Oscuro arcaico

Buongiorno Supermassa! È arrivato il grande giorno, come sapete oggi pubblichiamo il sesto capitolo di Oscuro arcaico, il libro inedito di Giuseppe Genna.
Giuseppe ci ha fatto un grande regalo e noi gli siamo davvero riconoscenti. Siamo ancora increduli ed entusiasti, stiamo festeggiando da settimane e già due di noi sono andati in overdose da noce di prosciutto al pepe.
Oscuro arcaico è un libro impubblicabile a detta dell’autore perché “troppo cupo, indecifrabile, ottuso e inadatto all’editoria italiana, essendo più idoneo all’editoria polacca, ungherese, russa forse, anche dello Stige se lo Stige esprimesse un’editoria”. Oscuro arcaico è “una fantasia malata, che snoda vicende incongrue nell’ombra infetta di un collegio eternamente primonovecentesco”. Questo romanzo inedito, nemico di ogni presunta narratività, (di quelle tanto amate dal responsabile dell’interfaccia narrativa di History, per intenderci) è un romanzo di antiformazione, un incubo scolastico, una parodia tragica e perturbante. Molti degli impressionismi traggono spunto da foto creepy americane di fine Ottocento (le trovate sul suo sito).

Qui di seguito trovate i capitoli precedenti a questo:
L’incipit;
Secondo capitolo;
Terzo capitolo;
Quarto capitolo;
Quinto capitolo.

Parafrasando Giuseppe: Speriamo che non dispiaccia, confidiamo che dispiaccia.
Le illustrazioni sono di
Sergio Caruso che ringraziamo tanto. Buona lettura.

