Scenicchia Full Showcase #6: Limite 50 Km/h (Meccariello)

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E.P Vi VI VISadness

Elisabetta Meccariello (Pescia, 1983) ha scritto racconti calcistici per il blog In Zona Cesarini e ha pubblicato la serie di micronarrativa False Finestre sulla rivista letteraria Poetarum Silva. Ha partecipato inoltre all’antologia Odi edita da Effequ. Fa parte del collettivo di cinema e narrazioni In fuga dalla bocciofila. Oggi esordisce su Verde per la sesta puntata del Scenicchia Full Showcase (racconti apparsi sul Corriere Fiorentino ed editati da Vanni Santoni).

Chiama ieri il Commissario in redazione, la voce un po’ arrocchita da fumo e alcol. Dice che non crede più a niente, che si aspettava il supporto di tutti i fan di Verde in questo brutto affare dei troll e delle recensioni negative alla pagina (fatte da giovani chiaramente adescati dietro chissà quali promesse). E invece niente, silenzio dai follower, silenzio dai lettori. “Come se Garibaldi comandasse una carica e voltandosi scoprisse di essere stato abbandonato”, queste le sue parole frammiste al pianto. Gli facciamo presente che mo tutte le combriccole e le scenicchie sono un po’ prese dagli scossoni post Firenze Rivista (notizia di ieri l’assalto al quartiere San Lorenzo di cellule affiliate a C****A, scene brutte di cui non vorremmo sentire parlare, oppure che vanno raccontate meglio boh), ma niente può confortare un Commissario deluso. Ieri Luca Marinelli, stanco di vederlo steso sul letto ad ascoltare vecchi dischi dei Sottotono, ha provato a scuoterlo con un paio di ceffoni e poi pure con le cattive. Alla fine gli ha lasciato la minestra sul comodino e un biglietto a nome di tutta la redazione con su scritto: Per quanto tornerai in te. Il contenuto del biglietto è per un altro giorno.

L’illustrazione di oggi è della nostra amata E.P VI VI VI.

