La Saga delle Sagome #1: Aprire in Notepad

Buongiorno! Oggi Francesco Quaranta nostro ci racconta la prima puntata de La Saga delle Sagome. È una storia misteriosa e manierista, nel senso di Maniero. (Un giorno, a  questo proposito, vi racconteremo dell’affinità Dick-Bolaño teorizzata dal non più carabiniere Luca Marinelli, cacciato dall’arma con disonore dal nuovo capo della polizia J. Smith). Ogni riferimento a fatti o cose reali è assolutamente voluto (tanto abbiamo  appena nominato due direttrici responsabili danarose e coraggiose: le misteriose Elda Brovelli e Nicla Crocitto). Con questa storia, Brother Quaraoke, scrittore di punta della scuderia di Guè Pequeno, ci porterà nei meandri di Verde Rivista, tra gli anfratti sudici della lit-web, tra scazzottate nei simposi e dissing lirici nei teatri dell’opera, nel backstage sconcertante e gnostico della letteratura ucronica alla ricerca del misterioso ALGOLIT. (Sia resa gloria all’ALGOLIT).
Illustrazione della Pink Lodge.

Di Brother Quaraoke

Prologo

Il prescelto ascende le gradinate dello stadio San Paolo. Tutti i riflettori chinano la testa e paiono puntarsi tutti su di lui, Antoine Sandomingo, l’ultima speranza della letteratura libera. Così lo chiama il suo maestro, questo il suo fardello. Dall’altro lato del campo da gioco, tra le ombre, sta il contrario di un uomo che di umani si nutre: corpo spermolatteo, custode delle orrende aspirazioni di molti. Si scrutano.
Un fulmine scarica in lontananza, sul mare.
Saltano, gli acerrimi nemici. Come proiettili fendono l’aria diretti uno contro l’altro.
Antoine rammenta le parole del proprio maestro: Metti da parte ciò che sai, scrivi ciò che sei. Ma Antoine non può rinunciare ai suoi studi, alla sua cultura, non sa farlo. È la sua forza e con la sua forza vincerà.
Si scontrano. Dal punto dell’impatto si propaga un’onda d’urto che spazza via l’intero stadio. Il cielo di Napoli si illumina a supernova, poi precipita nel buio.
Tra le macerie del San Paolo giace l’eroe che non era pronto al sacrificio.

Atto primo

Sto in piedi davanti a una finestra immensa, osservo il tappeto di stratocumuli da cui pendono ombrelloni a spicchi multicolore, scorgo un triangolo di vela tagliare la panna che non posso assaggiare. Bagnanti cascano dal cielo nonostante la protesta del bagnino, ignorano il suo fischietto di gabbiano, finiscono dritti nel mio feed. Scrollo tutto con una fetta d’arancia. Mi annoio a morte.
È strano, non sono abituato a non avere nulla di cui lamentarmi. Il mio spirito lo inventa. Una tossina mi circola per le vene e mi impedisce di scrivere un romanzo.
Forse è il caso di tornare a leggere i racconti che arrivano nella posta di Viola Rivista.

Da luglio a oggi ne sono arrivati una ventina, spulcio tra le missive elettroniche finché un titolo non mi colpisce. “La Saga delle Sagome” di Mario Bolognini. Clicco. La mail è breve ma pomposa: ci sta un egregi, un questo mio scritto, un vostro gradimento, un amante delle lettere. Apro il racconto e subito mi si impalla WPS writer. Formato non riconosciuto. Bene, mi dico, uno in meno da leggere, avanti il prossimo. E invece è ancora il Bolognini, come una voce dialogante, che tramite un post scriptum alla mail chiarisce: aprire in Note Pad. Giuro che prima il p.s. non c’era…

Eccoci dunque alla Saga delle Sagome.
Mi arresto a metà della seconda cartella. Avevo ragione, il racconto è come la mail: buonissime intenzioni eppure zeppo di barocchismi demodé che mi si appiccicano addosso e rintuzzano un antico astio nei confronti della categoria umana degli scrittori, che pure tanto invidio. Eppure c’è qualcosa nella pagina che mi cattura, una sensazione di dejà vu. Io questo racconto l’ho già letto. Ne sono certo.

