamo messi d’accordo per il giorno dopo, mi è venuto a prendere la sera, siamo andati con la sua macchina.
Una volta arrivati sul posto lui mi ha detto: «Stammi a sentire, adesso non aprire bocca perché qui il tuo accento poco lo digeriscono, non gli va giù per le budella a questi il modo in cui parli».
«Perché, come parlo?», gli ho chiesto io.
«Parli come se certe cose non esistessero», ha detto lui.
«Questa mi è nuova che vuoi dire?», ho detto io. «Voglio dire che è meglio che stai zitto, fidati, tu bevi, parliamo dopo», e io mi sono fidato e siamo entrati nel posto. Guardandomi attorno, ho visto persone in piccoli gruppi intorno a tavoli più o meno grandi e li sentivo brindare alle cose più varie, per la gioia di un aumento, o alla morte di un compagno, ai tempi andati o a un futuro più promettente.
«E voi», ha detto la tizia dietro il bar quando io e il mio amico abbiamo ordinato un bicchierino del liquore buonissimo, «voi a che brindate?».
«Perché, bisogna brindare per forza a qualcosa per bere?», ho detto io, e il mio amico mi ha guardato di traverso con la faccia un po’ stropicciata dal fastidio. La tizia del bar aveva gli occhi fissi su di me.
«Certo», ha detto lei, «questo è un posto dove lasciarsi andare, vivere un po’ le emozioni della giornata, svelare i segreti, e si beve per aiutare i sentimenti a uscire fuori». Io mi stavo per mettere a ridere, ma mi sono fermato, e ho sentito dire il mio amico, «ma certo, certo, lo sappiamo bene, siamo qui per questo anche noi, abbiamo appena ricevuto una bella notizia, proprio oggi, e vogliamo brindare alla bella notizia».
«E di che notizia si tratta?», ha chiesto subito la tizia dietro del bar, che ora aveva i gomiti poggiati sul bancone e neanche teneva la bottiglia di liquore in mano, ormai tutta sospettosa che le stavamo rifilando una bugia.
«Dimmi tu, che stai per scoppiare a ridere, che notizia avete ricevuto così bella?». Io da ridere non lo trattenevo quasi più, e l’aria seria di quella curiosa proprio non aiutava a tenermi. Ho cercato di pensare ai pensieri più tristi, ma non ne ho trovati, si nascondono bene. Intanto il mio amico non parlava, perché lui di immaginazione non ne ha tanta, e ora per coprire la bugia chissà quali mostri stava affrontando. Ma poi ha detto, «hanno accettato una storia che abbiamo scritto… Abbiamo ricevuto una menzione importante in un concorso e ce la pubblicano e ce la pagano bene e finalmente possiamo diventare scrittori… Senza fare più lavori che non ci piacciono». E io so per certo che al mio amico di fare il giornalista gli piace parecchio.
«Ah… », ha detto la tizia dietro al bar, tirandosi subito su dai gomiti e afferrando di nuovo la bottiglia del liquore buonissimo, ma sempre con gli occhi fissi su di noi, principalmente su di me.
«Una storia, dici, mi pare una bella notizia, un buon motivo per bere», ha detto quella, e ha versato poi il liquore nei bicchierini. Un po’ di gente nel bar guardava già da qualche tempo verso di noi con diffidenza, ma ora che ricevevamo i bicchierini quasi tutti stavano tornando alle loro emozioni, alla loro socialità.
«Brindo con voi, se non vi dispiace», ha detto poi la tizia dietro il bar, e anche se per me non faceva differenza, il mio amico un po’ la cosa non l’ha mandata giù, l’ho capito da come mi guardava ancora un po’ stropicciato e ora anche un po’ sudato alla fronte.
«Alla storia», ha detto poi lui un po’ storto, alzando il bicchierino in alto, e io me lo sono guardato e gli ho detto, «che storia?»
«A quella che ci pubblicano!» ha urlato lui con un eccesso nel tono della voce che gli avevo sentito altre volte, sempre in situazioni in cui io ci stavo capendo poco e niente.
