Asino Umano

 

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Marco FerrantiWakai#2

Baxter e Lenny, i protagonisti del racconto propostoci oggi da Matthew Licht, sono un po’ come tutti noi: dei tipi non regolari, ma in fondo in fondo nient’altro che dei buontemponi che tirano a campare. Vedete, essere gangster o spacciatori di piccolo calibro, così come essere redattori di una rivista di questa portata, non è affatto facile; ci vuole pazienza e temperanza, ma anche severità e una sana dose di fermezza. Bastone e carota insomma. Come con gli asini appunto. Uomini e asini. 

Troll (o amici particolarmente aggressivi) intralciano in questi giorni il nostro tipico fare rivista scevro di impicci e distrazioni; tentano di screditare un nome, quello di Verde, che il proprio credito se l’è comunque giocato tutto alle battaglie tra galli nelle bische clandestine fuori da Firenze Rivista. Un nome, il nostro, che non ha niente da perdere se non l’amore per quello che fa. E allora si potrà anche rispondere a questi troll, si potrà anche esagerare un tantino, si potrà far notare il loro amore per la tv trash nonostante dicano di avere quarant’anni suonati, o il fatto che indirizzino ragazzini tre volte più piccoli a lasciare recensioni negative, ma non si perde di vista l’obiettivo di fare di rivista. E a testa bassa si tira dritto. Come dei buoni asini umani appunto. O dei Panzerkampfwagen VI Tiger I.

La fotografia è di Marco Ferranti.

Baxter e Lenny guardavano finestre buie su un piano alto di un palazzo che occupava un intero isolato di Broadway. Intendevano entrare, ma il portinaio di servizio sembrava tosto. Una mazza da baseball spuntava in modo significativo da un’ombrelliera a portata di mano.
“Nulla di più semplice,” disse Lenny. “Conosco uno che abita al settimo piano del palazzone. Gli ho combinato qualche appuntamento galante, quindi in teoria mi deve un favore. Ora aspettiamo che torni a casa, ci avviciniamo, diciamo al portinaio che saliamo a vedere il tizio che dicevo. Andiamo su, gli spieghiamo la faccenda, facciamo il lavoretto e togliamo il disturbo.”
Baxter si sorprendeva sempre per come parlava Lenny. Sembrava appena uscito da una rivista di moda maschile. Era assurdamente bello, anche se non proprio alto. Diciamo pure che era un tappo. Parlava come un delinquente da due soldi.
Lenny aveva cercato impiego presso varie agenzie di modelli, ma tutta l’industria dei manichini respiranti lo irrise. Gli diedero del nanerottolo. Pigmei attraenti a volte fanno successo a Hollywood, ma quando Lenny tentò anche lì la fortuna, scoprì di non avere né talento né espressione.
L’attuale progetto di Lenny era di rubare soldi a un importatore di cocaina che abitava nel palazzone che oscurava una fetta di cielo sopra Manhattan. “Vedi, Fred lo Spacciatore mi deve ottocento dollari. Quindi non glieli stiamo veramente rubando.”
“Certo che no. Furto con scasso è l’unico modo educato per risolvere debiti tra amici.”
A Baxter sembrava strano che uno che smerciava quantità industriali di droga dovesse soldi a Lenny. Comunque, si erano messi d’accordo che Baxter si sarebbe pappato il venti percento dei fondi recuperati. Per arrotondare la cifra originale del debito, intendevano arraffare mille dollari.
Chi incontrava Baxter per la prima volta dava per scontato che fosse un poco di buono. Avrebbe potuto lavorare a Hollywood. Vi serve qualcuno per interpretare un Sinistro Balordo? Chiama Central Casting e chiedi di Baxter. Ma aveva paura degli aerei, non aveva ambizioni per il mondo del cinema, ed evitava la luce intensa con movenze da scarafaggio.
In una tavola calda di Broadway, mentre ripassavano i dettagli del colpo, Lenny aveva disegnato con la biro una pianta dell’appartamento di Fred lo Spacciatore sulla tovaglia di carta. Il salotto dava su uno dei vari cortili del palazzone. Lenny era quasi sicuro di aver visto delle scale antincendio, l’ultima volta che c’era andato. La refurtiva era nella cucina, che segnò con una X.
