Burri Editore

riversong

John S., Melody S.- Le leggende di River Song- (Armenia 2016) acquistabile nello store Mondadori

Francesco Mila (1996) è nato a Roma e si divide fra la capitale e il lago di Vico. Collabora con la rivista YAWP, per cui pubblica racconti, interviste e altre scemenze. Sogna di vincere un giorno il prestigioso Burroughs Award. Oggi è con noi per la prima volta.

Fino all’ultimo siamo stati indecisi se pubblicare o meno il racconto di Francesco. Come sapete solitamente siamo molto cauti e prudenti, ci pensiamo mille volte prima di pubblicare contenuti che possano urtare la sensibilità dei lettori. In questo racconto si fa riferimento a una casa editrice, la Burri Editore, e a persone che lavorano nel mondo dell’editoria, quindi capite bene la nostra titubanza…
I nostri direttori responsabili J. Smith e M. Stagno si prendono tutte le responsabilità del caso, se dovessero esserci rimostranze o contestazioni di qualsiasi tipo contattate pure loro. Nel dubbio, il nostro avvocato, Vinicio Motta, ci suggerisce di dire che ogni riferimento a persone reali o fatti realmente avvenuti è da ritenersi puramente casuale.
A noi non piacciono allusioni o allegorie satiriche, denunce da Masaniello o invettive da tribuni, preferiamo scrivere i nostri raccontini fuori dal tempo e dalla storia senza mischiarci nell’arena e sporcarci le mani con la volgarità del reale. “Quante stupide galline che si azzuffano per niente!” Preferiamo discussioni letterarie di un certo livello, ad esempio se sia meglio dire new weird o sconcertante italico, cocktail o coda di gallo. Per tutto il resto considerateci zen, impassibili, ma amici è così difficile restare fermi e immobili mentre tutti intorno fanno rumore. Bandiera bianca ma comunque: ¡NO PASARAN!

Dopo il master sono stato assunto dalla Burri, la casa editrice di papà, e da cinque anni lavoro con lui e con Cristina, la sua attuale compagna, nella sede di Via Padova a Roma. Leggo cinque, dieci cartelle dei manoscritti che arrivano quotidianamente per invio spontaneo e rispondo con toni pacati che non rientrano nella nostra linea. Mio padre parla al telefono e Cristina si occupa di fissare i colloqui nella grossa stanza stuccata, un tempo forse salotto di una famiglia romana. Una stagista accoglie gli autori esordienti, li guida intimoriti attraverso vestibolo e corridoio; mio padre lascia la porta accostata e quando bussano prosegue la telefonata (forse fa cenno d’accomodarsi, si dà un colpetto alla montatura e lascia all’esordiente un lasso di tempo sufficiente a rendersi conto della stanza, di quanto assomigli a un salotto).
«Carissimo!» – o «Carissima!» – «finalmente abbiamo trovato il tempo di incontrarci». Papà comincia a lodare il romanzo – che può essere, a seconda dei casi «il testo più sperimentale che un’agenzia ci abbia mai proposto» oppure «squisitamente classico ma – specifica – classico fatto per bene».
«Questa» lo sento avvicinare il contratto attraverso il rinforzo in pelle della scrivania «sarebbe solo una bozza… se c’è qualche aspetto che non ti convince… possiamo venirci incontro» ma il Carissimo o la Carissima solitamente non hanno nulla da contestargli.
Poi Cristina li riaccompagna all’ingresso, li sento scambiarsi due baci come si usa fra amici e il Carissimo – se di Carissimo si tratta – resta interdetto, perché mio padre se le sceglie proprio giovani e proprio belle.

***

Lavoro al computer fino all’ora di pranzo. Quando mio padre scende in rosticceria mi stendo sul divano che ha fatto sistemare in magazzino durante le prime settimane di relazione. Penso a Cristina: spesso la sera uscivamo a San Lorenzo e bevevamo o andavamo ad assistere alla presentazione di un nuovo autore della scuderia di mio padre. Nella libreria i proprietari lusingavano la Burri per tramite mio e Cristina mi guatava con occhi frenetici che lì per lì potevo pure convincermi interessati.

