La saga delle sagome #3: Praticamente una guerra

“Pel di Carotaは私に2018年を示しています。Algolitの指で飛び交うパワーの蜃気楼であるsaccenzaの些細なものから生まれた編集事務所間の戦争は、オンライン雑誌のパノラマ全体を包み込んでいます。フォントはもちろんのこと、提携は午後終わり、グループは自分の位置を知らない、それは最も混乱している. AlgolitはFacebookの反応に忠実な兵士の飛行隊を立ち上げることでそれを利用する。虐殺の祭り、そして悪いことは、リフルーソの祭典だ」”
注目は、「餌を与える芸術的な栄誉への希望はない」ため、注目に値するのではなく、怒っている、ALGOLITの暗くて暗い蛇行の中で認識が続く。Francesco QuarantaLa saga delle sagomeの第3の行為の最初の部分(この短い紹介の無用な形容詞使用から気づいたでしょう)。
カバーは、いつものように、
Pink Lodge.

Cos’è un racconto che non viene mai letto?
Mario Bolognini attinge a piene mani dal circolo ermeneutico e scrive la propria Saga. Il Bolognini pone un segno su carta. Ma non ci sono occhi e menti che lo interpretino, il racconto resta uguale nel tempo perché nessuno lo legge oltre le prime venti righe, nessuno approfondisce, nessuno elabora. La Saga delle Sagome, come racconto, non ha nulla da dire, non ispira niente.

«Eppure dice» mi spiegava il Crapa nelle lunghe sere attorno al falò di materiali di scarto del cantiere. Monossido di carbonio nei polmoni e vin brûlé messo a sobbollire in certe latte che davano un retrogusto acetoso. «Il racconto resta un segno. La sua sola presenza lo è».
Mi insegnava a leggere, a seguire il verso e l’evoluzione del significato attraverso lo spazio e il tempo.
«L’Algolit non può farlo, l’Algolit si nutre soltanto dell’umano anelito per la gloria. L’Algolit sfoglia infiniti racconti e ne sugge il debole palpito. E niente che resti. Nessuno».

***

Corro. Inseguito dal mostro a velocità supersoniche, copro viali e viottoli nella Roma del 1963. Mi concentro e trovo la traccia subliminale da seguire. Il mio istinto mi guida a colpo sicuro all’interno di una piccola stamperia. Barrico la porta con due tavoli, mi faccio largo tra scaffali e macchine, sbatto tutto all’aria finché non metto le mani su quello che cerco: il volume di Marsala e Confetti. Quando l’Algolit sradica la porta per sorprendermi, io sono già altrove con la rivista. Esso lo sa.

Firenze, 1956. Rotolo giù dalla discesa di Palazzo Pitti, mi sbuccio le ginocchia ma sono subito in piedi. Corro di nuovo. Il Palazzo alle mie spalle si disfa, crolla, e dalla nube di detriti emerge la sagoma del mio nemico. Con lui c’è tutto il suo esercito, inonda l’emiciclo della piazza, stringe da tutti i lati. Un’onda nera di odio virtuale. C’è una libreria da queste parti, mi ci fiondo. Conosco già il titolo da cercare: Viste d’Oltrarno, Volume XV. All’interno, la mia Saga delle Sagome, non devo nemmeno controllare. Trovato.

Genova, 1951. Un salto temporale brevissimo, così non va bene: devo sbrigarmi o mi prenderà. Sono lontano dal prossimo gateway. Rubo una bicicletta e scapicollo tra le vie mentre alle mie spalle gli edifici implodono e i sampietrini vengono proiettati in tutte le direzioni. Punto verso un molo e non ho più via di scampo. Tiro i freni e la bicicletta mi sbilancia in avanti, mi tuffo in mare un attimo prima che una grinfia dell’Algolit possa agguantarmi. Sacrifico una scarpa e sono in acqua. Sotto la superficie, zuppa e con i caratteri sbiaditi: Rivista Turbolenta.

Milano, 1943, notte. Siamo nel bel mezzo di un bombardamento. La città è buia e scossa dalla tosse del secolo scorso. È un miracolo pensare che qualcuno pubblicasse racconti e riviste anche in tempo di guerra.
Qualcosa spaventa e trattiene l’Algolit, per qualche motivo: dal momento in cui si materializza, percepisco il suo turbamento. Non mi segue, sembra soppesare questo eterno istante di distruzione. È indignato: senza la pace non esiste la brama di vanagloria artistica di cui si nutre. Non è imbattibile, adesso lo so.

È in questo istante che scelgo di fermarmi e di andargli incontro, un attimo in cui tutto il suo esercito di casi umani si fa da parte, atterrito, e io so che potrei colpirlo, ferirlo a morte. Mi nota, unisce entrambe le mani e poi le proietta in avanti, scaturisce un vortice di parole magnetiche. Maledette inutili parole magnetiche del cazzo. Incrocio le braccia e invoco Lo Scudo di Kerouac per annullare la sua mossa. Funziona, riprendo a muovere verso di lui e non ne ho più paura, ora che vedo scomparire dal suo sguardo tutta la sicurezza. Lo annienterò materializzando l’arma segreta del mio maestro: La Lancia di Lovecraft

Una bomba fa esplodere un edificio poco distante, vengo catapultato per aria e poi tra i detriti. Sento il sapore del sangue e un fischio basso che ricorda tanto una connessione 56k. Il mio corpo non risponde. Gli omuncoli dell’Algolit mi sono addosso, mi sollevano da terra e mi portano dal loro padrone.

