Ibrahimovic

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Demerzelev– Pasolini intervista Ungaretti: Che cos’è un meme? #2

Oggi con noi Andrea Donaera, il quale ci ha inviato questa biografia che ci ha fatto esclamare cosa, secondo voi?

Andrea Donaera (Maglie, 1989) vive a Bologna. È laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è stato tra i fondatori del Centro di ricerca “Pens: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”. Suoi testi e interventi sono apparsi su numerosi litblog e riviste, tra cui «Nuovi Argomenti», «minima&moralia», «Nazione Indiana», «Argo» e «Atelier». Ha pubblicato le raccolte di poesia Il latte versato (Sigismundus, 2012), Certe cose, certe volte (Marco Saya, 2013), Occhi rossi (‘Round Midnight, 2015) e il saggio Su una tovaglia lisa. Nell’Inventario privato di Elio Pagliarani (L’Erudita, 2017). È prevista per il 2019 la pubblicazione della silloge Una Madonna che mai appare, all’interno del XIV Quaderno italiano di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. Nel 2018 ha vinto i premi “Bologna in Lettere”, “Urbanità tentacolare”, “Guido Gozzano”, “De Finibus Terrae” e “Ossi di seppia”. Dal 2017 è il direttore artistico del festival letterario “Poié” e dirige la collana di poesia Billie della casa editrice ‘Round Midnight.
Allora?
L’illustrazione è di Demerzelevla terza della serie “Pasolini intervista Ungaretti: Che cos’è un meme?”

Lecce, aprile 2012

E allora io mi stendo, e guardo il soffitto, che però non mi sembra proprio un soffitto, mi sembra una specie di nero acquoso, non proprio un liquido, ma proprio un nero acquoso, e allora io cerco di non guardarlo questo nero acquoso, che sembra il fiume del divenire di Eraclito, sì, proprio il fiume del divenire di Eraclito, sembra, questo nero acquoso, e allora io cerco di starmene così, a non pensare a niente, a non guardare il nero acquoso che sembra il fiume del divenire di Eraclito, e ad aspettare che in qualche modo prendo sonno, eh, che domani devo pure lavorare, ma mica è facile starmene qui e non pensare e non fare niente, voglio dire, guarda te, pure dormire per me è diventata una cosa difficile, guarda un po’, guarda te.

Ho chiesto all’amico mio Michele di giocarmi una scommessa, che i soldi glieli porto domattina, e gli ho chiesto pure di mandarmi un messaggio con i risultati degli anticipi della serie A, anche se lo so che non lo beccherò mai l’1X del Milan, che quelli vincono sempre, il Milan, anche in trasferta – che poi stavo pensando proprio a Ibrahimovic, l’attaccante del Milan, Ibrahimovic, assomiglia a Gerardo, ma veramente, son proprio uguali, specialmente il naso, Gerardo, che poi chissà che fine ha fatto quello, Gerardo, quello spacciava pure gli antidepressivi, magari adesso, se sapevo che fine ha fatto, Gerardo, lo chiamavo e mi facevo portare un po’ di pillole, così poi dormivo, nel senso che morivo, dormivo per sempre – e comunque l’amico mio Michele non me l’ha ancora mandato, il messaggio, e sono le due, voglio dire, le partite saranno finite da un bel po’ di ore, e lo so, lo so, potrei alzarmi, e non lo faccio, ma lo so che potrei alzarmi e infilare le ciabatte, andare in cucina, non accendere il computer e quindi non andare sul profilo Facebook di lei, accendere invece la televisione, bere un bicchiere d’acqua, controllare i risultati delle partite sul Televideo, ma io lo so che poi non ci riuscirei a tornare a letto, e mi metterei a bere birra, che io lo so che comprare quella cassa di Nastro Azzurro è stato un errore, che non avrò pace fino a quando non la finisco, quella cassa di Nastro Azzurro, ma comunque devo dormire, non posso alzarmi dal letto, che lo so che poi finisce che a letto non ci ritorno più, e poi non dormo nemmeno stanotte, e quindi resto qui, che poi magari l’amico mio Michele il messaggio me lo manda domattina, ma ora è meglio spegnere il cellulare, che metti che prendo sonno e poi l’amico mio Michele mi manda il messaggio proprio appena ho preso sonno, poi io mi sveglio e non dormo più, ma io devo dormire, c’ho bisogno di dormire, che io sono stanco, che dormire senza lei accanto è proprio difficile, è proprio una cosa che stanca, lo so, lo so bene che se lei fosse qui accanto io dormirei e starei bene, ma lei non c’è, lei, che mi ha lasciato, un pomeriggio, al telefono addirittura, e chissà che cosa fa adesso, lei, che non c’è, lei, e la sua assenza mi sfianca, mi stanco se penso sempre a lei che non c’è, mi stanco se penso a qualcuno che non è lei, io non dovrei pensare a niente, dovrei dormire, domattina devo lavorare, dovrei dormire, e non dormo, e sono stanco, sono stanco.