Noi alunni del Collegio abbiamo tutti la testa come palloncini colorati, che vanno su su nel cielo, leggerissimi, dimenando i loro fili bianchi di nylon per l’aria, come piccoli spermatozoi in ascesa verticale.
Fortunatamente il maestro ci tira giù, ci mantiene a terra. Ci obbliga a fare i conti con la realtà, a decifrare e risolvere gli enigmi, che instancabilmente il mondo propone al vivente. Lo fa affidandoci dei compiti. Non il senso del dovere o il senso di colpa esercitano su di noi un magnetismo, una forza di gravità; sono semmai i compiti stessi a risultare cifrature, cardini, sbigottimenti, i quali ci mantengono ben saldi al terreno di coltivazione delle nostre vite.
Il maestro ci affida dei compiti: temi con il quinterno a righe, problemi astratti di polinomi e vettoriali, test di intelligenza e quesiti di logica, assunti da ribadire in forma di parafrasi.
Le spalle curve a volte smentiscono l’aspetto sdrucito che si attribuirebbe loro. Allora il maestro appare un fulgido esempio dell’industriosa edificazione che si pratica sempre quando si ha a che fare con i saperi, che sono da assorbire attraverso l’insistenza e una prestidigitazione particolare, assai vicina al rito religioso. Per esempio, a volte, il maestro sta in piedi, magnificamente diritto, davanti alla lavagna a fianco della scrivania, il registro spalancato incute timore in noi, noi lo vediamo aureo sullo sfondo nero della grafite. Impettito, egli vuole che apprendiamo i movimenti strategici di Alessandro Magno a Isso. Il grande re macedone dominò i persiani e arrivò addirittura a minacciare Dario con una lancia. Venne ferito a una coscia mentre montava il suo Bucefalo, splendido destriero indomabile che egli domò e ancora lo accompagna, nella fama. È in momenti come questi che noi alunni avremmo voglia di cancellare ciò che abbiamo di fronte, a cominciare dalla lavagna e dalla planimetria. Sarebbe così facile e ignobile! No, noi dobbiamo apprendere l’apprendimento, dobbiamo fronteggiare la potenza del maestro, che si staglia contro di noi, quasi dorato, fermo con il sapere che lo sorregge silenziosamente da tergo. Intenzionalmente egli tace, ci sfida con il suo silenzio protratto. Il suo sguardo consapevole soppesa ciascuno di noi, sardonico, chissà. Allora lo affrontiamo come Alessandro Magno a Isso i persiani, nella ristretta pianura chiusa tra i monti del Tauro; qui Dario il Persiano schierò le sue truppe, approntate nelle satrapie orientali, in numero di centoquarantamila unità, i macedoni erano trentamila soltanto, tra cui i frombolieri. Alle cinque e mezzo del pomeriggio i fronti delle due armate si fissavano, le picche oblique in avanti, immobili, quasi scolpiti, in un assoluto silenzio, solo la natura mormorava; restarono così, ognuno fermo e muto, a migliaia, per molti minuti, entrambe le falangi. Questi soldati di terracotta umana, in un vento sabbioso, non proferiscono verbo, scrutano, si studiano, in un’ottusità che precede la morte. Morirono centodiecimila soldati di Dario, soltanto centocinquanta di Alessandro. Questi sono ammaestramenti, della storia.
Le insostenibili pause sono il sale dell’insegnamento. Chiunque potrebbe venire e illustrarci gli assiomi o le date, ma ben pochi saprebbero farlo orchestrando una tale sinfonia di mutismi e oblii!
Non vorrei che si interpretassero le mie parole come irrispettose. Sia chiaro, non sostengo affatto che il maestro sia un incapace o che il suo silenzio, forse un poco troppo ostinato, gli si attagli meglio che una chiacchiera insipiente, in cui egli d’altro canto ha dato mostra di eccellere, competente e in un certo modo spiazzante qual è. Per esempio, proprio a proposito di Alessandro Magno a Isso, egli ha avuto l’ottima idea di portare a complemento della lezione un busto di Alessandro il Magno. Si tratta di una testa scarmigliata, dallo sguardo buio, gli occhi privi di pupille ed iridi come spesso accade nei calchi classici, le guance da bambolotto, il naso eccessivamente dritto, la smorfia arcana e schifata, quasi senecana, delle labbra disgustate di Alessandro Magno: un disgusto, il suo, a cui evidentemente lo costringono le cose del mondo, il loro andamento ingiusto e arruffato. È un volto che scansa forse la nemesi? Non mi pare proprio. È stato comunque un grande insegnamento spirituale.
È accaduto, e sarebbe anche ipocrita tentare di nasconderlo, che il maestro ci affidasse questo compito: “Affìdati un compito”. La cosa ha fatto scalpore. Siamo impreparati alla creatività, evidentemente. Troppa libertà ci dà alla testa. Non siamo pronti per le alte velocità. È come essere ripieni di gas esilarante. Eccoci, sganciati nel vuoto, non è forse quello che volevamo? È questa la riprova che avevamo ambizioni, ma non ancora capacità. Non siamo sgarzolini. Ci sentiamo troppo leggeri, troppo dinamici. Questa accelerazione progressiva eppure brusca è un nuovo tipo di consumo. Ci piace un altro tipo di consumo: la consunzione, la persistenza del bordo del nostro banco, che arrotiamo con i polpastrelli, via via limandolo grezzamente con lo sporco delle nostre mani, anche i palmi, quella freguglia di gomma nera che poi siamo soliti intaccare con le nostre unghie a lunetta. Ma così, di colpo, lasciarci inermi in una vasta prateria libera: è insopportabile! Tuttavia abbiamo fatto del nostro meglio. C’è chi ha deciso di realizzare un bel disegno a pastello, c’è chi ha risolto il problema del triangolo scaleno, io ho scritto una lettera di fantasia alla mamma. Eccola:
“Amata Madre,
vi ricordate quando, in un pomeriggio d’inverno, il dehors era ornato di galaverna e tutto intorno si stendeva il manto spesso della neve, noi bambini, io e i miei amichetti, eravamo intenti a nascondere sassi nelle palle di neve, per farci male il più possibile, il che ci faceva molto ridere, e Voi e le Vostre amiche ci richiamaste al tavolo del giardino, per premiarci con quelle deliziose mele caramellate, infisse negli stecchi, che avevate fatto cuocere alle nostre spalle, e ci mostraste quelle figure celestiali nel libro delle favole, e noi eravamo stupefatti, davanti al fumo che promanava dalle vostre scodelle ricolme di cioccolata calda, mentre qualcuna delle amiche faceva andare avanti e indietro un passeggino rinchiuso con la cappottina, dentro cui gorgogliava chissà quale fantolino, e la luce lasciava il passo all’ombra più fredda e pungente, mentre già a noi bambini prendeva di abbandonare tutto per correre a perdifiato verso gli alberi sempreverdi, così fascinosi e neri, con il loro afrore improvviso di resine d’abete, mentre alle vostre spalle il bovindo appariva illuminato discretamente dalla lampada nello studio del Padre, che compulsava i suoi testi medici e avvocatizi, borbottando come suo solito, se ho licenza di dire così, per poi finire tutto in un congedo tra Voi e le Vostre amiche, le quali si scuotevano nel freddo accanto allo stagno delle ninfee, e vi davate baci sulle guance arrossate dal gelo, le vostre carnagioni bianche erano un poco screpolate per via di quell’inverno rigido, e io in prima persona lanciai una palla di neve dentro lo stagno scuro e paludoso, facendovi inarcare le labbra in quel dolce sorriso? Ve lo ricordate? Io no, non me lo ricordo”.

Giuseppe Genna

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One thought on “Oscuro arcaico

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