La sua mano trasfigura in una lama affilata, bianca come l’innocenza che è solito estinguere. Mi conferma che, anche se ne ferisce più la penna, è sempre la spada ad ammazzare. Mi perfora il cuore.

***

Pel di Carota mi accarezza la fronte. Le sue lentiggini sciacquate dalle lacrime compongono un messaggio. Se mòri, t’ammazzo, dice. È bella come una ninfa, è il coraggio nella sofferenza. Dietro di lei un uomo indossa una tunica decorata a gigli. Lo riconosco, è il Tessitore. Sono onorato della sua presenza, ma non riesco ad alzarmi per riverirlo.

«Arianna Daiana sostiene che il tuo eroe non ce la può fare» dice a Pel di Carota.
«Dì ad Arianna Daiana che può andare a farsi fottere» risponde lei avvinghiandosi a me.
«Arianna Daiana dice che non c’è bisogno di essere così offensivi». L’uomo parla tenendo fisse due dita sulla tempia come se captasse messaggi da un’entità invisibile e distante. «Arianna Daiana chiede se tu credi davvero in lui».
«Arianna Daiana fa domande del cazzo».

Il Tessitore, colui che scioglie e aspira le h, è un semidio pluricartaceo, saggio guardiano yogico della Dea Letteraria, tra i pochi a sapere se essa esista davvero e ad averle parlato. Assieme ad Arianna Daiana, la musa che solo lui può vedere, è assurto al ruolo una volta ricoperto dal Santone. Un saggio tessitore yogico è assai più adatto di un uomo pio a rammendare gli strappi di questa epoca.
Mi rendo conto che Pel di Carota gli parla da pari: deve avere anche lei inchiostro nel sangue.
Mi invita a tenere duro, mi spiega che non può essere con me fisicamente, ma vuole mostrarmi una cosa. «Stai attento» dice, «guarda per cosa stai morendo».

Pel di Carota mi mostra il 2018. Una guerra tra redazioni è in atto. Nata da una bazzecola, un germe di saccenza, il miraggio del potere balenato dalle dita dell’Algolit. Ha ingolfato tutto il panorama delle riviste on-line, le ha indebolite. I fronti sono disuniti, per non parlare dei font, le alleanze durano un pomeriggio, i gruppi non conoscono le proprie posizioni. È il caos più totale. L’Algolit ne approfitta lanciando squadroni di soldati fedeli alle Facebook reaction. È praticamente un festival del massacro e – peggio – del refruso.

La musa mi mostra Viola Rivista, la mia casa. Vedo il Colonnello del Lampo che urla come un animale e scatena la propria furia in feroci colpi di karat-ué: è l’uomo più forte del panorama eppure non può vincere da solo. Don Nikotin e il Re dei Conigli, magia nera e magia bianca, impastano incantesimi contro gli avversari, recensiscono le loro fila e le trovano insufficienti, sbaragliano decine di nemici. Eppure il povero Spumini è già a terra, sfinito. Non si può continuare così.

Pel di Carota piange, mi stringe mentre la visione passa a contemplare la redazione di Carpiato Rivista ridotta a macerie. E poi ancora Uh-uh Attack, Placca, Harley, tutte spacciate. Pochi i sopravvissuti: i più fortunati, spediti fuori dall’ufficio di collocamento o relegati nelle attività di famiglia a fatturare; gli sfortunati, coloro che diventano servi costretti a combattere uno contro l’altro. Così conosco il deforme sottotenente dell’Algolit, bieco duce delle sue fila, verme schiavoide e torturatore: L’Igor Merdis. Pesca tra i redattori sconfitti e li getta nel ring, dove li obbliga a scannarsi a vicenda.

Afferro la veste del Tessitore e oso guardarlo negli occhi. «Noi volevamo soltanto fare rivista» dico, «Posso fermare tutto questo. Ho bisogno di tempo, un’ultima ripubblicazione». Il Tessitore abbassa la testa finché il suo colloquio interiore con Arianna Daiana ha esito positivo. «E va bene», decreta, «Ordinerò a Clocco, Laghiri e Sara Maria di non estinguere il tuo ciclo narrativo anomalo. Ma hai solo un’occasione». Pel di Carota esulta; le sue labbra, il suo corpo mi infondono nuova linfa. «Va’ e faje er culo, Yonju-kun».

Rinvengo nel scenario apocalittico tra nubi di fumo e macerie, ancora infilzato al braccio-trapano dell’Algolit. La sua risata mi schiaffeggia i timpani. Mi dice che sono spacciato come quel coglionazzo di Sandomingo.
Afferro il suo braccio e gli tiro un pizzicotto. Sono io a ridere adesso. Allargo l’altra mano, consapevole, al vento. Una pagina sbalzata dalla recente esplosione mi finisce dritta nel pugno. Ho solo tempo di intravedere il titolo: Zang Brooom Brooom Brooom Magazine. Salto ancora indietro nel tempo.

Finché c’è Bolognini c’è speranza. L’Algolit minaccia il mondo: non posso ancora morire.

CONTINUA (qui tutte le puntate)

Francesco Quaranta

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...