E allora mi viene in mente Gerardo, Gerardo che è morto, ecco, mo’ me lo ricordo, è morto, Gerardo, ecco, e guardo il soffitto, il nero d’Eraclito, e penso a Gerardo, che è morto, e guardo il nero d’Eraclito, e mi dico che ecco, era tutto così facile, bastava lanciarsi nel nero d’Eraclito, bastava morire, come Gerardo, che si è lanciato dal balcone, una notte, sì, era tutto così facile, lanciarsi, nel nero d’Eraclito, dal balcone.

E allora, no, sono stanco, mi alzo, non mi metto le ciabatte, vado in cucina, bevo un bicchiere d’acqua, non accendo la televisione, non cerco i risultati sul Televideo, ma specialmente non accendo il computer, non vado sul profilo Facebook di lei, sono stanco, prendo una Nastro Azzurro, la verso in un bicchiere, non la bevo dalla bottiglia, la verso in un bicchiere, i capelli di lei avevano il colore della Nastro Azzurro, bevo, in due sorsi, tutta, in due sorsi, Gerardo, Eraclito, Ibrahimovic, l’amico mio Michele, tutti insieme, nella testa, tipo una sfilata, sfilano, nella testa, ’na sfilata nella testa, nella testa, sono stanco.

Quando mi sveglio – che non è che proprio mi sveglio, cioè, non è che ho dormito davvero, ma almeno mi pare che gli occhi li ho chiusi – guardo l’orologio e quando guardo l’orologio mi sento come se mi viene un ictus, o una cosa che proprio sembra un infarto, un’ischemia, non lo so, che è mezzogiorno e mezzo, e prendo il cellulare e ci sono dodici chiamate senza risposta, che guardo chi è che ha chiamato dodici volte, Elena, c’è scritto, Elena, quella che lavora alla libreria con me: Che cazzo, che cazzo, ma come cazzo è che sono le dodici e mezzo, cazzo? Io dovevo stare a lavoro alle nove, cazzo! E lu Michele il messaggio quandu me lu manda? ma intanto già mi sto vestendo, mi sto lavando i denti, la faccia, tutto il resto, e mentre mi metto le scarpe digito a memoria il numero e chiamo l’Elena che lavora alla libreria con me e penso: E mo’ che cazzo dico? Ma io proprio sono un coglione, io, ma che testa di minchia che sono, mannaggia a me, mannaggia.

«Oh Elena, senti scusa, senti, è successo un casino, ti prometto che faccio doppi turni, orari continuati, tutto quello che vuoi».
«Ma perché?»
«Per farmi perdonare, dico».
«Per farti perdonare cosa?»
«Che non sono venuto stamattina, Elena».
«Federì, oggi è domenica, stiamo chiusi».
«Ah, minchia, è vero».
«Eh».
«E che volevi allora?»
«Io? Niente».
«Ma c’erano dodici, dico, dodici chiamate senza risposta tue, sul cellulare, quando mi sono svegliato».
«Federì, secondo me era l’altra Elena».

E l’Elena che lavora alla libreria con me penso che c’ha ragione, che l’altra Elena sarebbe lei, lei, quella che mi ha lasciato di pomeriggio al telefono addirittura e chissà che fa adesso, ed è lei allora che mi ha chiamato dodici chiamate senza risposta, che pure lei ce l’ho salvata Elena sul cellulare, cioè, no, lei ce l’ho salvata L’Elena, con l’apostrofo, che quando la salvai così sul cellulare a me mi sembrava una cosa poetica, ma va be’, ma comunque, e allora mo’ provo a richiamarla, L’Elena, ma che cazzo vorrà?, voglio dire, cos’è che può volere? Mannaggia a me, e mo’ io mi sento che mi si stringe tutto il fegato, mannaggia a me, magari può essere che vuole dirmi che ci ha ripensato, no?, voglio dire, può essere, magari dice che vuole tornare sui suoi passi, diciamo, no?