Mi è sufficiente una breve ricerca sul fedele Google per rinvenire un post del 2015 di un vecchio blog, “Scrittori Occupanti”, che pubblica la stessa identica storia, parola per parola. Sempre a opera del misterioso Bolognini. Non è la prima volta che un autore ricicla qualcosa come nuova proposta. È tuttavia un commento sotto quel vecchio post a catturarmi: Io questo racconto l’ho già letto. Commento pubblicato il 7.05.2015

Di nuovo: Google, filtro ricerca anteriore al 2015, copio incollo nella barra di ricerca interi brani del racconto. Compaiono almeno una decina di ripubblicazioni de “La Saga delle Sagome”. Eppure nessuno ha idea di chi sia questo Bolognini. Il racconto è mediocre e sconosciuto, ma puntualmente riproposto nel corso degli anni. Ultimo link: myspace 2004, una pagina che sa di stantio solo a navigarci, scrollo con il mouse e par di sentire uno scricchiolio di assi marce. Al termine dell’introduzione trovo la fotografia di un cartaceo che riporta La Saga delle Sagome. La didascalia: Congegno Rivista vol. 2 anno 1998. Nient’altro, se non vicoli ciechi.

Scrivo nella chat WhatsApp di Viola Rivista, racconto della scoperta ai miei compagni. L’estratto qui sotto è un fedele campione delle dinamiche di redazione:

Colonnello Antonio Del Lampo: Congegno Rivista. Che nome da coglioni, mi ricorda qualcosa. Manda link.
Don Nikotin: Un racconto che riciccia fuori puntualmente ahahah cazzo è? Il Veltroni della letteratura indipendente?
Signore dei Conigli: Coglioni, la Saga delle Sagome è una leggenda che gira alla Holden, una sorta di favoletta epica con toni horror. Se la pubblicate io mollo la rivista.
Colonnello Antonio del Lampo: Questo lo decido io.
Signore dei Conigli: Ma taci, ti spacco la faccia.
Colonnello Antonio del Lampo: Ue pezzo di cane demente, manteniamo tutti la calma!
Gabri Spumini: Figata questa storia. Ci sarebbe da indagare.
Io: Sì ma è in giro da prima di Internet 😦 come cazzo lo trovo?
Gabri Spumini: Secondo me vale la pena di perderci del tempo.
Don Nikotin: Io voto sì.
Io: Non lo so raga, dovrei tipo lavorare.
Colonnello Antonio del Lampo: IO VOTO DOPPIO SÌ CARPIATO.
Signore dei Conigli: Coglione.
Colonnello Antonio del Lampo: Signor Coglione per te!

Finisce che mi sciolgo sulla scrivania e sgocciolo nella bacinella d’acqua in cui tengo a mollo i piedi. Svito le meningi e ci sciacquo pure quelle. Nonostante il mio rifiuto, non riesco a togliermi dalla testa l’idea che questo racconto sia importante.

Alle tre e trentatré in punto mi si apre un messaggio nella chat di Facebook, il mittente è un certo Pel di Carota che nemmeno sapevo di avere tra gli amici.
L’origine della Saga è in una tana di Bianconiglio, scrive, Bolognini non esiste, esistete solo voi autori. Supera l’eroe caduto, combatti L’Algolit.
Chi sei?, digito.
Send nudes, risponde.
Trascorrono tre giorni di nulla.

Sto in piedi nell’area ristoro di un treno Italo diretto a Roma Termini. L’Italia è uno sfondo sfocato che si ripete uguale come nei cartoni di Hanna & Barbera. Ripenso al 1998, quando avevo nove anni e Congegno Rivista pubblicava La Saga delle Sagome; a quel tempo ritenevo che Hanna di Hanna & Barbera dovesse essere necessariamente una donna.
Ieri sera il Colonnello Del Lampo mi ha scritto in privato che è sicuro di aver sfogliato un numero di Congegno Rivista in un bar di Grottaferrata, giura e spergiura. Ho l’indirizzo segnato su un foglietto di carta, lo cerco sul Tuttocittà mentre giro il caffé della macchinetta. Fai questa ricerca a nome di tutta la Rivista, dai che poi ti offro una birra a papà.
Scambio Italo con un pullman diretto verso i Castelli. Mentre scende verso sud, viaggia indietro nel tempo. Io smarrisco il cellulare e al posto della mia tracolla compare uno zaino Invicta color acquamarina. Per il resto sono integro, ma d’ora in avanti potrò contare solo sulle mie forze.