«Giusto», ho detto io e ho bevuto tutto d’un sorso, «Un altro, un altro», ho detto poi, e la tizia ha risposto che se ne volevo un altro le dovevo prima fare un riassunto della storia che io e il mio amico avevamo scritto. Ho pensato un riassunto… e per un po’ ho creduto di essere perso. Poi non avendo un’idea migliore ho riciclato la storia della mia amica. Non me la ricordavo neanche tanto bene, ma mentre parlavo vedevo la tizia del bar che si ammorbidiva un po’. Infatti verso la fine del racconto la sua rigidità s’era afflosciata tutta in un languore che un po’ quasi la rendeva più formosa, e poi pure i suoi sospetti s’erano tutti diluiti nel liquore che ora era pronta a versare e a condividere con me e il mio amico, senza esitazioni, come fosse d’un tratto nostra intima amica. Inoltre, intorno a noi al bancone, s’era ammassata la gente che solo fino a pochi momenti prima era sparsa nel posto in piccoli gruppi, e tutti mi guardavano come se fossi appena apparso da un buco nero o fossi caduto dal soffitto. In quel calore, con le luci basse in cerchio su me e il mio amico, io dico che forse la tizia del bar non ci avrebbe neanche fatto più pagare per bere.

Ma non ne posso essere certo, perché appena ho finito di parlare il mio amico mi ha afferrato per un braccio con una stretta che mi ha fatto male, e quando l’ho guardato in viso ho visto che aveva sulla faccia una smorfia nuova che un po’ mi ha spaventato. Grattandomi il sedere gli ho chiesto se stava bene, mentre quello sbiancava a vista d’occhio. Senza dire granché mi ha trascinato fuori, sgomitando tra la gente, che seppur con lentezza ci seguiva tutta insieme, ammassandosi su se stessa, e prima di salire in macchina guardando verso la porta ho visto che le persone davanti si spiaccicavano sugli stipiti, grevi, con le facce molli e le guance schiacciate e sciolte quasi che dalla soglia si fosse innalzata una parete spessa di vetro, su cui si spalmavano.
In macchina, per tutto il tempo che ci abbiamo messo a tornare a casa, il mio amico non ha parlato, non ha detto niente, ma poi quando si è fermato davanti casa mia, prima che me ne andassi, mi ha chiesto: «Tu hai sempre saputo, e non mi hai detto niente, perché?» Io gli ho risposto: «Ma di che parli?»
«Non fare il coglione lo sai di cosa parlo!» urlava, ma io proprio non avevo idea di cosa stesse parlando e così non ho potuto rispondere. Però gli ho detto che ora lui mi sembrava ridicolo, che se non si rilassava un po’ gli avrei riso in faccia e io lo so quanto a lui dà fastidio quando qualcuno gli ride in faccia.
«Mi sembri impazzito», ho sussurrato.
«Ah! Adesso sono io il pazzo, non tu? è così ora! questa sì che è ridicola!»
Io gli volevo chiedere a questo punto delle spiegazioni, veramente non ci stavo più capendo niente, ma lui mi ha cacciato fuori dalla macchina e mi ha detto che non finiva lì.
«Ma cosa?» gli ho chiesto io, mentre cercavo di stare in piedi dopo che lui mi aveva spinto di fuori con forza. Nessuna risposta però, che lui ha dato d’acceleratore ed è svanito via lasciando dietro di sé una nube puzzolente che veniva fuori dalla marmitta penzolante.

Non ci siamo sentiti per un po’ di giorni, forse settimane, io non lo so quanto tempo è passato. Poi m’ha chiamato e mi ha detto di vederci, mi ha dato un’ora e mi ha detto il posto, davanti casa della nostra amica.
«Non chiamarla», ha detto lui, «non dirle niente, tanto sei bravo a stare zitto, giusto?». Io la macchina non ce l’ho e la mia amica vive lontano, fuori città in un piccolo chalet di montagna alla fine di un sentiero profumato di resine, tutto fiancheggiato da alberi di cui io non ricorderò mai il nome, ma belli, certi alberi dal tronco grande, e alti fino al cielo tutti frondosi, una meraviglia; certi giorni quando mi sento più fragile penso sempre che vorrei essere un albero del genere e una volta l’ho confessato alla mia amica, questa storia che certi giorni vorrei essere un albero, e lei mi ha risposto: «E non vorresti mai essere un’aquila?»
«Anche» le ho risposto io. «Ma quello durante altri giorni di cui non voglio proprio parlare».
«E perché non ne vuoi parlare?» mi ha chiesto lei e io non ho risposto. È per questo genere di conversazioni che io praticamente non ho amici, ormai l’ho capito, mi sta bene.
«Ma io sono tua amica» mi ha detto una volta Elena. E ogni tanto ancora me lo ripete, ma io ormai quasi non la sto a sentire quando lo fa. Non riesco a farle capire che, anche se la chiamo amica, io farei centinaia di figli con lei, e fin dall’adolescenza mi faccio certi pensieri su di lei che certe volte quando parliamo mi viene la bava alla bocca, per questo infatti poi abbiamo cominciato a parlare meno. E ormai esclusivamente al computer. A volte sbavo anche al computer e un po’ mi vergogno ad ammetterlo.