«Pronto».
«Ehi. Ho provato a chiamarti un sacco di volte».
«E lo so, scusa, non ho sentito il telefono».
«Come stai?»
«No, niente, volevi qualcosa?»
«Volevo sapere come stai».
«E basta?»
«No, va be’, volevo pure dirti che a casa tua ho lasciato i libri di Pedagogia».
«Dodici chiamate per i libri di Pedagogia?»
«Eh, sì. Mi servono».
«Ah, ok, sì, e allora che fai?, vieni e te li prendi?»
«Se è possibile sì, se non è un problema, dico».
«No, vieni, dico, passa, quando passi?»
«Se tu stai a casa passo mo’».
«E passa mo’, che sto a casa».

E quando poi lei viene io non so che dirle, le dico Ciao, e lei mi dice pure Ciao, ma lei aggiunge pure un Come stai?, e io le rispondo con un Come devo stare?, c’è il problema veramente grave, anzi due, e lei sgrana gli occhi e mi fa male, che quando sgrana gli occhi lei i suoi occhi fanno male, che i suoi occhi emettono una specie di luce, non so, e comunque lei sgrana gli occhi e fa Quali problemi?, Eh, dico io, il primo problema è che non dormo la notte, e il secondo problema è che poi non riesco a star sveglio durante il giorno, e lei Posso sedermi?, e si siede senza che io le dica che può sedersi, e si mette a piangere Non avrei mai voluto farti del male, dice, e io le dico Ma no, ma senti, ma non piangere, statti tranquilla, veramente, è tutto ok, dai, che mica sto male, io.
Poi lei si alza, prende i libri di Pedagogia che io le avevo preparato sul tavolo e dice Non ce la faccio, scusa, è meglio se me ne vado, non ce la faccio, e apre la porta, ed esce, e si chiude la porta alle spalle, e io penso: Se non ce la fai tu, figurati se ce la faccio io.

Allora decido che è meglio se me ne ritorno a letto, senza mangiare, senza niente, così, insomma, devo vedere se dormo, che io non posso stare senza dormire, io, ma proprio mentre sto per ritornarmene a letto, lei mi telefona, proprio mentre sto per ritornarmene a letto, e mi dice che l’altro giorno ha parlato con Michele, l’amico mio, e Michele le ha detto che è meglio se io e lei non ci sentiamo per un po’ di tempo, secondo lui, che lui quando si è lasciato con la Gabriella ha fatto così, l’amico mio Michele, che non si son sentiti per un po’ di tempo e poi sono diventati grandi amici, quando poi si son risentiti, l’amico mio Michele e la Gabriella, e io le chiedo, allora, a lei le chiedo quanto sarebbe questo Un po’ di tempo, e lei mi ha detto che non sa, poi vediamo, ora deve andare.

E chiudo la chiamata di lei e me ne parte subito un’altra, che è l’amico mio Michele, che mi sta chiamando.

«Oh Federì, stasera ci facciamo un giro, che dici?»
«No, non lo so Miché, che io sto depresso proprio, guarda, non so».
«E dai, Federì… Nu’ fare cusì!»
«Oh, hai fattu puru ‘a rima, Miché».
«Quale rima?»
«Niente, niente».
«E allora?»
«No, no, veramente Miché».
«Dai, dai. Passo dopo la partita?»
«Quale partita?»
«Il Milan».
«Non giocava ieri il Milan?»
«None, stasera gioca».
«Ah per questo…».
«Per questo cosa?»
«No, niente».
«Allora passo dopo la partita?»
«None Miché, sto depresso, veramente, voglio dormire, voglio stare a casa».
«Dai, almeno ci vediamo la partita insieme, che dici?»
«No, no, Miché, lasciamo stare dai».
«Oh Federì così non va bene però, sai. Va be’ che sono sette anni che stavate insieme, va bene, ci sta stare male, che è pure giusto che ci sei rimasto così tanto male, ma con le ragazze si sa, funziona che morto una papa se ne fa un altro, insomma, così funziona».
«Aspe’, com’è ’sta cosa del papa?»
«Con le ragazze, dico, morto un papa se ne fa un altro».
«Ah, ecco».
«Hai capito?»
«Eh, ho capito, ma io penso che con le ragazze io funziono come gli anglicani.
«Che?»
«No, dico, che gli anglicani non ce l’hanno il papa».
«Senti Federì, se vuoi uscire chiamami».
«Va bene Miché, ciao».

Sono stanco, prendo una Nastro Azzurro, la verso in un bicchiere, non la bevo dalla bottiglia, la verso in un bicchiere, i capelli di lei avevano il colore della Nastro Azzurro, bevo, in due sorsi, tutta, in due sorsi, Gerardo, Eraclito, Ibrahimovic, l’amico mio Michele, sono stanco, accendo il computer, sono stanco.

Andrea Donaera

2 thoughts on “Ibrahimovic

  1. Pingback: Un anno di racconti 2018 | ItaliansBookitBetter

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