Camminando con le cornacchie

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DemerzelevMinore di Trex #5

Luigi Antioco Tuveri (Milano, 1964), sardo a metà. Perito Industriale, tre figli; scrive per ricordare a sé e al futuro d’esistere. Ha pubblicato racconti in rivista, raccolte, blog, quotidiani. Il suo stile non è vincolato a nessun genere letterario, ama sia la fantascienza che la narrazione a sfondo sociale, il giallo, il noir, il cyber-punk, l’erotico, il classico ottocentesco e per cena una piadina. Oggi ci presenta il racconto Camminando con le Cornacchie del quale lasciamo scegliere a voi il genere.

Che dire? Scenicchia una Sega #1, sabato 8 dicembre, è stato un carico di momenti pazzeschi che ancora ci stanno impressi a fuoco nei cervelletti (qui). Polemichette infiammanti a destra e a manca come per esempio Andrea Frau vs Alfredo Zucchi, Andrea Frau vs Luca Mignola, Andrea Frau vs Francesco Quatraro, Andrea Frau vs Vanni Santoni, la Regina Elisabetta e tutta la Teogonia. E poi il Santoni che nebulizza nell’aria essenza di Scenicchia e incanta l’intera sala, mette in dubbio la riapertura di Scrittori Precari, ed ecco che Gianluca Liguori si smarca e ribadisce con forza che i lavori sono partiti. E poi ancora la pioggia trappacchiola che il buon DJicchio “Martelli” Pazzesco e la nostra social queen DJicchia Kant’OX ci hanno fatto piovere addosso dalle casse del dj set. Doveva essere la Toscana contro il resto del mondo, ma è stata in realtà una grande orgia di nomi pazzeschi, birrette genkidama (copyright Marinelli, pace all’anima sua) e tante tante risate. Nei prossimi giorni avremo modo di ringraziare più approfonditamente e sbobinare alcuni degli interventi più interessanti. Un sentito grazie a tutti i partecipanti, ai pazienti Crapulani+Zandomeneghi&Nannini, e ai ragazzi dello Sparwasser.

E adesso, buona lettura.

Quando Luca e mio fratello organizzarono il primo torneo di Subbuteo del quartiere non c’erano ancora le cornacchie. Non nei giardini o sui marciapiedi o a becchettare gli avanzi dai sacchetti bucati. Era un’altra epoca, era molto tempo fa, molto più di quello che i calendari pretendono di testimoniare.

Non lo so adesso quanti anni ho, non lo so mai, mio fratello ha detto che ai tempi del torneo andavo per i quindici. Lo ricorda bene per via di quella cosa che accadde. È bravo lui coi numeri, sa far di conto, ha sempre lavorato con le somme e le sottrazioni. Intanto mi chiamo Silvia e sto camminando con le cornacchie. Sono ovunque le cornacchie: nei parcheggi, sulle antenne, sul pizzo delle panchine. Le sento gracchiare dentro la testa, io sì, lo so che sono loro a far musica. Sanno volare, ma preferiscono saltellare sul manto della città. È qua in basso che trovano il cibo. Non sono animali che anelano a uno spirito celeste, in volo neppure la cacca fanno, no, preferiscono accucciarsi sull’erba come i cani ed evacuarla lì, mentre eleganti come vedove ti guardano con gli occhi puntuti sciabolando i loro becchi lucenti.

Non sono stata mai capace di fare un granché e naturalmente non ero buona a giocare a Subbuteo, mio fratello però fu costretto da nostro padre a farmi partecipare al torneo. Ero l’Argentina. Mio fratello l’Italia. Poi c’erano tutti gli altri. Germania, Brasile, Inghilterra. Sedici in tutto, come in un vero campionato del mondo. Luca, questo amico di mio fratello, era un bel ragazzo, era il mio ragazzo per essere precisi. Lui era l’Olanda e io lo sognavo a occhi aperti e a occhi chiusi. Lo sognavo di notte e poi ci pensavo la mattina con le dita infilate sotto l’elastico del pigiama. La tavola di compensato dove mio fratello aveva steso il panno verde del Subbuteo poggiava su due cavalletti da muratore che Luca aveva rubato in una cantina del palazzo lungo, quello con dieci scale. Il nostro palazzo ne aveva cinque. C’erano anche i palazzi piccoli, con due scale. Luca abitava lì, nel palazzo piccolo di fianco al parco, al primo piano. Noi abitavamo al quinto e quando mi affacciavo alla finestra, così, tanto per passare il tempo, mi piaceva guardare i fili dell’alta tensione stesi tra un traliccio e l’altro passare proprio davanti ai miei occhi. Alzavo la testa e c’erano le nuvole incagliate nello spazio. I fili mi pareva di poterli prendere. Avrei potuto allungarmi e, come un supereroe, immagazzinare energia invece di morire fulminata. Le nuvole invece no, erano troppo lontane, non c’era modo di acchiapparle. Peccato. Dalla finestra della camera di mia mamma, sul lato opposto, vedevo il palazzo di Luca, il suo balcone, il rettangolo di cemento armato che conteneva il suo appartamento popolare. Vedevo i suoi panni stesi al sole e, se prendevo il binocolo di mio padre dal cassetto del mobile in soggiorno, vedevo le sue scarpe da tennis posate sul marmo. Quando erano lì, riempivo i polmoni d’aria e respiravo più forte che potevo per sentire il suo odore nel naso, ero proprio innamorata.

