Yrjö

17157381_10212663978258475_2621367679494735802_o.jpg

DemerzelevPasolini intervista Ungaretti #9

Mauro Colarieti nasce il primo aprile del ‘97, l’anno della pecora Dolly, di Titanic e di Google. Si ritrova costantemente diviso tra la bassa bergamasca, dove è nato e cresciuto, e il South West inglese, dove studia cinema. Nel giorno del suo diciottesimo compleanno esordisce con il romanzo Young Adult – Costellazione di brufoli (Lettere Animate Editore, 2015). Seguono diverse traduzioni del suo primo libro, vari articoli e racconti pubblicati per riviste e un secondo romanzo, Jellyfish – Il ragazzo medusa (Triskell Edizioni, 2016).

Il suo racconto oggi ci riporta alle atmosfere della compianta rubrica Rosa!, voluta e pensata da Luca Marinelli, amata da quel romanticone ciccipuccioso di Quaranta ma alla fine boicottata da Andrea Frau e dal suo perfido esercito di Minions sardi (don’t google it). 

Nei prossimi giorni il Commissario farà grandi annunci e niente sarà più come prima. Ma per oggi, godetevi questo spicchio di primavera che naviga tra le nebbie accompagnato dal sagace sguardo memicchioso di Demerzelev (Franco Sardo).

È troppo facile ridere mentre si dorme
L’officina della camomilla – Gentilissimo Oh