Le ho scritto che stavo andando da lei e per un po’ lei non ha risposto, ma alla fine dopo una pausa molto lunga mi ha chiesto: vuoi che ti vengo a prendere?’. Io le ho scritto: no mi faccio una camminata che mi guardo gli alberi per bene.
Era una giornata splendida. Dalla stazione partono almeno sette sentieri che arrivano in cima, insinuandosi in punti differenti e che ogni tanto si intrecciano, percorrono un po’ di fiancata insieme e poi si separano. Io ancora non li conosco tutti, e non sono sicuro di quanti incroci ho visto finora, ma ho l’abitudine di partire dal sentiero che segue il torrente perché il rumore dell’acqua che scorre è un bel suono, e poi mi posso fermare a bagnarmi la testa, a bere un sorso, non a lungo per via delle zanzare che mi mangiano vivo se sto troppo tempo fermo nello stesso punto. Oltre ai sentieri poi ci sono diverse strade battute, una che so porta al villaggio e le altre, più strette e piene di terra, che arrivano alle abitazioni un po’ più isolate, come quella dove vive la mia amica. Per tutto il tempo che ho camminato lungo il sentiero al fianco del torrente non ho pensato ad altro che a quello che vedevo; infatti è da cretini pensare ad altro di fronte a certi spettacoli. Nel torrente ci sono per esempio dei massi molto grandi intorno ai quali si muovono le bisce d’acqua. Le radici di certi alberi poi sembrano vive, tutte intrecciate, che escono fuori dal suolo, da lontano sembrano soffici come fossero di piuma ma poi a toccarle sono dure e resistenti, e si estendono per parecchio intorno al tronco seguendo la salita in modo da formare una scalinata un po’ storta. E piena di funghi che il mio amico giornalista mi ha insegnato a riconoscere. Io, cretino, ho guardato i funghi e ho cominciato poi a pensare a lui mentre camminavo per incontrarlo, verso casa della mia amica. Ho raccolto qualche fungo, l’ho strofinati sulla maglietta per pulirli e me li sono mangiati. Ormai poi ero quasi arrivato e di quello che avevo intorno non ero più interessato perché già vedevo in lontananza la casa, e poco distante parcheggiata la macchina del mio amico.

Una volta fuori dall’ombra dei grandi alberi, già dal prato circolare prima del cancello, potevo vedere sotto il sole il mio amico che parlava con un altro tizio che non ho riconosciuto. La mia amica invece non la vedevo da nessuna parte e questo un po’ mi ha preoccupato. Mi grattavo il sedere con entrambe le mani, così forte che forse mi stavo strappando la pelle. Il cancello poi era aperto, e per qualche ragione ho cominciato ad agitarmi ancora di più. Quando il mio amico mi ha visto mi ha indicato col mento, il tizio con cui parlava s’è girato. Qualcosa della faccia dell’uomo mi ha disgustato a prima vista. Aveva infatti un’espressione oscena sul volto, quasi che mi disprezzasse, ma col corpo era chiaro che già tendeva verso di me come se mi volesse venire a colpire con un pugno. Io mi sono fatto coraggio e ho fatto qualche passo verso di loro e poi ho chiesto, «Che succede?, Perché mi hai chiamato qui?, Chi è questo?»
Il mio amico giornalista ha messo su un sorriso imbecille che gli avevo visto solo due altre volte, mi ricordavo il numero, ma non le situazioni, quindi inutile, quell’informazione non mi ha dato nessun aiuto a capire quello che accadeva. Allora ho rivolto il mio sguardo verso lo sconosciuto: quello ancora mi guardava come se qualcosa in me lo disgustasse, ma sempre teso col corpo quasi ad abbracciarmi.
«Lo vedi» ha detto poi il mio amico, con un guizzo della voce. «Neanche ti riconosce, è solo uno stupido».
A sentirmi chiamare stupido ovviamente io me la sono un po’ presa, e poi ho pensato che se già conoscevo quella persona, allora pure lui doveva essere uno stupido, perché stava fermo in quella posa indecisa senza dire niente, e adesso quasi sembrava che stesse per piangere. Ora che lo guardavo meglio in viso, i suoi baffi radi li vedevo più distintamente che disegnavano un bell’arco tagliato preciso sulle labbra e si chiudevano in un pizzetto folto e ordinato un po’ rossastro. La pelle era abbronzata, ma la testa rasata biancastra.