Se a Luca e a mio fratello non fosse venuto in mente di organizzare il torneo, non sarebbe mai accaduto nulla di quello che poi accadde. Credo. Del resto per non fare accadere mai niente bisognerebbe evitare di organizzare qualsiasi cosa e questo non è possibile. Come si fa? Per vivere bisogna fare le cose: pianificarle, costruire, rinunciare alla perfezione. Il nostro quartiere, a quell’epoca, quando andavo per i quindici, era un groviglio di persone. Di puttane e piscialetto, di maestre e ragazzacci, di baristi e delinquenti. Accadeva sempre qualcosa, anche se nessuno si prendeva la briga di organizzare niente. Il quartiere era la sala motori della nave, era il viale centrale del luna-park, era un immenso cortile dove i rigagnoli fuggiti dal flusso dei torrenti arrivavano a litigare, a prendersi le curvature più rapide e a nascondersi tra i labirinti più impervi. E quei rigagnoli eravamo noi bambini. Luca andava per i dodici ed era quattro mesi più grande di mio fratello. Penso sempre a quanto i miei genitori siano stati coraggiosi a farlo nascere dopo che ero nata io e a quanto vorrei oggi, adesso che sto camminando con le cornacchie, abbracciarli forte, stringerli come solo io sapevo fare. Loro mi gettavano le braccia al collo e restavamo lì così, per tutto il tempo che avevamo, senza ansia. E di tempo, in quegli anni, ne avevamo un sacco. Mio fratello, quando viene a trovarmi, non mi abbraccia mai e poi va via in fretta. È un’altra epoca questa, anche se il posto dove vivo non è brutto e le infermiere non sono cattive. La caposala sì, lei è crudele, non solo con me però, lo fa con tutti, quindi va bene. Nel posto dove sto c’è un giardino, ho la mia camera, la domenica ci danno il gelato o il budino. Io voglio stare in camera da sola, mi accontentano quasi sempre, però se capita che mi mettono un’altra sto zitta. Solo che poi non scendo a mangiare, mi piscio addosso e faccio i dispetti a quelli sulla carrozzina. Allora me la tolgono.

Canemorto, Squaloingropposcoglio e Scheletrino erano i tre capi della banda di Botta. Era la banda di giovinastri più violenta del quartiere. Attorno a loro gravitavano sempre una decina di sottoposto utili a fare esercito. Si divertivano a rompere le scatole a chiunque giocasse a qualcosa. Erano distruttori. Loro, i tre capi, non giocavano mai a niente. Giravano per il quartiere come macachi sbronzi di whisky e non c’era molto da dialogare se capitava di entrarci in rotta di collisione. Senza voler offendere i macachi, credo di non sbagliare se dichiaro che delle scimmie, da bevute, non è che possano comportarsi civilmente. Il loro scopo era attaccar briga, rovinare, impedire che si svolgesse qualsiasi attività che non passasse da una qualche loro fatua approvazione. Questo era palese ed era noto a tutti, anche se, naturalmente, non bastava per paralizzare il rimestio del quartiere.