Penso a Cristina: sul divanetto del magazzino cieco da cui talvolta certe stagiste hanno giurato di sentire gemiti o rumorini sospetti – e allora mio padre ha dovuto metterle a contratto per metterle a tacere, perché quando lui e Cristina si sono incontrati, quando io gli ho presentato Cristina, l’Editore era ancora mio padre e marito di mamma, che adesso gli prende mensilmente i cinquantapercento netti che poi sono il motivo per cui Cristina ha escogitato il Metodo Delle Stagiste, che consiste nel prelevarle da blog e corsi di editoria e rimpinguarle di crediti e promesse sia pure sufficientemente vaghe e male che deve andare a loro fa comunque curriculum.
Smetto di pensare a Cristina per verificare che la porta sia chiusa a chiave. A digestione in corso comincio a frizionarmi – con rabbia e pensando alle pratiche che lei e mio padre hanno verosimilmente risolto lì, fra gli invenduti e le proposte abortite. Centro il contenitore della pasta fredda e mi alzo, appoggio un orecchio alla porta e dal silenzio capisco se le stagiste hanno ripreso il lavoro. Esco e cammino spedito fino in bagno e risciacquo abbondantemente il contenitore finché gli ultimi sedimenti gelatinosi non si sono estinti.

Due solchi curvilinei mi hanno messo gli occhi fra parentesi. Sono incastonati e più piccoli, come accadeva da adolescente la mattina dopo una sbronza. Le palpebre color prugna danno nel complesso un’impressione di convalescenza. Di mio padre c’è soltanto l’attaccatura – naso bocca e zigomi di mamma – gli occhi invece mi sembra di non doverli a nessuno; non c’erano questi due solchi che li appesantiscono adesso, da quando in casa Cristina indossa vestitini prémaman e i colloqui con i nuovi autori li fissa nel frattempo una nostra stagista.

***

«Mi sento come ringiovanito» ha sancito una sera papà, a cena assieme a collaboratori della nostra e di altre case editrici, stringendosi Cristina che da quando ha saputo ha smesso con sigarette e vino e decanta l’acqua nel calice neanche fosse Barolo. Adesso Cristina trascorre molto più tempo in casa che in casa editrice, e più di una mattina l’ho scoperta davanti al computer con la pagina word aperta. Da quando ha conosciuto mio padre a San Lorenzo non mette piede, e se per caso una sera che mi serve distrarmi – a casa ho sempre il terrore di sentirli tubare o peggio ancora leggere a voce alta poesie di Valentino Zeichen – se per caso passando davanti la libreria uno dei proprietari mi riconosce vuole sapere come sta Cristina; hanno avuto notizia della gravidanza e mi chiedono se per caso lei e Gianmarco non avrebbero piacere a venire una volta da loro, ora che non sono più libreria ma libropub; e io rispondo che non so, che ultimamente sembrano così impegnati, e appena comincio anche solo lateralmente a parlare dei fatti miei l’uno o l’altro dei proprietari deve tornare dentro, ché da quando vendono tartare la clientela è ingrossata.

***

Gentile Editore,
Si può iniziare una lettera con Gentile Editore? Suona così idiota…

Immediatamente passo alla proposta successiva. Della dozzina di testi che ogni giorno ci arrivano non se ne salva uno; e vorrei dire al Carissimo o alla Carissima che con me annaspano: inutile spulciarsi il catalogo della Burri per trovare due tre titoli giusti da citare nella lettera di presentazione.

Caro Burri,
chi Le scrive ha già ricevuto diverse proposte di pubblicazione…

Rifiutate tutte. Se nel romanzo, come credo, c’è qualcosa di buono

Le stagiste – che in assenza di Cristina hanno assunto le redini dell’impresa – rientrano in massa dalla pausa pranzo; ausculto i loro passi perdersi oltre le porte dei cinque locali (bagno e magazzino esclusi)..

Carissim* ***** *******,

abbiamo letto la sua Opera e, pur ritenendo che vi siano diversi spunti interessanti e una buona capacità di raccontare; pur essendo, nel complesso, un’Opera buona, il giudizio del comitato di lettura è che non rispecchi pienamente la linea della nostra Casa Editrice. La invitiamo comunque a sottoporci in futuro nuovo materiale.

Cordialmente,
Burri Editore.