Mentre io e lo sconosciuto ci guardavamo, il mio amico giornalista si è mosso verso la sua macchina e con la coda dell’occhio ho visto che apriva lo sportello. Si è chinato dentro e muoveva le braccia per prendere qualcosa sull’altro sedile e una volta trovato quello che cercava si è avvicinato a me e all’altro tizio, che improvvisamente s’era afflosciato, come fosse diventato stanco tutto insieme. Il mio amico aveva in mano una copia di A volte vorrei che fossimo un’aquila. Io a guardare il libro sono ritornato un po’ in me stesso, fuori della strana ipnosi indotta dallo sguardo dello sconosciuto.
«Allora che stiamo a fare qui? Hai chiamato anche Elena?» ho chiesto io. Il mio amico giornalista è scoppiato in una risata grassa e ad alta voce una di quelle che io so che lui fa per coprire le sue insicurezze, quando si sente inadeguato, quando, tra maschi, vuole dimostrare di essere quello più virile, lo ha sempre fatto fin da quando eravamo alle scuole superiori. Io quella risata non sono mai riuscito a farla per bene: quando ho provato m’è sempre venuta fuori un po’ strozzata, e poi richiede così tanto sforzo di tutto il corpo che non mi ci sono mai impegnato, mi è sembrata sempre uno spreco inutile. Mentre lanciava le sue risate virili il mio amico ha cominciato a scuotere il libro in mezzo a noi tre, a me, a lui e allo sconosciuto. Poi ha preso a dire: «Elena, Elena, nostro primo amore!Amore di gioventù! L’amore di una vita!Sta già qui, brutto idiota! Eccola!» Io ho pensato che il mio amico si fosse mosso per farmi vedere meglio la copertina del libro; niente di che, non vale neanche la pena descriverla. Credevo però che con quel grido drammatico il mio amico stesse dicendo che Elena era già in quel libro, nella storia raccontata nel libro, lui infatti non era nuovo a quegli slanci drammatici e plateali e ridicoli, anzi, in un certo senso erano proprio quelli che gli avevano garantito negli anni la vita agiata e rispettata che io per fortuna non avrò mai. Io stavo già per ridere e forse mi sarei anche mosso da dove ero, che il sole che puntava a picco sulla mia testa mi stava un po’ stordendo, ma lo sconosciuto mi ha anticipato. Ha alzato la testa e poi ha fatto un paio di passi verso di me.

«Adesso basta» ha detto. E nella sua voce ho sentito quella di Elena. Nel notare quella somiglianza mi sono trovato a grattarmi. Lo sconosciuto si è avvicinato a me e mi ha detto: «Libero, sono io, Elena». Io ho guardato lo sconosciuto negli occhi mentre mi diceva che era Elena, e ho dovuto chiedergli il favore di ripetere quello che aveva detto perché non ero sicuro se avesse detto di essere il fratello di Elena. Lo sconosciuto ha annuito e mi ha preso la mano con cui mi grattavo e immediatamente non c’era già più bisogno che ripetesse.
«Elena, fai schifo col pizzetto» le ho detto io e quella s’è messa a ridere con gli occhi un po’ bagnati di pianto. Ora che ci stringevamo le mani qualche ricordo lontano era tornato in mente, dei tempi delle scuole ma anche degli anni successivi, e la nuova immagine di Elena cominciava già a unirsi a quelli. Poi il mio amico giornalista ha sbottato di nuovo, mentre si slanciava in movimenti nervosi dietro di Elena.
«Adesso capisci? La Elena che abbiamo sempre amato non c’è più! Non c’è più!». Io ho distolto lo sguardo da Elena e ho guardato il mio amico e mentre lo vedevo scagliare i suoi gridi ho pensato per la prima volta che io amico suo non volevo esserlo più. Ma non ho fatto in tempo a dirglielo perché lui si è fermato, ha guardato verso me ed Elena, e camminando poi verso di noi ha preso ad investimi di domande.
«E allora?! Come ti senti adesso? Brutto idiota ecco cosa c’è scritto nel libro! E io che pensavo che tu sapessi, che avessi capito!» e sventagliando il libro davanti alla mia faccia il mio vecchio amico giornalista ha colpito un po’ sulla spalla Elena, che s’è dovuta scansare di fretta per non prendere anche un colpo in faccia.