Ho imparato a guidare nell’estate 2001. Avevo sedici anni. Mio zio mi portò al polo scientifico di Sesto e mi mollò le chiavi della Tempra. «Adesso prova tu», disse. Abbassò il finestrino e si accese una delle sue sigarette al mentolo. Erano lunghe con un rivestimento marrone, come i sigari, il diametro era lo stesso delle comuni marche ma il modo che aveva di tenerle tra le dita e sfiorarne l’estremità con il pollice me le faceva percepire più sottili della media. Mi ricordo il pacchetto smeraldo, ancora oggi mi chiedo se le vendessero solo per lui. «Adesso prova tu», ripeté. Le chiavi mi bruciavano in mano. Tremavo, fremevo, esitavo. Lui appoggiò il braccio al mio sedile e parlò di Cecchi Gori, della Fiorentina, di Coppa Italia e campionato, «Tanto quest’anno vinciamo la Uefa». Un po’ di cenere volò nell’abitacolo, lui la scostò con la mano, tossì. «Metti in folle e controlla gli specchietti, quando sei pronto gira la chiave».
Non ero un ragazzino spigliato. Non ascoltavo la musica giusta, non indossavo abiti alla moda, nello sport ero ridicolo. Non avevo alcun tratto distintivo, ero un mediocre, banale, poco interessante adolescente di periferia. A scuola ero ignorato. Non esistevo. Quell’estate invece mi sentii come Rui Costa che alzava la Coppa al cielo. Avevo sedici anni e sapevo guidare. L’estate era bellissima. «Questa era la Val di Rose» disse come per riprendere un discorso già iniziato «fino a cinquant’anni fa c’erano solo campi e fattorie. Nessuna luce, niente fabbriche. Quelle case in via Lazzerini erano un piccolo borgo. E la chiesetta là in fondo si dice fosse un luogo prodigioso, dice che un giorno gli animali che pascolavano nei prati qui intorno si inginocchiarono, tutti voltati in là. Pensa, decine e decine di mucche e buoi e pecore che si accasciano a terra nello stesso istante». Allungò l’indice per indicarmi i posti, io cercai di scorgere tra edifici universitari, lampioni e automobili le tracce di quel passato così lontano e così vicino. Abbassò la voce: «pensa come doveva essere buio di notte». Io ci pensai a come doveva essere buio di notte e un vuoto mi dilatò lo stomaco. L’automobile sobbalzava, si spengeva, il motore girava a vuoto, la mano mi scivolava sul cambio per il sudore. Ero impacciato e scoordinato come sempre, ma mio zio se ne usciva con frasi tipo «abbiamo un pilota in famiglia, sei nato per guidare, pare che tu non abbia fatto altro nella vita». Sapevo che esagerava per incoraggiarmi eppure sotto quello strato di emozione e paura e subbuglio che mi faceva formicolare le gambe sentivo un istinto più profondo, un presentimento, una pulsione che si propagava nelle arterie e saliva fino al cervello, esplodeva nei polpastrelli e mi infiammava il volto e mi rimbombava nelle orecchie: quel momento non sarebbe mai più tornato. Un aereo ci schizzò sulla testa. Mio zio morì qualche mese dopo per un infarto. «Troppe sigarette», dissero. Non avevo mai pensato a mio zio come un fumatore, l’odore dolciastro e aromatico del suo tabacco mi confondeva e mi inebriava. Non sono mai andato sulla sua tomba. Non sono più tornato al polo di Sesto. Il dolore non lo comprendo. La felicità ha una sua struttura, un andamento, una specificità. Il dolore no: ti affossa i piedi e basta. Ho preso la patente. Ho iniziato a guidare con una Y10 usatissima, 132.000 chilometri, economicamente un vero affare. Lo slogan della Y10 era «piace alla gente che piace», mi ricordo gli spot con gente famosa che si avvicenda al volante. Io non piacevo a nessuno. Conobbi Claudia in un bar a Calenzano, era il 10 agosto di un’estate non bellissima, o forse era solo il fatto di essere a Calenzano. Indossava un vestito leggero color pesca e uno stivaletto che le arrivava sopra la caviglia.
«Perché porti gli stivali ad agosto?».
«Fatti un giro», rispose lei.
Non piacevo alla gente che piaceva, ma a lei un po’ sì, e avevo la macchina. Uscimmo poche settimane, per me era il grande amore che profumava di fragole, per lei ero anche un po’ il taxi che la salvava dalla piana. Ogni tanto si faceva lasciare alla stazione di Castello, da lì col treno arrivava a Firenze in undici minuti.
«Vado a farmi un giro in centro. Questo posto è la disperazione».
«Lo sai», le dissi io, «che fino a cinquant’anni fa c’erano solo campi e fattorie? Niente fabbriche, nessuna luce. Pensa come doveva essere buio di notte».
«Non avrei mai detto che potesse essere ancora più schifosa di oggi».
Mi accorsi che la disperazione non era nel luogo ma nella sua voce, la sua faccia si deformò mostrandomi lo stratificarsi di afflizione e rabbia, il mascara sulle ciglia era catrame che le induriva lo sguardo e le annebbiava la vista, e quell’odore di fragole che mi stordiva i pensieri non era amore, ma la Big Babol che masticava sempre a bocca aperta.
Ho rottamato la Y10 dopo i 200.000 chilometri. Oggi vivo a Calenzano e lavoro a Castello, tutti i giorni fiancheggio quelle strade che mi rammentano la perdita di qualcosa o qualcuno. Percorro via del Pontelungo, al cui inizio spiccano due indicazioni: autostrade A1-A11 e Osmannoro zona industriale. I cartelli pubblicitari delimitano il perimetro della strada – centri commerciali, ingrossi di ferramenta, supermercati – oltre il guardrail sconfinano i campi con le vecchie cascine, a destra le balle di fieno colorano d’oro l’orizzonte, a sinistra il verde delle colline mi riempie gli occhi. Guido lentamente. Gli edifici di cemento si liquefanno, diventano un’ombra nel paesaggio. Poi, scollinato il primo dosso, proprio dritto davanti a me, vedo il Duomo di Firenze, nitido, terso, sembra di poterlo toccare allungando la mano. Immagino come doveva essere buio di notte, qui, e penso che l’estate nella piana è sorprendente.

Elisabetta Meccariello (editing Vanni Santoni)

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