Le parole che dico me le insegna la psichiatra del ricovero, a volte neppure le pronuncio, annuisco o nego e lei parla, prende appunti, batte sulla tastiera del computer, quello con la mela luminosa. Affiorano a lampi i miei ricordi profumati di pane ed erba falciata, segnali d’un temporale asciutto, senza né tuoni né pioggia. Fulmini e basta. Elettricità. La stessa che mangio, la stessa che condisce il miscuglio di cibo e pasticche dei pranzi e delle cene. A colazione ci danno la torta di mele, forse solo la domenica però, non ricordo. Sono altre le parole che imparo a memoria. Sono quello che accadeva al quartiere quando il quartiere era giovane e le famiglie di giovani adulti ogni notte producevano figli che nove mesi dopo sarebbero nati e ogni famiglia cristiana, magari emigrata dal sud, aveva tanti figli da poter schierare una squadra di calcio con giocatori dall’identico cognome. Il sugo sul gas, il rintocco dei piatti, le finestre aperte sull’estate. Carne e coltello. Ecco cosa ricordo.

Intanto le cornacchie, quando vedono un topo o un riccio, planano e gli squarciano la pancia. Gli mangiano le viscere che sono ancora vivi. Il topo e il riccio si dibattono frustati dagli spasimi, senza alcuna speranza di salvezza, in attesa che sopraggiunga la liberazione della morte. Gli scoiattoli non riescono a prenderli ma ci sono cornacchie abili ad attaccare i gatti. Le ho viste schivare le zampate dei felini, alzarsi sopra di loro e aggredirli ancora, bucargli gli occhi con il becco, affondare gli artigli nella gola per strappargli la giugulare. Non so se le arterie dei gatti si chiamano come le nostre, però il sangue che esce è uguale. A me le cornacchie non fanno niente. Io cammino con loro. Anche adesso, mentre mi guardo i piedi, sto camminando con le cornacchie. Loro mi volano attorno come grandi farfalle cenerine. È una festa. Il cielo sorride di nuvole e vento. Io non ho freddo né caldo, neppure m’importa se mio fratello quando entra nella mia stanza si tappa il naso, non mi frega niente se l’inserviente mi ruba il gelato, al diavolo anche mamma e papà. Sono stati loro a portarmi qua per poi morire e abbandonarmi in una culla di quotidiane segregazioni. Cosa faccio in questo mondo? Perché sono nata? Penso così mentre le grida delle cornacchie mi occupano il cervello.

La prima giornata del torneo filò via liscia. Tutte le partite vennero giocate senza interruzioni e litigi. Nessuno arrivò a disturbarci. Si sparse la voce che al campetto del fontanile sedici ragazzetti giocavano con questo gioco del calcio montato sul compensato, dove c’era un panno verde con le righe delle aree, le linee laterali, il centrocampo e tutto il resto come in uno stadio vero. E poi porte, portieri montati sull’asticella, giocatori da colpire con la punta dell’indice verso la palla e, dopo qualche passaggio, fare gol. Secondo giorno: tutto tranquillo. Canemorto, Squaloingropposcoglio e Scheletrino avevano giudicato la cosa talmente assurda da non considerarla possibile. Mandarono in avanscoperta un pezzo minore della banda e quando questi alla fine del terzo giorno riferì loro che ci stavamo divertendo, si presentarono al completo. Mio fratello era un pauroso, ma Luca no. Chi pretende di comandare, teme i coraggiosi e io amavo il suo coraggio. Era il mio ragazzo. In bocca glielo avevo preso solo a lui. Agli altri glielo menavo e basta. Alcuni di loro erano talmente implumi che godevano senza sputare fuori niente. Stavano lì beati come cani, a pancia insù, con questi piselli rosa, neppure troppo duri, timidi, a godere senza sapere bene che farsene di quel piacere. Con Luca era diverso. La prima volta che lo avevo fatto esplodere, alla fine si era messo a piangere. Aveva proprio le lacrime, così mi ero chinata e gli avevo leccato anche quelle. Poi si era inginocchiato e si era lasciato cadere sul pavimento. Eravamo in cameretta. I miei erano a far la spesa e mio fratello era sceso a giocare a calcio. Coi pantaloni calati, Luca aveva iniziato a girare come una trottola, tutto impiastricciato di spermatozoi, sbattendo le palpebre come un neonato. Rideva. Io ero tornata sul letto, felice per avergli dato tanto piacere, in fondo ero buona per qualcosa. Poi in bagno si era rivestito, avevo sentito che si lavava ed era andato via senza salutarmi. Da quella volta ha sempre cercato di restare da solo con me. Il suo scopo era liberarsi di mio fratello. Quando accadeva, in principio era rabbioso, aveva fretta di godere, ma dopo le prime carezze si quietava. Si accucciava mansueto e si lasciava fare tutto fino alla fine. È per questo che mi ha difeso quel giorno, è per questo che ha sfidato i capi della banda, è per questo che mio fratello ricorda bene che andavo per i quindici.