«Stai attento», ho detto io al mio vecchio amico, ma lui era tutto preso dalla sua frustrazione e continuava a chiedere senza aspettare risposte. «Come ti senti, eh? Tradito? Sì, ci ha tradito questa stronza!», e per un attimo lui con la faccia tutta distorta nel disprezzo ha guardato Elena, che se ne stava ora un po’ più distante da noi con la testa abbassata e il corpo dimesso in una posa colpevole.
«Ero pronto a sposarla… » ha detto il mio vecchio amico. «Avrei fatto di tutto per lei… E quando ho letto questo libro, io… Io non ho voluto vedere… ».
Delle sue parole già non mi curavo più, mi sembrava che stesse delirando, ma poi lui ha lasciato cadere il libro sull’erba e mi ha afferrato entrambe le braccia con quella sua presa forte e decisa, per scuotermi, e mentre mi scuoteva gli occhi gli si riempivano di pianto, e io ecco che già stavo per ridere, più lui era sul punto di piangere più io sarei esploso in una risata. E finalmente le lacrime gli sono uscite dai lati degli occhi e mentre scorrevano sulle guance io ho guardato un po’ in alto ridendo, col sole che cadeva come una lama incandescente tra di noi.
«Perché ridi?» mi ha chiesto il mio vecchio amico. «Anche tu amavi Elena… E ora non c’è più… ».
Io mi sono dato una scossa e dopo essermi liberato dalla presa del mio vecchio amico gli ho detto: «Ehi, forse il sole ti ha dato alla testa, sta lì Elena, me lo avete appena detto, non la vedi?», e l’ho indicata con un dito, mentre la vedevo che rialzava la testa con gli occhi un po’ lucidi e per fortuna non piangeva, altrimenti mi sarei messo a ridere di nuovo.
«Quella non è Elena!» ha urlato il mio amico. «Quello è un aborto, una trasformazione, un orrore».
Ho ammesso che sì, rasata non stava bene e quei vestiti proprio la mortificavano, e stavo pure per dire che per la prima volta, a vederla, non avevo desiderio di passarci la vita, ma il mio vecchio amico sbottava con rabbia: «Sta zitto! Tu allora non capisci proprio niente! Non è per i capelli o gli abiti, guardala! Non riesco neanche a pensare a quanto l’amavo e ora… ».
Alla fine io ho smesso anche di rispondergli al mio vecchio amico, e quello nel silenzio tra me e Elena piano piano s’è calmato, gli vedevo la faccia che si rilassava in un’espressione triste tutta un po’ contrita giusto attorno ai denti. Alla fine se ne è andato. Mentre camminava verso la macchina gli stavo per dire che si era scordato il libro a terra, ma Elena, vicino a me, mi ha fermato mettendomi una mano sul braccio e scuotendo la testa. Ho visto andare via il mio vecchio amico nella sua auto e quando sono rimasto solo con Elena siamo entrati in casa sua. Anche la casa era un po’ diversa. C’era un bel tavolo, nel salone, che non ricordavo. Ai muri c’erano alcuni specchi dove prima erano appese tele d’arte contemporanea. La televisione era scomparsa, e sulle mensole c’erano molti meno libri. In un altro angolo di quel piano ho visto anche un grande amplificatore e una chitarra elettrica poggiata al muro, con intorno a terra un po’ di fogli sparsi pieni di note scritte a mano.
«Hai cominciato a suonare?», gli ho chiesto io, e Elena un po’ con imbarazzo ha annuito.
«Lo vuoi un caffè?», mi ha chiesto.
«Certo, lungo con il latte di soia se ce l’hai, altrimenti niente. Che col latte di mucca scorreggio fino a domani».
Elena questa cosa del latte di mucca non la sapeva perché ho smesso di prenderlo solo qualche mese fa, e non sono cose che mi metto a raccontare, talmente inutili. Il latte di soia lei non ce l’aveva e così abbiamo preso entrambi il caffè nero, lo abbiamo bevuto in cucina. Elena ancora un po’ esitante mi ha chiesto cosa pensavo di quella storia.
«Non lo so», ho detto io, «ero preoccupato prima di venire qui perché quando ti sto vicino sono sempre molto eccitato e arrapato e lo so che tu vuoi che siamo solo amici, ma ora che ti guardo non mi arrapi più. Mi sa che finalmente possiamo essere amici».