Lenny appallottolò la tovaglia quando venne a sparecchiare la cameriera. Fece sembrare che le stesse dando una mano. Visto che avevano quasi lavorato insieme, non le lasciò la mancia.
Baxter disse, “Ma come fai a sapere che Fred lo Spacciatore non cambi di continuo il nascondiglio? Farei così, se spacciassi all’ingrosso. Sarei ancora più paranoico di quanto sia già.”
“Fred è abitudinario. Si fida di me. Era proprio lì in cucina di casa sua che gli anticipai gli ottocento dollari. Lui li prese e li mise in una fessura del portacoltelli. Ha questo coltello truccato con la lama recisa… ”
“Intendi un coltello senza manico e privo di lama?”
“Più o meno. Comunque, quel portacoltelli è la sua cassaforte. L’ultimo posto dove avrei pensato di cercare. Comunque, prima facciamo e prima usciamo, meglio.”
Baxter gli lanciò un ironico sguardo da ebete. “Dici davvero?”
Il grimaldello di Baxter era un oggetto artigianale. Aveva preso a fabbricarli secondo le specifiche di un poliziotto che minacciava di arrestarlo per spaccio ogni volta che aveva bisogno di un favore. Il Dipartimento di polizia non fornisce grimaldelli né sfollagenti agli impiegati. Il lavoro di polizia, il vero lavoro di polizia, mantiene in vita diverse manualità illegali.
Baxter spacciava al dettaglio modeste quantità di crack e altre drogucce fai-da-te. Produceva anche bigiotteria hippie ed esche per la pesca con la mosca, ma non ne parlava mai.
L’unico segreto creativo di Lenny era che suonava il trombone. Tirava fuori lo strumento come gioco di prestigio, o come tocco finale in occasione di un inghippo da magnaccia.
Lenny scorse il suo conoscente Max Deutsch che tornava a casa dopo un’altra giornata di lavoro presso una casa editrice.
“Perfettamente in orario,” disse Lenny. “Max è un tipo regolare, come Fred lo Spacciatore. A pensarci bene, gli unici tipi non regolari che conosca siamo io e te.”
“Se mia madre avesse voluto un tipo regolare, non mi avrebbe insegnato a lavorare a maglia.”
Guardarono Max Deutsch che parlava di baseball o del tempo col portinaio. Tanti tipi regolari abitavano in bei palazzoni con portinai. Max salì verso il suo appartamento in ascensore. Lenny e Baxter gli diedero tempo per mettersi comodo.
“Bene, ora entriamo in scena noi.”
Il portinaio li guardò sospettoso.
“Il Sig. Deutsch ci sta aspettando,” disse Lenny.
Il portinaio telefonò per annunciare un certo Sig. Lenny e un amico. Quando arrivò l’inaspettata conferma, indicò loro la porta dell’ascensore.
Troppo facile, pensò Baxter. Non gli piaceva l’idea di un furto con scasso nel quale erano coinvolte altre persone a lui sconosciute. A sentire Lenny, era stato proprio Fred lo Spacciatore a stipulare il furto-sdebito. Ma perché mai uno spacciatore di alto profilo dovrebbe farsi prestare otto sacchi da un pappone tappo bello come Lenny. E perché non avevano fatto mille dollari tondi, tanto per cominciare. La storia puzzava.
Max Deutsch aprì la porta e li salutò cordialmente. Si era snodato la cravatta, e si era messo delle pantofole di velluto nero ricamate con teschi d’argento. Dopo aver fatto la solita pennichella sul sofà postmoderno, sarebbe uscito a fare un giro dei locali. Giovani manager festaioli come lui tenevano in vita uno scottante commercio di cocaina.
“Grazie per averci fatto entrare, Max. Dovremmo salire sul tetto, se non ti dispiace.”
Max scrollò le spalle. “Fate pure.”
A Baxter sembrava che avrebbe preparato loro anche dei cocktail, se glielo chiedevano.
Max Deutsch si scostò per farli attraversare il salotto moquettato. Uscirono dalla finestra che dava sulla scala antincendio.
