Un finire lento

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DemerzelevPasolini intervista Ungaretti: Che cos’è un meme? #4

Oggi torna con noi il ventre di Verde, il sangue di Verde e la sua nervatura infiammata, Paolo Gamerro. Ci porta in dono il racconto perfetto per la mattina di Halloween, da rileggere poi stasera, appena prima di uscire per la mietitura di anime. Con la consueta coerenza che ci contraddistingue, abbiniamo il testo a un momento particolarmente pregnante dell’intervista di Pasolini a Ungaretti così come proposta da Demerzelev.

Ma prima un dovuto comunicato da parte della redazione.

+++ CALL TO ACTION +++

Il risultato del voto dell’altro giorno ci ha lasciato sconvolti e con un po’ meno fiducia nella nostra capacità di fare rivista.

Parte del nostro pubblico ha agito in maniera inconsulta costringendoci a mettere in dubbio le vostre abitudini e competenze di lettura.

Riconosciamo il valore democratico della tornata elettorale e l’indefettibile capacità del popolo di inchinarsi di spalle di fronte alle cazzate più incredibili (benvenuti, amici brasiliani). È nostra ferma intenzione onorare il risultato delle urne e DARE AL PUBBLICO CIÒ CHE DOMANDA.
COME?
LANCIANDO UNA CALL TO ACTION PER RACCONTI BRUTTI FIRMATI DA PROFILI FAKE O PSEUDONIMI.

HAI UN RACCONTO BRUTTO, GREVE O TROPPO WEIRD PER ESSERE ASSOCIATO AL TUO NOME? INVIACELO SOTTO FALSO NOME E PRESENTATI COME SI CONFÀ A UN TROLL. I RACCONTI VERRANNO MESSI AI VOTI SULLA PAGINA E SARÀ IL NOSTRO PUBBLICO A DECIDERE QUALE MERDA PREMIARE.
L’AVETE VOLUTO VOI COGLIONI.

E ora, buona lettura cari.

 

