Aponia

17239680_10212663974978393_7772832474927685343_o

Demerzelev – Pasolini intervista Ungaretti: Che cos’è un meme? #6

Ieri sulla nostra pagina Facebook si è parlato a lungo de “Il vi[tali]zio di Solange”, il terzo romanzo di Andrea Frau che leggeremo (forse) a maggio edito dalla più importante casa editrice fiorentina (o di Orbetello, se preferite).
La trama? Avvincente.
Il 25 aprile 2018 Paolo Bucinelli, in arte Solange, ha compiuto 66 anni. Le sfarzose celebrazioni con amici, parenti e fan non mettono di buon umore il famoso sensitivo, attore, cantante e conduttore, che ha un sogno inconfessato nel cassetto: tornare indietro nel tempo per poter leggere la mano del defunto Marco Pannella.
A mezzanotte Solange è pronto a stappare una bottiglia magnum di Joyau de France quando il suo cellulare vibra: una voce misteriosa gli annuncia che una macchina del tempo in Via della Panetteria è pronta a esaudire il suo desiderio, a patto che…
Solange si ritrova nella casa di Pannella il 18 maggio 2016, il giorno prima della morte dell’indimenticato leader radicale non violento transnazionale liberale e liberista. Scoprirà leggendogli la mano che Nuova Teramo, la capitale degli Stati Uniti d’Europa 5.0, verrà distrutta il 31 dicembre 3016 dai carri armati dell’Unione delle Repubbliche Sovraniste Salviniane. L’unica possibilità di salvare il sogno spinelliano di una Europa democratica, unita e federale è di convincere Marco Cappato e Maurizio Turco ad accompagnare Giacinto in Svizzera per poterlo ibernare.
Solange è pronto, ma la voce misteriosa tornerà insistentemente a minacciarlo e reclamare la funesta condizione del patto…

Riuscirà Paolo Bucinelli a fare dimenticare gli esiti disastrosi dei primi due romanzi di Frau? Non ne dubitiamo: Andrea ha definitivamente capito che sci-fi è il suo secondo nome – o il terzo, se siete fan del Tabagista – e non perde occasione di ricordarlo a noi altri realisti capitalisti. Prendi a esempio Aponia, seguito di questo bel racconto pubblicato sul nostro litblog preferito. Che cazzo vorrà poi dire Aponia? Desumetelo pure dal testo.
Che bella sarebbe un’antologia di parole inventate, un piccolo dizionario essenziale futuribile ma rigorosamente non fantastico? Curatori in ascolto: non ci provate, l’idea è già stata brevettata da Luca Marinelli (seguiranno dettagli).

È lunedì, il nostro giorno preferito come dicevamo qui. Il meme è offerto da Demerzelev. Buon inizio di settimana gente, mercoledì Scenicchia Full Showcase, venerdì Barbette, nei prossimi giorni vi aggiorneremo sull’operazione “Un troll in rivista”, “Rivista Parolaccia”, “Fake for Verde” o in qualsiasi altro modo vogliate chiamare le scaturigini dell’Affaire Pamplona (buona quella). Ciao bimbi, tuttyfrutty booom booom cica booom yeah.

«Accendi la vasca pantartica, per piacere».
«L’hai usata anche stamattina, vero?»
«E allora?»
«Non puoi continuare a rifugiarti in quella macchina, Gabriel».
«Mi fa stare meglio. Qual è il problema?»
«Che non sei più tu, ormai. Dopo ogni seduta qualcosa di te abbandona il tuo corpo, un ricordo, una paura, un rimpianto».
«Ma ne esco purificato, più sereno».
«Sì, ma il prezzo è perdere te stesso».
«Se questo vuol dire stare meglio, sono pronto a pagarlo».
«Finirai per perdere anche me».
«Tutti perderemo tutto, lo vuoi capire? Tra dieci anni non avremmo più nulla da perdere, ci aggireremo come dei manichini senza passato, presente o futuro, in cerca di padrone, qualcuno che ci dica chi siamo e cosa fare. I più fortunati di noi, quelli ridotti a letto, senza più volontà, riceveranno un cappello buffo da qualche mano pietosa, o verrà qualcuno a violentarci, a ricordarci che siamo state persone».
«Saremmo al sicuro quindi, involucri inviolabili, senza nulla da perdere, come nullatenenti. Esser persone è rischioso: troppe paure, ansie, cose da difendere…mi è sempre piaciuto viaggiare leggera».
«Non far la caricatura di ciò che penso».
«Ascoltami, Gabriel: l’uomo, o ciò che ne resta, domina la tecnologia da sempre. Finisce sempre un po’ cambiato, ma alla fine il banco vince sempre».
«Apprezzo il tuo ottimismo. Ma sai che faremo e ci faremo di tutto. Tanto poi dimenticheremo. Passeremo a chiederci cosa sono quelle cicatrici. Come fossili che provano l’esistenza del passato. D’un paio d’ore, del giorno prima…».
«Questo non è un buon motivo per accelerare la tua autodistruzione».
«Io mi sto salvando! E poi scusa, vorresti dirmi che tu non usi la vasca?»
«Tutti la usiamo, ma come persone normali!»
«Certo, bello poterselo permettere».
«Io penso che tu sia solo un debole, stai scappando da qualcosa che non esiste».
«Esiste eccome».
«Che cos’è? Dimmelo! Che diavolo vuoi dimenticare? Un momento…non ti starai ancora tormentando per quell’idiozia? È stato uno stupido incidente, te lo ripeto!»