Le cose sono filate via semplici. Rettilinee come un’autostrada di pianura. Il quarto giorno di torneo Canemorto, Squaloingropposcoglio e Scheletrino sono arrivati con tutta la banda. Per un po’ ridevano e guardavano. Poi hanno iniziato a urtare il compensato. Un giocatore è caduto e Canemorto lo ha calpestato. Sono iniziati i primi litigi, ma poca roba. Squaloingropposcoglio ha fatto cadere tutto colpendo con un calcio un cavalletto, fingendosi un esperto karateka. Sono iniziate le parolacce e i testa contro testa tra i maschi alfa, i più paurosi sono andati via. I piselli rimasti si prendevano per il bavero e a testadicazzo e figliodiputtana. Poi, passata la buriana, toccava a me giocare. Mio fratello ha rimesso insieme il gioco. Ha sistemato la tavola sui cavalletti, addomesticato il panno, sostituito i giocatori spaccati. Canemorto, Squaloingropposcoglio e Scheletrino sono rimasti lì, lanciavano sassi sul Subbuteo. Io giocavo e mi dicevano di tutto, ridevano di me, non sapevo tirare, non ero capace. Mancavo la palla, mancavo i giocatori, appoggiavo la mano sudata e facevo le grinze al panno. Scheletrino, mentre ero piegata per tirare, m’ha dato un calcio fortissimo e non mi ha preso il sedere ma sotto, proprio lì, che fa male come nelle palle, che credete? Sono caduta sul gioco e l’ho ribaltato, sono ruzzolata sopra i giocatori. I giocatori del Subbuteo sono di plastica dura. L’omino è montato su una piccola piattaforma tondeggiante. Se ci frani sopra lo spezzi a metà: da una parte resta la piattaforma monca e dall’altra il giocatore senza base. Luca è saltato addosso a Scheletrino e Scheletrino non se l’aspettava quella reazione. Lo ha spinto nella polvere, lo ha preso per il collo e ha iniziato a pestargli il grugno a terra. Dopo due colpi ho visto il sangue saltare fuori dal naso di Scheletrino e tutto il sangue impiastricciargli la faccia. Da quanto era il sangue che gli usciva dal naso e che gli aveva pitturato il volto come a un pellerossa, non si capiva se avesse altre ferite. Poi la rissa ha coinvolto tutti i superstiti e mio fratello ha dovuto fare a botte. Aveva addosso Canemorto, mentre Squaloingropposcoglio è saltato addosso a Luca cercando di aiutare Scheletrino. Luca, prima che Squaloingropposcoglio lo bloccasse, ha tirato un calcio in faccia a Scheletrino potente come se tirasse un rigore e a Scheletrino sono saltati via due denti. Li ho visti schizzare dalla bocca come mentine e cadere tra i giocatori rotti. Gli adulti passavano ma si facevano gli affari loro. È sceso il signor Porta, un omone vecchio e panzuto che ci teneva ai giovani del quartiere, e ha iniziato a prodigarsi per sedare la rissa. Molti erano sui balconi a ridere e ad applaudire. Un macello. Peggio di quella volta che ho detto che la maestra mi picchiava coi pennarelli sulle unghie delle dita dei piedi e m’hanno cambiato scuola. Peggio davvero. Scheletrino non piangeva perché aveva vergogna, ma il suo volto era un campo di battaglia zeppo di feriti che urlavano per il dolore.