Salirono facendo meno rumore possibile, scavalcarono il parapetto e passarono dall’altra parte del palazzone. Il traffico coprì il rumore dei loro passi, ma rimasero le impronte. Non avevano formulato un piano per coprirle. La scala antincendio risuonò metallica mentre ridiscendevano dalla parte dei cortili, che era più silenziosa.
Le persiane dell’appartamento di Fred lo Spacciatore erano abbassate a metà, le listarelle leggermente ad angolo. L’interno era al buio. Non si sentiva nulla, da dentro.
“Sei sicuro che sia il piano giusto, la scala giusta?”
“Avanti, fa’ il tuo lavoro.”
Usando una piccola pila da medico, Baxter controllò per fili di allarmi e altri possibili tranelli anti-ladri. Traforò il vetro e fece scattare la serratura con uno strumento a ventosa che aveva concepito e fabbricato, basandosi sul disegno di uno strumento chirurgico per tonsillectomie. Non fece alcun suono.
L’appartamento di Fred odorava di polvere e di tintoria. I ladri lasciarono che i loro occhi si abituassero al buio prima di entrare in cucina.
Baxter illuminò la stanza roteando la pila. La cucina sembrava essere usata poco. Il famoso portacoltelli di legno era su una mensola.
Lenny ne estrasse i coltelli e li posò in una fila ordinata sull’asettico banco.
“Merda, non mi sembra giusto,” disse. “Il tagliere che vidi l’altra volta era di un legno chiaro.”
“Quello è un portacoltelli, Lenny. Un tagliere è un’altra cosa. Sarà per via della poca luce. Sbrigati. Non mi piace. E mi sembra di sentire qualcuno nel corridoio.”
Lenny fece cadere il blocco portacoltelli su un vassoio pieno di forchette, coltelli e cucchiai che non erano di quelli che si usano per sniffare cocaina. Il fragore coprì il tintinnio di chiavi nella serratura. Le luci dell’appartamento si accesero. Baxter e Lenny rimasero paralizzati. Non gli sarebbe stato possibile buttarsi di nuovo sulla scala antincendio, o di lanciarsi di corsa nel corridoio. Fred lo Spacciatore bloccava tutte le vie d’uscita.
Baxter non aveva la pistola né il coltello a scatto. Era quasi sicuro che neanche Lenny fosse armato. Non avevano discusso di armi, o formulato piani di contingenza. Non avevano portato corda, bavagli, bende, spranghe o cloroformio.
Fred lo Spacciatore chiuse dietro di sé la porta, mise il catenaccio, entrò in cucina e accese la violenta luce del soffitto. “Cosa ci fate voi due sfigati in casa mia?”
Se Fred lo Spacciatore conosceva Lenny, non lo diede da intendere. Non disse, per esempio, “Ehi ciao, Lenny. Per caso sei venuto per riscuotere quegli ottocento dollari che ti devo?”
Lenny alzò le mani, sebbene Fred lo Spacciatore non li avesse minacciati con un mitra. Fred lo Spacciatore aveva l’aria di una persona armata. Reggeva una borsa di cuoio nero. Anche Baxter issò le zampe.
Fred lo Spacciatore scosse la testa. “La guerra è finita, ragazzi. Abbassate le zampe e ditemi cosa state facendo qui.”
“Stavamo solo cercando quei soldi che mi devi, Fred.”
A Baxter non piacque l’uso del plurale, ma stette zitto. Abbassò piano le mani. Era possibile che Fred lo Spacciatore non fosse armato. I coltelli da cucina erano a portata di mano, e non erano del tipo senza-manico-privi-di-lama. Ma Baxter non aveva mai ucciso, sgozzato, né persino minacciato nessuno, nonostante fosse da molti anni abbonato a Soldier of Fortune, la rivista per aspiranti mercenari.
“Di che stai parlando?” disse Fred lo Spacciatore.
Baxter guardò nervosamente dalla finestra. Una luce si accese in un appartamento dall’altra parte del cortile. Una donna entrò in un salotto, si tolse il cappotto e poi il maglione. Gli parve di sentire il profumo di una donna che torna a casa dopo una giornata di lavoro. Voleva trovarsi lì con lei.