Genova, 22 Maggio 1976

Maggio rappresenta appieno il mio rapporto con le opportunità.
Non è ancora del tutto estate, ma non è più piena primavera. È un mese di transizione tra una situazione e l’altra: okay, si potrebbe dire che si assomigliano per certi versi, ma non sono mai la stessa cosa. Ci sono quelle piccole differenze nell’atmosfera che mi fanno capire che sono in questo limbo, in una sorta di vento profumato che mi spinge verso paesaggi nuovi. Ho paura di arrivarci troppo presto, quindi mi prendo il mio tempo.
Maggio mostra ancora i fiori sbocciati nei mesi precedenti e anticipa un’afa tipica dell’estate ligure.
Maggio rappresenta appieno il mio rapporto con Yrjö.
Sarà pure l’exchange student svedese più solare che potessi conoscere, ma in qualche modo la mia relazione con lui è ghiacciata, statica e sfocata da mesi.
Colpa mia? Possibile.
Ci sto male? Non so.
Non è esattamente uno stato d’animo negativo: sono irritato e impaziente, ma tranquillo. Non mi è mai capitato di provare attrazione per qualcuno che non possa ricambiare i miei sentimenti.
Paura del rifiuto, predisposizione naturale, tecnica di autodifesa per evitare sofferenze, pragmaticità sentimentale… la si può chiamare come si vuole, ma so di non potermi infatuare di un ragazzo che non mostra, almeno involontariamente, un interesse nei miei confronti. Non ho bisogno di un termine per questo mio atteggiamento.
Non che il nordico non sia palese nel suo modo di studiare i miei comportamenti da settimane, anche ora che si sta gustando un ghiacciolo all’anice sulla panchina del campo da basket vicino a casa mia: si gira ogni minuto, due se si vuole esagerare.
Non penso di aver mai notato la sua innocenza nella sua totalità prima di questo momento: ha questo sorriso ingenuo mentre succhia i lati del suo ghiacciolo. Ha gli occhi socchiusi e soddisfatti, come un bebè che viene allattato, e pone le labbra a canotto in una smorfia tenerissima.
Rimango folgorato, non è la prima volta che lo vedo mangiare, ma è come se in questo caso non ci fosse niente che possa renderlo più felice che quel pezzo di ghiaccio pieno di coloranti.
Sembra l’Alice di Lewis Carroll dopo aver mangiato il biscotto: si sorprende per i colori sgargianti che la circondano, ma rimane fissa sul passare per la porta.
La decapottabile verde acido parcheggiata a pochi passi da Yrjö o il cielo così azzurro da sembrare finto sono particolari che non lo attirano minimamente rispetto a casa mia.
Sono colpevole pure io: lo guardo dalla finestra del mio bagno, attento a nascondermi bene dietro le tende dal motivo floreale, mentre lui scruta verso la mia direzione, forse aspettandosi che fluttui fuori dal portone con un pallone e una fascia di stoffa sulla fronte, pronto a fargli il culo in un uno-contro-uno.
Forse è la mia mente che viaggia, forse Yrjö è solamente nostalgico dei pomeriggi passati in camera mia durante l’intero anno scolastico ed è come assorbito dalle finestre della mia abitazione.
Come dimenticare le ore di ripetizioni settimanali in cambio di una cinquantina, se non una centinaia, di gelati e brioches? Yrjö è perso per me, si potrebbe dire, ma non ha mai fatto una mossa esplicita e diretta per darmi certezze.
Camminavamo per ore, durante entrambi i semestri, cercavamo di parlare. Non è che sia un asso in italiano, per lo più si parlava in inglese e, non essendo la lingua madre di nessuno dei due, ci si interrompeva spesso.
Sorrideva raramente, ma aveva questa strana abitudine di abbassare la testa quando lo guardavo negli occhi. Le sue orecchie diventavano rosse come una fragola, ma non arrossiva in volto.
Yrjö non è mai stato timido con me, ci siamo sempre fatti due chiacchiere riguardo ai temi più disparati. Da Ultimo tango a Parigi agli alieni, passando per la teoria multiverso e le drag queen sudamericane, aveva sempre una sua personale e unica visione di qualsiasi argomento si tirasse in ballo. Non capivo molto dei suoi ragionamenti per colpa della barriera linguistica, ma ho sempre percepito una certa bontà d’animo in questo ragazzo, un qualcosa che trovo sempre più raramente tra i miei coetanei. Dicono che gli anni ’70 verranno ricordati per sempre per l’accettazione del diverso, la voglia di vivere e la curiosità di spingersi oltre ai limiti. Sarò io a dovermi definire negativo, ma non ho visto ancora niente del genere, soprattutto per quel che riguarda le coppie scoppiate nella mia scuola. Sono tutti così noiosi, ovvi, scrausi. Per quanto possano essere attaccati fisicamente, non lo sono mentalmente.
Certo, i baci sulla Vespa, le palpate indiscrete alle grigliate del quartiere e il sesso selvaggio negli spogliatoi sono sicuramente una bellissima parte di un rapporto, ma non è forse vero che prima di passare all’aspetto carnale di una relazione si debba sapere il più possibile dell’altra persona? Sapere cosa ne pensa della pasta al burro, dei girasoli, delle altalene, della colazione a letto…