Spengo il computer. Nel salotto dei colloqui una stagista tenta di persuadere per via telefonica il critico di una stimata rivista a recensire in maniera accomodante l’ultimo romanzo di una delle nostre autrici di punta. Lentamente ruoto la chiave nella serratura – con una mano accompagno la maniglia – finché non la sento scattare e mi ritrovo da solo nel magazzino buio. Sul bracciolo ho dimenticato aperta una copia del romanzo di Cristina – dalla sovraccoperta barbaglia il riflesso smeraldino di un rospo – premo l’interruttore e comincio a sfogliarne alcune pagine. Fuori si muovono scarpe – dal suono le deduco maschili –; stamattina mio padre ha accompagnato Cristina a fare l’ennesima ecografia. I passi si arrestano in prossimità della porta. Allora trattengo il respiro, aspetto che passino, e quando sono fuori pericolo non ho più voglia di leggere. La carta strappata crepita come quando si insiste con la suola contro un grosso insetto. Faccio un mucchio di tutti i brandelli e li occulto fra telaio e cuscini; sistemo il romanzo assieme agli altri che da tre mesi a questa parte ho già sbrindellati e amputati della sovraccoperta, nei ripiani bassi di una libreria d’archivio simile a una costruzione assemblata col meccano.

***

Cristina *’****** nasce a Roma nel 1988. Dopo aver conseguito un master in editoria e scrittura comincia a lavorare come consulente presso diverse case editrici. Attualmente vive a Roma assieme al compagno. L’estate dei rospi è il suo primo romanzo.

Una persona è tutto ciò che non si scrive nella terza di copertina. Ci sono diverse bugie in questi tre capoversi, a cominciare dagli anni: Cristina è nata nell’ottantacinque, e al momento della pubblicazione ne aveva ventisei. L’idea di svecchiarsi era stata sua – fa più enfant prodige aveva detto – e mio padre fesso aveva acconsentito. Assieme al lancio de L’estate dei rospi aveva provveduto a finanziarle un servizio fotografico per VanityFair. Uno degli scatti era poi stato miniaturizzato e posto a fianco della biografia; un bianco e nero molto evocativo, che aveva lo scopo di sfumarle le rughe. Consulenze, per quanto ne so io non ne ha mai svolte. So che si è infiltrata nell’apparato della Burri con visitine oculate, con la scusa di supervisionare al corposo editing – in realtà vera e propria riscrittura, col nostro editor, Alberto Merola, che chiamava a notte fonda per lamentarsi che il romanzo fosse impubblicabile; e mio padre a bisbigliare perché mia madre non si svegliasse, quando chiamava Cristina per lagnarsi delle difficoltà di rifare da capo una cosa che aveva già scritta; e Cristina doveva fargli le pose perché lo ricordo tubare e giurarle che il giorno dopo si sarebbero rivisti.
Rivolto la sovraccoperta che libera un suono deciso di telo sbattuto. Mi domando cosa ne sarebbe stato di Cristina e di mio padre, se mio padre se ne sarebbe trovata un’altra, altrettanto giovane e altrettanto bella, e se Cristina avrebbe invulvato un altro editore, se cinque anni fa non avessi permesso loro d’incontrarsi. Chissà se l’estate dei rospi sarebbe stato con altri il piccolo caso che la Burri ha permesso che fosse, e se i cretti agli angoli degli occhi avrebbero ramificato lo stesso. Certo è che avrei continuato a manomettermi a casa sotto al lenzuolo, come avevo fatto senza troppo scalpore per quindici anni, o mi sarei fatto sfregare da qualche stagista che somigliasse anche solo vagamente a Cristina, in cambio di un contratto a progetto o di una fornitura di Perle – la nostra collana più cara. Penso al codice genetico di mio padre che fra pochi mesi mi renderà fratello, e l’idea di sfregarmi comincia a scemare. Sollevo uno dei due cuscini per nascondere la sovraccoperta e aspetto alcuni minuti che l’erezione sparisca. Le stagiste battono sui computer un ticchettio simile a una sveglia, mio padre è barricato nel salotto/ufficio e a giudicare dai colpi di tosse discute con mamma degli alimenti.