Così tutto è finito, anche il torneo. Ma lo pensavamo solo noi che fosse finita. Io lo pensavo, mio fratello lo pensava. Luca non lo so. Invece il cugino di Scheletrino, un pregiudicato di trent’anni, la sera stessa ha cercato Luca per il quartiere e quando lo ha trovato gli ha sparato addosso sei colpi di pistola. Tre in faccia. È morto subito Luca. È arrivata l’ambulanza ma non è servita. Poi sono arrivati i carabinieri, poi i genitori di Luca, poi Don Michele che lo ha benedetto mentre era steso sull’erba del giardinetto, dietro al bar dove i maschi andavano a leggere i giornaletti porno. Il cugino di Scheletrino lo hanno arrestato il giorno dopo. Si è lasciato prendere senza opporsi ed è tornato in carcere. Raccontò mio fratello che non voleva davvero sparargli ma solo dargli una lezione, farlo cacare sotto. Mi disse che Luca però si era preso male, aveva reagito e poi era finita com’era finita. Chi ambisce a comandare e a controllare il territorio non può permettere ai coraggiosi di alzare la cresta e la faccia devastata di Scheletrino meritava una punizione. Luca era il mio ragazzo. È finito al cimitero senza neppure accorgersi, e chissà se adesso, oggi, dopo cento anni da quel giorno, mentre sto camminando con le cornacchie, lui è rimasto appiccicato al cielo oppure è in paradiso. Vorrei dargli piacere un’altra volta. Non c’è stato più nessuno dopo di lui. Nessuno che abbia amato davvero. Mio fratello, quando maledico il Subbuteo, scuote la testa anche adesso che siamo due vecchi citrulli. Ma è un’altra epoca oramai. I fulmini mi scuotono e puzzo di pollo bruciato. La psichiatra dice che è necessario, che in questo modo soffro di meno, lei non sa che per ogni cellula morta, quelle che restano si fan più forti. Mi ricordo tutto, giorno per giorno, le cornacchie lo sanno. Cosa faccio al mondo? Perché sono nata? Beati voi che lo sapete, che conoscete il senso di tutto questo. Quando il becco della cornacchia apre in due il ventre del topo, tutto mi è chiaro. Funziona così, fidatevi, è questo il senso: è l’orgasmo animale da cui nasce ogni altra reazione. La scarpa di Scheletrino che mi ha colpito era il becco e io il topo. Poi Luca è morto ammazzato: gatto e pistola. Il giocatore del Subbuteo spezzato a metà, è questo il senso. C’è un cacciavite e c’è una vite da girar dentro da qualche parte. È solo quando si fa sesso che ci sono becco e carne ma non muore nessuno. Quello che mi rattrista, non è morire, che tanto non lo sai che sei morto quando sei morto, e se lo sai vuol dire, se non sei finito all’inferno, che sei in paradiso e quindi è una bellezza, ma è che mi viene sempre in mente quando ero piccola e ancora non capivo che non capivo tutto come quelli normali e stavo nel letto con mamma e papà la domenica mattina, poi arrivava anche mio fratello ed eravamo lì in quattro. Quattro corpi caldi vivi a scaldarsi e a coccolarsi l’un l’altro, a fare niente, pigri, a giocare, a decidere cosa avremmo mangiato per colazione. Ma nessuno si alzava. Ecco, pensare che eravamo lì beati come animali, senza sapere che avremmo dovuto morire, mi leva il battito dal cuore. E il cuore senza il suo tic toc è un corpo freddo, quattro cadaveri spogli, quattro scheletri spaventosi. Sono io quando mi legano alla sedia e mi mettono la cuffia coi fili. Credo sia per questo che camminando con le cornacchie, loro mi lasciano in pace. Credo che sia per questo che alla caposala, la scorsa settimana, una cornacchia l’ha aggredita e le ha lacerato un lobo. Io, quando arriverò da Luca, sulle nuvole o dove sta, avrò tutto quel che serve per dargli piacere. E sarà la volta che non ci lasceremo. L’ho detta a mio fratello questa cosa e lui ha scosso la testa, quando però ho aggiunto che il torneo di Subbuteo lo finiamo in paradiso, e che non è vero che lo maledico ma che è un gioco divino, m’ha abbracciata. Ho visto che piangeva, ma lui ha detto di no, che non era vero. Mi è rimasta una sua lacrima sul dito però, così l’ho leccata. Sono buone le lacrime e mi chiedo ancora se Luca ha pianto quando è morto. Non me lo hanno fatto vedere quando era steso sull’erba. Tutto il quartiere era sceso di sotto, era andato dietro al bar a vederlo, ma a me non mi hanno fatta scendere. Io gli avrei leccato le lacrime se c’erano, o il sangue, tutto lo avrei leccato. Cosa faccio in questo mondo? Perché sono nata? Solo questo mi chiedo. È questo a essere bizzarro. La vita, non la morte. Intanto mi chiamo Silvia e andavo per i quindici. Adesso non lo so quanti anni ho, sto camminando con le cornacchie e loro mi festeggiano come una regina. È un’altra epoca questa.

Luigi Tuveri

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3 thoughts on “Camminando con le cornacchie

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