Il volto di Gabriel trasfigurò in una smorfia rabbiosa, la donna indietreggiò spaventata come se lo vedesse per la prima volta. L’uomo si avventò su di lei e le strinse il collo fino a strangolarla.
Poi tremante, entrò nella vasca pantartica a -200 gradi e sognò di compilare il suo diario:
Io penso ancora a Michel. Non riesco a sradicarlo dalla memoria. È lancinante, è come avere un gatto idrofobo nel cervello che si contorce, pianta le unghie nell’amigdala, schiuma bava acida che scioglie il sistema limbico, fa saltare le sinapsi, fulminando i circuiti. Il gatto rabbioso che ho nel cervello è instancabile, solo quando entro nella vasca si placa e riposa, lo immagino finalmente calmo specchiarsi in una pozza di sangue scuro e contemplare i suoi occhi, cercando di riconoscersi.

Il ricordo rimane, ma il senso di colpa scema, per tre, quattro ore, poi ritorna e riaccendo la vasca. Mi chiudo nella vasca pantartica anche quattro volte al giorno.

Il gelo pietrifica e atrofizza la mia disperazione, la blocca per un po’, ma allo stesso tempo la preserva e conserva. Quando il ghiaccio si scioglie il dolore torna implacabile. Le mie ali ghiacciate non durano tanto vicino al sole e io precipito. Il mio dolore è così puro e abbacinante che corrode la retina e squaglia la pelle. Ripenso a quegli uomini ritrovati perfettamente crioconservati in Europa. Li scongelarono con cautela, li rianimarono, ma anche quando i parametri vitali tornarono sotto controllo essi rimasero immobili, zitti, come inebetiti, sbattevano solo le palpebre. Versarono in stato catatonico per un giorno intero. La mattina dopo il laboratorio fu distrutto dalle fiamme, ritrovarono gli scienziati morti, non bruciati vivi, ma assassinati, accoltellati per esser precisi. Gli uomini del ghiacciaio invece perirono nell’incendio…
Quando l’uomo si risvegliò, vide la donna sorridente. Lo aspettava. Nessun segno nel collo, come una pietra appena creata, mai sfiorata dal vento.

Un tempo molto lontano, ormai dimenticato, quando i due iniziarono la loro relazione, le vasche erano ancora rudimentali. L’uomo adorava fare l’amore dentro la vasca pantartica. La donna pensò a un’innocente perversione sessuale e lo assecondava. Via via si rese conto che ormai l’uomo riusciva a provare un orgasmo solo a temperature gelide, sotto lo zero. Ma c’era di più: quel freddo glaciale lo purificava e lo restituiva al mondo più sereno, più leggero. Durante quegli amplessi potevano dirsi e farsi di tutto, sfogarsi reciprocamente, punirsi, mortificarsi, senza alcuna paura. Grazie alle vasche provava una vera e propria catarsi, pian piano tirava fuori dall’inconscio cose sopite, traumi rimossi, li affrontava nel sogno, li sconfiggeva. Qualche anno dopo le vasche pantartiche divennero sempre più potenti fino a che si scoprì che un uso prolungato estirpava le angosce e le fobie, non le sconfiggeva, le eliminava. Esauriti gli episodi traumatici, la macchina divorava tutti i ricordi, da quello più prezioso al più insignificante.

Gabriel voleva essere il primo uomo nuovo, il primo a perdersi. Il primo a ritrovare la sua essenza originaria, liberandosi da tutti gli orpelli, dalle interferenze: voleva arrivare al centro. Mentre i suoi coetanei facevano la fila per impiantare la propria coscienza e i ricordi in device e supporti sempre più piccoli, lui no, lui lavorava per annientarsi, annichilirsi, per nascere finalmente.

Casa di Gabriel. Seminterrato adibito a laboratorio. Al suo interno due persone, una anziana ma giovanile, l’altra più giovane, discutono:
«Il test è andato male?»
«No, affatto, ma non immaginavo che un ricordo potesse essere così difficile da estirpare. Il problema è che non riesco a localizzarlo».
«Pensavo che nessuno potesse sopportare un ricordo così potente. È disuman…». Si fermò.
Lo scienziato più anziano fece finta di nulla e continuò: «Domani arriverà la nuova vasca e riproveremo».
«Sta diventando snervante».
«Si annoia forse il sole a sorgere ogni mattina e poi a tramontare? Si annoia forse il cuore a battere?»
I due sorrisero, complici. A volte si divertivano a parodiare il sentimento della nostalgia o della noia, a far discorsi lirici, romantici, come secoli fa.
«Scusa se te lo chiedo, ma in questo soggetto è rimasto molto di umano?» chiese il più giovane.
«Qualche residuo, sì. Lo noto dalla forza di questo ricordo e da come ci resiste. Questa propensione all’autodistruzione è tipica di questi vecchi esseri. Un istinto primordiale alla sopravvivenza impossibile da eliminare. Un paradosso, un’incongruenza delle leggi umane, se ci pensi».
«Siamo fortunati però, grazie a lui abbiamo progettato una vasca incredibile, ancora più efficace».
«Abbi pazienza, arriverà domani. Io non sarei così ottimista».

Andrea Frau

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...