È un finire lento. Sto male e vivo nella costante preoccupazione di stare sempre peggio.
Mi ritrovo ogni volta a pensare a questo: è un finire lento. Ed è dicembre, il mese degli alberi di natale che eiettano senso di morte e dei festoni che emanano sensazioni terribili, la pista da pattinaggio, proprio qui in centro a Busto Arsizio, di fianco al baracchino delle caldarroste e dei leghisti, e in sottofondo, dai megafoni cola la peggior musica tecno.
La calca delle feste natalizie: manichini delirati, clown elettrici. Mi hanno sempre fatto paura i pagliacci, non ci trovo nulla di divertente in un pagliaccio. Il viso deforme, il ghigno grottesco, la camminata sbilenca, la risata che non sembra una risata, e quindi che cosa è? Cosa c’è di divertente nei pagliacci? Io sfoglio le pagine di un romanzo di un autore americano considerato tra i più grandi ma mi annoio, in un bar da solo, controllo il telefono anche se non ho nulla da controllare davvero. Ultrà della Pro Patria affollano il posto: lo sguardo bovino, le Adidas, gli urli, le bestemmie, le felpe con il cappuccio nere: bevono la birra e fanno casino: antropoidi con la tuta in acrilico, vestiti british quando di british non hanno nulla. Un conoscente ottimista posta su un social network un articolo di una rivista di quelle che leggono i giovani, l’articolo si intitola Viviamo nel miglior momento della storia (ma non ce ne rendiamo conto).
Davanti alla libreria Ubik c’è un barbone che sta letteralmente crepando di freddo: piange e trema. Tanti come lui. Ieri sera al bar della stazione di Busto Arsizio un anziano piangeva. Tornavo da Milano e sul treno ho visto un manichino. Il manichino mi parlava in una lingua sua, che riuscivo a percepire senza comprenderla perfettamente mentre attorno a noi la scena si oscurava del tutto lasciandoci al buio.
«Ti trovo male, Paolo. Ti trovo vecchio, stanco, imbolsito. Hai una faccia brutta: triste, grigia. Sei una persona sola e morirai sola. Sei estremamente infelice. Sei piccolo e insignificante, su di te si abbatterà la sciagura. Sei stupido ed egocentrico, chiuso nel tuo piccolo universo idiota: stai tranquillo, Paolo, gli incubi orribili che fai la notte non sono sogni premonitori, quelle cose non ti accadranno. Ma succederà di molto peggio, e soffrirai tantissimo e proverai un dolore che nemmeno hai mai immaginato. Quei sogni non sono che le fantasie limitate e stupide di una persona limitata e stupida come te: è la realtà che devi temere, Paolo, la tua faccia nera allo specchio. Starai malissimo e ti abituerai a stare sempre peggio finché non sarai che una palla di carne in necrosi colliquativa, sarai sveglio ma non sentirai più nulla perché la sofferenza ti avrà tolto tutto. Rimarrai così, Paolo. Sei un fantoccio. Nessuno se ne accorgerà quando morirai via. Solo. Come sempre. Solo».
Questo è stato il discorso del manichino.
Il manichino è stato realizzato in soffiaggio plastico precolorato color carne. Mi guarda, siamo in un capannone abbandonato, io e il manichino, seduti uno di fronte all’altro. Il manichino umano mi guarda. Il manichino mi mette paura. Io sono un fantoccio, mi tocco la faccia, me la stropiccio e la pelle, la carne, si sfalda e cade in tanti piccoli pezzetti di carta nera, il manichino mi guarda. C’è un uomo con un bastone, è un uomo incappucciato che è apparso ora, dietro al manichino che continua a fissarmi. L’uomo incappucciato ha un viso lungo e nero. Cammina con un bastone e non parla.
Mi sveglio: sono arrivato a Busto Arsizio, la stazione è squallida, sporca. Un barbone dorme su una panchina, infagottato in un piumino lurido. Il bar è aperto: i ludopatici storditi sono addossati alle macchinette dalle quali sento provenire rumori forti digitali, jingle tetri. Viviamo nel miglior momento della storia ma non ce ne rendiamo conto.
Il centro di Busto Arsizio è fogna. Fa schifo letteralmente. È un finire lento. Sto male e vivo nella costante preoccupazione di stare sempre peggio.
Mi ritrovo ogni volta a pensare a questo: è un finire lento. Ed è dicembre, il mese degli alberi di natale che eiettano senso di morte e dei festoni che emanano sensazioni terribili, la pista da pattinaggio, proprio qui in centro a Busto Arsizio, di fianco al baracchino delle caldarroste e dei leghisti, e in sottofondo, dai megafoni cola la peggior musica tecno.
Mi fermo davanti a una enoteca bisunta, una cameretta ipossica per fighetti di quarant’anni con il telefonino nuovo, parlano di calcio, figa e soldi. La cella è popolata da uomini unti e cinquantenni quasi, con scarpe da corsa fluo, skinny jeans e piumini variopinti, bevono il vino vicino a ragazze vecchie che fanno le giovanissime con la pelle della faccia deturpata truccatissima, i volti sono maschere umanoidi deformi e toccano picchi di solitudine indescrivibile in settimana, ma nel fine settimana si aggrappano ai faccioni marroni degli uomini unti che parlano di aziende e soldi con la lingua degli antropoidi e fanno battute da film di merda italiano di serie zeta mentre pagano le consumazioni alle ragazze non giovani con la risata plautina costruita per assecondare i bovari ricchi che vivono in centro e sono appena stati a sciare a Cervinia e hanno pezzi di tramezzini e patatine addosso, e la pelle si sfalda in pezzettini gialli nei bagni dell’enoteca, deodorati alla caramella, il gusto dolcissimo del conato di bile verde marcio e rossastra, gas radioattivo declinato nella nebbia sporca che colma l’enoteca nella quale l’aria è viscida, ma non ci badano i bovari unti, i bovari unti non ci badano.
Me ne torno a casa stanco morto e mi metto sul divano, non ho fame. Vivo nel miglior momento della storia e non me ne rendo conto.

Paolo Gamerro

 

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