Elena mi ha guardato e con un sorriso mi ha dato del bambino. Io non ho capito perché, ma non gliel’ho chiesto, non mi interessa questo genere di cose. Poi abbiamo parlato di cosa ha passato negli ultimi mesi, di una terapia ormonale che ha cominciato a seguire, di alcune disavventure che le sono capitate ultimamente per via della sua presa di posizione, e del perché ha voluto tenere nascosto tutto quanto sia a me che al nostro vecchio amico giornalista.
«Ho pensato che vi avrei perso», ha detto lei in un tono così serio che ho sputato un po’ di caffè dalla bocca perché sono scoppiato in una risata.
«Che cretino», ha detto lui.

Sono rimasto in casa sua un altro po’, e poi prima di andarmene gli ho chiesto se avesse intenzione di scrivere un altro libro, prima o poi.
«Ancora non sto bene in questo mondo» ha detto Elena. «Quindi penso proprio di sì, contento?», e poi ha aggiunto, «Sicuro che non vuoi che ti riporto a casa con l’auto, si sta già facendo buio è un po’ pericoloso».
Gli ho detto di non preoccuparsi e me ne sono andato.

Ma poi, mentre tornavo a casa, forse ho rimpianto un po’ di aver detto a Elena di non preoccuparsi, perché una strana confusione m’aveva sorpreso e mi impediva di passeggiare verso la stazione godendomi la sera. Anzi, quando ormai ero lontano dalla casa, già dentro le ombre nella vegetazione, mi ero convinto che ci fosse qualcosa nascosto a minacciarmi e che mi avrebbe attaccato da un momento all’altro. Allora ho preso a fare passi più rapidi e più lunghi. Sulle pietre del torrente saltavo con attenzione ma non mi fermavo di certo a guardare l’acqua. E gli scalini delle radici li superavo a due a due. L’andatura rapida poi s’è trasformata velocemente in corsa, e da quel momento, per tutta la durata della discesa, ho smesso di pensare a quelle cose che mi stavano confondendo la testa. Correvo veloce e presto mi sono sentito leggero quasi volassi, tutto preso da una strana felicità, che però è svanita non appena sono arrivato a valle. I pensieri poi sono tornati una volta che mi sono seduto sul vagone desolato della metro che mi riportava a casa. Ero tutto un po’ sudato e affannato e immagini sconnesse della giornata mi venivano in mente come lampi, e i lampi erano anche alcune parole dette, e qualche profumo, e pure il tocco di Elena quando mi ha detto che l’uomo sconosciuto era lei. Mi sono calmato un po’, man mano che la metro raggiungeva il centro della città, riempiendosi della gente che tornava dal lavoro. Ben presto non c’era quasi più uno spazio vuoto sul vagone, e io guardavo tutti: i loro vestiti, le loro facce, le loro pose; e sentivo i loro mugugni, le loro conversazioni discrete, e annusavo i loro profumi, deodoranti, sudori. Qualcuno ogni tanto mi sbatteva contro le ginocchia, io ci facevo caso per un istante. Dentro a quella massa ho potuto finalmente fare chiarezza su quello che era successo. Mi sono detto: «Bene, oggi per qualche strana ragione ho lasciato un amico, ma ne ho trovato un altro, quindi non ho né perso né guadagnato», e per un po’ quel bilancio mi ha fatto sembrare che tutto fosse in ordine. Ma qualcosa di quel conto non mi tornava, e quando finalmente sono arrivato a casa, che era già buio, nel letto ho faticato a prendere sonno. Mi è venuto in mente il liquore buonissimo, convinto che una bevuta era quello che ci voleva per farmi smettere di perdere energie dietro a pensieri accartocciati. Per un po’ a pensare al liquore buonissimo mi ha fatto male la testa, con una fitta acuta che irradiava dolore per tutta la fronte. Poi il dolore s’è calmato e io ho scritto un messaggio ad Elena.
Senti che fai? Io sono a casa mi sento soffocare non riesco a prendere sonno. Conosco un posto dove servono un liquore buonissimo a chiunque abbia qualcosa da brindare, ti va di andarci?
Ma non l’ho mandato, l’ho solamente guardato un po’, digitato sulla barra di testo, e poi l’ho cancellato. Ne ho scritto un altro: Ecco questo è uno di quei momenti in cui vorrei proprio essere un albero. Ma questo pure non l’ho inviato, perché mi sono ricordato che i desideri sono solo prede per gli avvoltoi, e così dopo averlo cancellato sono uscito, sono andato al negozio, e mi sono comprato una cassa da sei birre che mi sono bevute in una tirata, fino a che non sono crollato sul divano, mentre guardavo il mio cartone animato preferito.

Lorenzo Santangeli

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