Scenicchia Full Showcase #8: Veronica Galletta

17192378_10212663976778438_9005257689022169942_o

DemerzelevPasolini intervista Ungaretti #7

Here we are at quello che sembra proprio the last episode of the superpowerful allstrafucking Scenicchia Full Showcase. It’s been a hell of a journey dentro i meanders della beneamata toscanità così well embodied in the Mighy Morphin Power Scenicchia on the Corriere Fiorentino.

Veronica Galletta è siciliana e vive a Livorno. Ha pubblicato racconti per Colla, Abbiamo le prove, L’Inquieto, A4, Pastrengo, il Corriere della Sera. È stata finalista dei premi Calvino e Neri Pozza. Oggi è per la prima volta su Verde.

Anche oggi il meme illustrativo è prescritto da Demerzelev (Franco Sardo).

Nonostante l’agosto inoltrato, l’ingresso ai Bagni Pejani quella mattina era deserto. Una trapunta di nuvole di piombo spuntava dal profilo concavo dei Casini d’Ardenza. Elena si soffermò ad apprezzarne le sfumature, poi prese per mano il bambino ed entrò. Sulla piattaforma solo la solita coppia di insegnanti in pensione. Coperti dai loro costumi pesanti, si muovevano lenti verso il mare, lei avanti lui dietro, a qualche passo di distanza. Al limitare del molo il solito ragazzo camminava a passi minuti e svelti, come una gazza. L’opalescenza delle braccia, serrate attorno al busto, bruciava sulla maglia scura.
Elena distese lo sguardo verso il largo, fino al profilo della Gorgona. Le palpebre chiuse, il naso piccolo e diritto, le labbra serie. Si diceva che con certe condizioni di libeccio, quando il vento finalmente scaricava i suoi giorni dispari, l’isola apparisse al rovescio, scomposta, come trafitta da frammenti di specchio. Poco più in là, poggiato sulla linea dell’orizzonte, il carminio industriale di un grosso cargo. Si sentì un tuono lontano.
Di questa città dove si era costretta a vivere, la mutevolezza del tempo era l’unica cosa che apprezzava, si disse mentre il bambino sollevava le braccia. Elena gli sfilò la maglietta, per poi abbandonarsi sulla sdraio, vestita. Il bambino si serrò la maschera sul volto e si avviò al mare, voltandosi a guardarla dopo qualche passo. Il suo sguardo fondo dietro il plexiglass le diede una fitta, che scostò da sé accomodando meglio la massa di capelli sulla sdraio. Il bambino si accovacciò su uno scoglio, accanto alla scaletta. Mise le mani in acqua, muovendo le dita a cercare piccoli granchi. È fredda, disse voltandosi verso la madre. La donna teneva gli occhi chiusi, una mano abbandonata sopra la testa, a farle da fascia.
Si portano i figlioli al mare…, borbottò la vecchia riaffiorando dall’acqua, ma Elena si mosse appena, dondolando le ginocchia.
…E poi non li si guarda, aggiunse. Elena sospirò, sperando in un’onda improvvisa. Poi si risolse ad alzarsi.
I due vecchi gocciolavano seduti sul molo, mentre il ragazzo camminava ora più vicino. Gli scogli baluginavano nell’acqua bassa. I riflessi cangianti, marrone dell’alga, giallo senape, verde marcio, seguivano il capriccio delle nuvole. Sembrava la pelliccia di una lince, una grossa lince acquattata sul fondo.
Mi tuffo dalla bocca?, chiese il bambino, ed Elena fece cenno di sì.
La forma della piattaforma, disse alla vecchia, a rispondere agli occhi globosi puntati adesso su di lei. Per lui è una testa di lince.
Piove? chiese la vecchia al ragazzo, ma lui continuò nel suo movimento, senza badarle.
Un’onda, che annegasse via tutti.
Solo al largo, disse il vecchio come destatosi, e indicò verso nord. Seguirono il suo indice. La luce nera affilava i contrasti, esaltando la pietra chiara delle dighe a nord e il volo basso dei gabbiani, soffiando sul volto della Gorgona. I colori dell’isola si erano fatti così netti che si distinguevano i chiaroscuri della macchia, il chiarore delle scogliere, la torre allo scalo. Tutta l’isola sembrava pulsare. Nel lampo di un tuono che batte più forte, il vecchio abbassò tremulo il braccio, e i cinque rimasero immobili, a fissarla.
Qui viene un’acquata, sbottò la vecchia, e si avviò, seguita dal marito e dal ragazzo. Il bambino però non si muoveva. Stava a metà della scaletta, le dita serrate sull’acciaio liscio, a sbiancargli le nocche, lo guardo fisso verso l’orizzonte.
Fra poco s’affoga!, urlò la vecchia.
Elena si chinò. Enrico, sussurrò, Andiamo. Ma il bambino sembrava di sasso.
Enrico, ripeté, mentre un vento carico d’acqua forzava sopra di loro, espandendo e sfilacciando il cielo fino all’intero orizzonte. Il bambino si tolse la maschera.
Si muove, disse, e poi scattò in avanti verso la testa del molo, Elena dietro, l’equilibrio incerto sugli scogli aguzzi, le mani a scostare il turbinio dei capelli che le coprivano il volto. Quasi in cima lo raggiunse e lo afferrò stretto, inginocchiandosi. Si muove, ripeté il bambino, nell’iride il profilo di donna già impresso. L’isola: viene verso di noi.
Elena guardò davanti a sé. Una tempesta di lampi avvolgeva la Gorgona, che si faceva sempre più grande, istante dopo istante, come se anche il solo battito delle ciglia ne ampliasse i contorni, mentre il mare si punteggiava di bianco in folate oblique, e il cuore del bambino batteva forte, le piccole braccia come pietra. Elena pensò alla maschera del bambino che si era persa, pensò alla noia di quei giorni tutti uguali, pensò che doveva pensare a cose grandi e pensò che non sapeva a cosa pensare, allora abbassò la testa, i lunghi ricci come spire, il figlio sempre stretto davanti a sé. L’acqua li circondò fitta, avvolgendoli del tutto.

Quando il cielo si aprì, la piattaforma appariva come uno straccio sfibrato. Elena condusse il bambino verso il bar, lo fece sedere, gli trovò una maglietta asciutta. I due vecchi giocavano a carte, il ragazzo seduto poco distante. Niente sembrava essere stato.
Muovasi la Capraia e la Gorgona, mormorò il vecchio voltandosi verso Elena, il braccio alto sopra la testa.
Elena e il bambino si avviarono verso l’uscita, il mare attorno gonfio di fango e detriti, mentre un’ultima folata le sollevò il vestito e la massa dei ricci ancora fradici. Il ragazzo li rincorse.
La piattaforma, disse. Elena lo guardò senza capire. La piattaforma: è una lince, una lince con un serpente in bocca. Aveva una voce nasale e ritmica, accordata al passo svelto e breve. Gazza, presagio di temporale, pensò Elena. È la lince che ci ha protetti dalla Gorgone, aggiunse il ragazzo.
Scopa! urlò il vecchio battendo forte sul tavolo. Mi batti solo perché è venerdì 17, disse la moglie scostando da sé il tavolo.

Veronica Galletta (editing Vanni Santoni)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...