***

Avevamo preso appuntamento per le tre al bar frequentato dagli studenti universitari. Cristina era arrivata con i mezzi e con largo anticipo – il plico sul tavolino di ghisa vicino a una pianta grassa di plastica. Mi era sembrata più bella: col pullover arancione aderente e i capelli raccolti a cipolla sotto un baschetto bordeaux simile a quello dato in dotazione ai boy scout o sfoggiato a completamento della divisa da certi corpi paramilitari di stanza in Darfur. Avevo parcheggiato lo scooter sul marciapiede e mi ero scusato del ritardo, poi avevamo preso un caffè e molto sbrigativamente parlato di esami che entrambi dovevamo sostenere. Mio padre ci aspettava per le quattro nella sede di Via Padova e Cristina mi offrì una sigaretta depositando la cenere della sua nel vasetto del cactus di plastica. Sul plico, sotto una specie di copertina che Cristina aveva fatta realizzare da un’amica grafica (un consesso di bambine svestite, fatta eccezione per un paio di mutandine viola pastello, orbitavano attorno a un ominide rannicchiato e completamente nudo) campeggiava la scritta L’estate dei rospi, e, più in basso, sfasata lateralmente, in uno sciatto Calibri dodici nome e cognome dell’autrice.
«Di cosa parla?».
«Di due sorelle – una di dodici l’altra di tredici – che un’estate, nel residence sul lago dove fanno villeggiatura con la madre fingono uno stupro. Accusano un uomo che si trova nello stesso residence per puro caso».
«E perché lo accusano?».
«Lo accusano» riprese Cristina «perché l’uomo gli nega l’utilizzo del suo materassino gonfiabile».
«Mi sembra giusto».
«Sono due anni che ci lavoro. Sei mesi per la prima stesura e tutto il resto di laborlìme».
«Ti dà fastidio se leggo l’incipit?».
«Figurati. Anzi: meglio. Così se è una porcheria mi eviti la figuradimérda davanti a tuo padre».

***
L’estate dei rospi

Di Cristina *’******

(…) e mi guardano come se
conoscessero segretamente
la mia dolorosa vergogna.
Sarah Kane; Psicosi delle 4 e 48

E il sibilo si esauriva dentro il pugno di Marta mentre Carla ne cercava delle altre, saltava a piedi uniti nel verde intensissimo dei trifogli e si divertiva a spaventare quelle ranocchie per la penultima volta, quelle ranocchie che sembravano monetine animate che nella mano di Marta diventavano cimici, Carla ci si gettava contro e le parodiava, rideva sguaiatamente della loro morte mentre sua sorella si asciugava il palmo contro una foglia secca d’ippocastano. La mattina del dodicesimo compleanno della sorella, Marta aveva deciso di accompagnarla nel campo nascosto dietro le siepi appassite d’ortensia, non lontano dalla casa cantoniera dove anni prima aveva lavorato il nonno – il nonno che era padre di loro padre che adesso era morto. Da quando la madre era rimasta vedova…

***

Dapprima pensai che a mio padre una storia simile non sarebbe piaciuta – ha sempre avuto un’idea molto convenzionale di letteratura e lo ricordo, quando ero più piccolo e confondevo il suo col mestiere dello scrittore, trattare al telefono nel salotto di quella che allora era la sede della Burri i diritti di un classico francese che lo mandava in estasi, con la mamma che gli bisbigliava all’orecchio les paroles che non conosceva. Allora mamma mi sembrava bella e anche adesso, nonostante il divorzio l’abbia invecchiata, nonostante siano due anni che non ci vediamo e l’ultima volta avevo una faccia diversa, non c’erano i solchi color prugna ad esempio, lei una voce un po’ vuota come l’avessero sgrullata per le caviglie fino a cavarle fuori ogni sentimento, ancora adesso se ripenso a com’era o come mi pare di rivederla quando Cristina indossa le sue vecchie T-shirt mia madre è una donna bella.
«È un inizio molto bello».
Cristina aveva spento la sigaretta nella finta terra del finto cactus. La guardavo e mi sforzavo di visualizzare lei che visualizzava due sorelle perfide intente a dipanare le dinamiche di una deflorazione inesistente. Non mi aveva mai parlato di nulla che avesse scritto. Eppure sapeva di chi ero figlio; prima della loro relazione non me ne sono mai vergognato; e nonostante sapesse le avevo dovuto estorcere a suppliche l’ammissione di un suo romanzo.