Yrjö rappresenta appieno il mio rapporto con il mese di Maggio.
Mi immergo nella sua immensità e cerco di accaparrarmi più informazioni possibili, ma non aspetto altro che qualcosa che mi permetta di sospirare, guardare il sole e lasciarmi alle spalle la scuola, i compiti, i maglioni cuciti a mano da mia nonna e gli ombrelli a tinta unita.
Quando Yrjö si alza e sta per andarsene, mi rendo conto che probabilmente non è così scontato aspettarsi che, nelle ultime settimane che passerà insieme a me nello Stivale, possa azzardarsi a fare una mossa.
Con i fuochi d’artificio negli occhi, mi lancio verso la cucina come un’orda di madri davanti ai centri commerciali durante i saldi. Afferro un’anguria dal mini-frigo ed esco di casa.
Non chiudo la porta, anzi, mi sembra di non avere neanche il tempo di abbottonarmi del tutto la camicia.
Chiamo Yrjö, correndo.
Non mi sente, ha le sue enormi cuffie nelle orecchie. Sarà intento ad ascoltare qualche cassetta, probabilmente dei Blondie. Muove la testa a ritmo, facendo scompigliare ancora di più quei capelli disordinati che, per quanto sudaticci, rimangono elettrici, diretti verso l’alto come le spine di un cactus o un razzo della NASA pronto a essere lanciato verso altri cieli.
Mi avvicino, appoggiando l’anguria sulla panchina di legno dove Yrjö sostava fino a pochi secondi fa.
Lo chiamo ancora, ormai a pochi passi dalla sua schiena.
Nel momento in cui si gira, lascia cadere le cuffie attorno al suo collo e mi guarda.
Sento arrivare l’aria di Giugno.
La sua espressione sorpresa, le orecchie arrossite, il leggero tremolio della mano che fa cadere a terra il suo ghiacciolo morsicato, bianco sui bordi e a tratti già sciolto.
Si aspettava di vedermi, eppure è visibilmente sconvolto nel trovarsi di fronte a me.
Sorride, un po’ imbarazzato, mentre lo sfido a guardarmi negli occhi. Abbassa la testa.
Lo prendo per un polso, indicandogli la panchina e borbottando qualche parola in un inglese di dubbia comprensione.
Mentre mi segue, cammino all’indietro, giudicando mentalmente la canotta beige che indossa. Lascia intravedere un petto depilato, così asciutto da far invidia a Twiggy.
Prendo in mano l’anguria, porgendola al sole come se stessi sacrificando un agnello.
“What?” chiede, sorpreso. Scoppia in una risata rumorosa, simile a quella di un neonato a cui si sta facendo il solletico.
Nego con la testa, chiudendo gli occhi e facendomi cullare dal rumore del suo sghignazzare come vorrei essere cullato tra le sue magrissime braccia.
Appena mi siedo sulla panchina e appoggio delicatamente il frutto alla mia sinistra, Yrjö inclina la testa verso destra come un gatto confuso.
Ripete sei volte “coltello”, con intonazioni diverse, prima di strattonarmi per una spalla.
Alzo gli occhi al cielo, schiaffeggiandomi mentalmente per la mia sbadataggine.
Mi lascio cadere all’indietro, mentre percepisco la sua gamba congiungersi alla mia.
Lo guardo dal basso, con la bocca socchiusa, mentre sento alcune goccioline di sudore scendere sulla mia fronte.
Yrjö osserva le mie labbra e appoggia le sue braccia conserte sul mio busto. Alza un lato delle sue labbra, sempre evitando di guardarmi negli occhi.
Mi avvicino al suo viso, lui rimane immobile. I suoi occhioni color nocciola mi ricordano quelli di mia madre, ed è come se sentissi di essere a casa.
Mi fermo per un nanosecondo, forse aspettando che la piccola particella di Maggio rimasta nel mio cervello se ne vada.
Lui muove il suo cranio verso il mio orecchio, lo accarezza con il suo naso.
Le mie mani si aggrappano ai suoi capelli mentre mi giro istintivamente per inquadrare le sue labbra violacee e screpolate.
Le nostre bocche si scontrano come una fresca onda sui teneri piedini di una bambina che va al mare per la prima volta. Una sensazione fresca, nuova… e bagnata.
L’anguria sembra esplodere come un pop-corn, libera quanto me in questo esatto momento. Non ci stacchiamo.
Continuiamo a rinfrescarci, sento il suo alito di anice scendere nella mia gola e nel mio stomaco, attraverso il più breve ma intenso scivolo di Consonno.
Maggio rappresenta appieno qualcosa che finisce per dare vita a delle nuove sensazioni.
Giugno, invece, rappresenta appieno… qualcosa.
Non so bene che cosa ma, sinceramente, non sento di doverlo scoprire per forza.
Yrjö mi prende la mano.
Non parla, ma mi bacia ancora. Ancora a due centimetri dal mio naso, mi guarda come per dire Era ora.
Rido, quasi urlando, e negando con la testa.
Era ora?
Pensiero internazionale, Yrjö, puoi giurarci.

Mauro Colarieti

One thought on “Yrjö

  1. Pingback: Una settimana di racconti #54 | ItaliansBookitBetter

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...