“Er Gattaro – vino e pazienza”. Questo il nome della locanda indicatami. Sulla sinistra c’è uno scaffale pieno di libri e riviste, coste smangiate, pagine strappate, orecchie di varia dimensione, macchie di bibite e caffé, odore di carta, guizzi di pesciolini d’argento. Decine di persone intente alla lettura, qualcuna mormora al mio arrivo, alcune fumano all’interno del locale. Molte guardano fuori dalla finestra senza però osare uscire: intellettuali.
Sento la mia voce ordinare un vermut al silenzioso oste che pare me tra una cinquantina d’anni.
«Due, grazie» una voce alle mie spalle.
Un sorriso da bambina mi scivola vicino e mi cinge un braccio. Registro lentiggini, forme quasi infantili prive di tette e dritti spaghettini color rame al sentore di Big Babol.
«Pel di Carota?»
«Bingo».
Ci sediamo in disparte.
Lancia sul tavolo un giornaletto, sulla copertina c’è proprio lei come uscita da un sogno: il suo corpo nudo si anarca martoriato e tormentato da grandi lettere corsive che recitano Congegno Rivista – sezionare la parola – volume 2, anno 1998. È fresco di stampa.
«Me pagano in visibilità», dice.
Sfoglia il volume fino a pagina 10, proprio come nella foto del blog ecco il racconto di Bolognini. Il mio racconto.
«E guarda qui sotto». Con l’indice picchietta una riga dopo il finale: tratto da Carpenta Mentis vol. 5, anno 1976. Non credo ai miei occhi, anche questa è un’altra ripubblicazione. Faccio per prendere la rivista e leggere meglio ma Pel di Carota mi blocca.
«Dal momento in cui ti consegnerò il cartaceo tu entrerai nel 1976 e io non potrò più raggiungerti. Fa’ attenzione».
«Non vorrei lasciarti», le dico, «ma il Colonnello mi ha incaricato di andare a fondo alla questione».
«Devi. Devi farlo per me, per il Tessitore e per tutto il Pantheon delle scenicchie» le sfugge una lacrima. Vorrei confortarla a vita.
«Siete in pericolo?»
«Sì. Se serve a dare una parvenza di secondo atto a tutto l’ambaradan».
«Non capisco…»
«Devi raccontare o sarà l’Algolit a raccontare te».
Mi prende il volto tra le mani, con la lingua che sa di fragola mi traccia una croce sulle labbra. Alita popper. Non ho più paura di niente.
«Qualunque cosa tu faccia, non accontentarti di seguire il cammino dell’eroe».
Mi lancia la rivista tra le mani e tutto attorno a me scompare.

Sto in piedi nel bel mezzo di un cantiere edile. Un vero e proprio buco nel terreno che scende almeno otto metri in profondità. Tubature, fili, fondamenta, detriti, sassi, cartacce, fogli spuntano dagli strati del terreno. La terra è un grande libro e gli strati sono le sue pagine gnegnegne blabla.
Sono circondato da muratori in caschetto che cantano in napoletano e il loro canto è troppo struggente per essere sostenuto a quest’ora del mattino. Ci sono geroglifici di sudore sopra le loro canotte, crepe sulle loro mani, la fierezza del samurai nel movimento delle loro cazzuole. Sussulto quando una mano enorme si piazza sulla mia spalla e mi spinge a terra.
«Non stai indossando le dovute protezioni uaglio’» sento dire. Un calcio carico di sarcasmo mi colpisce i reni e mi leva il respiro, poi un altro. Tento di difendermi ma è inutile. Non credevo che la letteratura potesse essere tanto crudele. I colpi aumentano, l’intera squadra mi sta bersagliando con la punta delle scarpe anti-infortunistiche. Il dolore esplode insopportabile e sopprime il respiro. Ho bisogno di una scappatoia. Mi rivolgo al maestro Dante e perdo i sensi.

CONTINUA (qui tutte le puntate)

Francesco Quaranta

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