Sistemai il plico nel bauletto in modo che non si sgualcisse; dopodiché partimmo. Sui fianchi, oltre lo spessore del maglione percepivo come un solletico la pressione delle sue dita. Deceleravo di proposito per non far presto, traffico a quell’ora ce n’era poco e puntavo le zone in cui il manto stradale era divelto per sentirla serrare le mani dallo spavento.
Come feci per citofonare il portone si ritrasse all’interno. Alberto Merola stringeva una cartellina ingrassata da un dattiloscritto. Aveva la faccia tirata e gli ci vollero due secondi abbondanti per riconoscermi.
«Lei è un’amica… ha scritto un romanzo. Abbiamo appuntamento con papà. Alberto si occupa della narrativa italiana contemporanea».
Si passò goffamente la cartellina sotto l’ascella, e mentre si presentava a Cristina lo aiutai col portone – si sforzava d’imbastire la meno impiegatizia delle sue espressioni. Anche Alberto – poveretto – se avesse saputo non si sarebbe fatto scrupolo. Magari non se ne sarebbe andato come dopo l’ingresso di Cristina nell’organico della Burri, a sei mesi dall’uscita dell’estate dei rospi e a sette dalle prime esultanze e dalle prime stroncature dei critici aveva stabilito di andarsene. Pensavo e tutt’ora penso che l’etica professionale fosse una motivazione insufficiente; che le ragioni dell’allontanamento di Alberto andassero cercate sotto la cornea di certe occhiate con cui talvolta s’impuntava su Cristina, che erano a pensarci adesso della stessa morbosità di quella con cui le si era presentato la prima volta. Quando, assieme al divano e alle visitine in archivio sempre più lunghe arrivarono i primi commenti, le stagiste avevano adottato per Cristina il nomignolo Burratina, che altri – che in seguito furono allontanati – con l’aggiunta di una esse trasformavano in una cosa davvero sgradevole, Alberto sporgeva continuamente la testa nel corridoio e restava a fissare la porta del magazzino: se per caso aveva visto mio padre entrarci con Cristina compulsava l’orologio, quasi volesse tenere il minutaggio di quei lumacosi amplessi. Mentre le stringeva la mano Cristina sorrideva ma come pensando ad altro – magari che sotto il completo grigiastro Alberto nascondesse un corpetto sparuto simile a quello dell’ominide della sua copertina.

Dalla finestra vedevo Alberto sul marciapiede opposto. Il vento gli smascherava la fronte rivelandone la stempiatura.
«Appena finisce di parlare al telefono vi mando da lui».
Sara, la precedente segretaria mi conosce da quando sono bambino, e vedendomi assieme a Cristina mi aveva rivolto di nascosto un sorriso di complicità. Mio padre aveva aperto la porta del suo ufficio e mentre liquidava l’interlocutore la sua voce ci arrivava vicina. Cristina stringeva il plico grattandone nervosamente la carta e avrei voluto sfiorarle una mano o sfregarmi la nuca contro il suo pullover.
«Ci sono tuo figlio e una sua amica».
Dapprima ci aveva squadrati entrambi, poi si era avvicinato alla postazione di Sara e a bassa voce le aveva raccomandato qualcosa, poi era tornato a noi.
«Sono il padre di Michelangelo» aveva quel sorriso ebete dei padri quando si rivedono sciupafemmine, un misto di orgoglio e imbarazzo, per tutto quello che una ragazza giovane gli ricorda. Cristina aveva l’aria di trovarsi di fronte un padreterno. Dove lei vedeva l’Editore e un uomo tutto sommato gradevole io vedevo mio padre, gli stessi occhiali da vista che non trovava a colazione, che dopo il caffè ciabattava in balcone a fumarsi una sigaretta lasciandosi dietro una scia di scoreggia.

***

Gentile Burri Editore,

All’incirca nove mesi fa vi ho spedito un manoscritto per cui ancora non ho ricevuto risposta. Siccome sul vostro sito è espressamente scritt…

Recriminano un silenzio o un’incomprensione. Penso a quanto debbano volermene per non averli capiti – se sapessero che li scarto comunque non desisterebbero – e all’ossessione che inconsapevolmente si diventa per certe persone.
Mi domando se sia possibile che non lo sappia. O se, avendolo capito da tempo, non stia esercitando piuttosto una volontà di tormento. Se sia possibile che dal primo momento abbia nutrito nei miei confronti una repulsa. Che le scelte e gli atteggiamenti di Cristina non siano se non un modo di cancellarmi, più che per lei di affermarsi; e che le ragioni del suo disprezzo dipendano da questo sentimento che mi sforzo di non provare per lei. Due settimane fa si è trasferita in clinica e stamattina ha avuto le prime doglie. Prima, al telefono, mio padre ha detto che avrebbe voluto che fossi presente.
«Vorrebbe che suo fratello fosse il primo a tenerla in braccio».
«Stavo leggendo un invio spontaneo che mi pareva decente».
«Sì?» dall’amalgama mi è sembrato di riconoscere la voce di uno dei due proprietari del libropub – «Per ora solo una trentina di cartelle» – «E di cosa parla?».
«Del figlio disabile di una giovane donna morta di parto».
«È scritto bene?».
«È un esordio» Cristina in sottofondo ha chiamato mio padre per nome. «L’autrice è una studentessa di Lettere di ventitré anni».
«Adesso devo andare. Ci sentiamo più tar/aspetta»
«…».
«Dice Cristina che se il romanzo è buono appena lo hai letto glielo puoi girare».
«Vabéne».
«Quanto tempo è che non facciamo un esordio dagli invii?».
«Cinque anni».
«Da quando se n’è andato Alberto». «Dice Stefano qui che una di queste sere dobbiamo tornare a cena da loro»

Vabéne. Salutami Cristina. Fammi sapere. CiàoCiàoCiào…

Mio padre e Cristina si abbracciano all’assegnazione del Bancarella. Alle loro spalle Tullio De Mauro spalanca per sempre la bocca a mezzo centimetro da un gamberetto. Seguo le evoluzioni di una zanzara ingannata dal riflesso sul vetro della fotografia. Dopodiché mi alzo, prendo la confezione di Tempo e il contenitore vuoto della pasta. Le stagiste sono in pausa e il fumo delle loro sigarette si aggira attraverso il corridoio come lo spettro di un vecchio monarca.
Del centinaio di copie sopravvissute al macero ne rimangono meno di una dozzina. Prendo la prima, mi stendo sul divano e comincio a sfogliarla.

Cristina *’******
L’estate dei rospi

βurrieditore

A Michelangelo, per avere creduto in me
Quando non ci credevo neanch’io

Sollevava la cornetta minimizzando con accortezze il rumore dello scatto; mio padre bisbigliava all’apparecchio e riverberava nella mia stanza uno sperticarsi sommesso, di promesse vaghe poi mantenute, di abbandono e nuovo legame. Mamma partecipava e sospetto che Cristina sapesse. Che mamma non riuscisse a sopprimere quei respiri che sporcavano le loro tubate. Talvolta un rumore brusco interrompeva l’afflato – Aspetta un momento – restava in silenzio – tutta la casa un silenzio; il cielo andava schiarendosi mentre l’AMA nettava le strade. Auscultavo i respiri farsi singhiozzi – mio padre si spostava in terrazzo chiudendosi la portafinestra alle spalle. Ma sentivo anche lì, i singhiozzi da camera e le promesse in terrazzo. Mamma gli sbrindellava la libreria, i classici e la poesia – e.e. cummings e Živago svolazzavano a tranci quando spalancava la portafinestra per gettare cartocci di Perle giù dal balcone. Mio padre salutava Cristina promettendole qualche cosa che avrei voluto – che avrei dovuto – prometterle io. Mi pareva indecente che avesse più sangue, che si ostinassero l’una a odiarlo l’altra a volerlo.
Per mesi, durante il divorzio avevo pensato di andarmene. Inizialmente con mamma, più tardi solo. Poi Cristina aveva traslocato nell’appartamento e non sono riuscito. Mi pareva che vederla, nonostante il disprezzo fosse preferibile al nulla.
Strappo con precisione anche quest’ultima sovraccoperta e vorrei che di Cristina non restasse più niente, che della Burri non restasse più niente, e che in Via Padova tornasse a vivere la famiglia che una volta deve averla abitata. Il display del telefono s’illumina ma lo ignoro. Penso a Cristina, che forse in questo momento sta partorendo. Quando le ho telefonato, per dirle della gravidanza, mamma s’è messa a piangere. Si ricordava di come anch’io ero venuto al mondo. «Che mentre nascevi tuo padre mi asciugava la fronte e mi teneva il polso e bisbigliava versi di Cummings. Che erano a pensarci adesso tutte insincerità affettive della letteratura». Poi squilla il telefono, e sul display leggo il nome dell’Editore.

Francesco Mila

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