“Si dà il caso che voi due pagliacci siate apparsi al momento giusto. E l’unica cosa che conta, per i pagliacci, è il tempismo. Ero a corto di idee per l’intrattenimento di stasera.”
Fred lo Spacciatore passò noncurante nel salotto e posò la borsa sulla moquette. Aprì il cassetto in alto di una credenza al muro, dando le spalle agli invasori di domicilio dimodoché non potessero vedere ciò che ne estraeva. Qualunque cosa fosse sparì nella grossa ventiquattrore stile medico, che richiuse.
“Ora verrete a fare un giro in macchina con me.”
“Oddio, Fred. Deve per forza andare così? Stavamo solo cercando i soldi, e un po’ me li devi anche.”
“Andiamo. E non ci provate a svignarvela quando saremo per strada.” Fred lo Spacciatore issò la giacca per sfoggiare il calcio di una Colt Cobra, un’arma da poliziotto.
‘Sarebbe buffo se avessimo lo stesso amico sbirro,’ pensò Baxter. ‘O se questo spacciatore fa anche il poliziotto.’
Nessuno parlò nell’ascensore.
Il portinaio trovò strano che i loschi tipi che erano saliti per visitare l’amichevole Sig. Deutsch dell’interno 7C ora stavano uscendo col Sig. Fred lo Spacciatore dell’interno 11F che dava generose mance natalizie, ma non fece domande. Salutò, tenne la porta, augurò al gruppetto una buona serata.
L’imponente berlina di Fred era parcheggiata davanti al palazzone. Baxter pensò che a molte persone dispiacerebbe abbandonare un posteggio così perfetto. Forse il comune assegnava ai grossisti di stupefacenti parcheggi sulle strade dove risiedevano.
Fred aprì il portabagagli. “Dentro.”
La gente che passava sapeva che non era affare loro se due uomini che non avevano mai visto prima e che non avrebbero mai rivisto volevano fare un giro nel portabagagli di una macchina. Baxter e Lenny non ebbero tempo di decidere se sistemarsi nella posizione 69, o come due cucchiai in un cassetto. Montarono.
Fred lo Spacciatore fumava come un dannato mentre guidava. Da dentro il baule, sembrava che la macchina si fosse incendiata.
Baxter voleva uccidere Lenny a calci, per risparmiare fatica a Fred. Forse ne avrebbe tenuto conto. Ma non c’era spazio per mollare calci letali, e nel buio totale Baxter non riusciva a capire dove stessero la testa e le palle di Lenny. Stavano troppo stretti da poter tastare in giro in cerca di punti deboli. Ma non erano imbavagliati. Baxter poteva ancora parlare.
“Perché ti ascolto? E per duecento miseri dollari.”
Lenny emetteva tanfo quando aveva paura. In quel momento era terrorizzato.
La macchina si fermò, poi scivolò all’indietro. Il motore si spense. I residenti del baule sentirono aprire e chiudere la portiera del guidatore, e il balzo degli ammortizzatori. Sentirono passare persone sul marciapiede. Non erano legati. Provarono a tamburellare l’interno del baule con mani e piedi. Non erano esperti del disegno moderno delle automobili. Non sapevano che sono obbligatorie le maniglie di sicurezza all’interno dei bauli. Nessuno li sentì, oppure non volevano immischiarsi in faccende che non li riguardavano.
Finalmente qualcuno aprì il baule. Era Fred, illuminato da dietro da una sgargiante insegna al neon. Buttò dei teli odorosi di muffa sulle loro teste, poi un pesante saccone. Ka-tump!
La tappa successiva del viaggio era più lunga.
Era una notte polare. Fred lo Spacciatore, che non tollerava il freddo e poteva permettersi oceani di carburante, alzò al massimo il riscaldamento. Gli ingegneri di automobili tedeschi aborrono valigie e ruote di scorta brinate. Baxter e Lenny furono quasi arrostiti. Se la corsa fosse durata una mezz’ora in più, si sarebbero risvegliati cadaveri.
Invece: “Forza, pagliacci dormiglioni. Vi dovete preparare per il vostro numero.”
Baxter e Lenny si alzarono piano a sedere e si guardarono attorno. Erano in un garage industriale. L’illuminazione dava vita a mostruose ombre. Si liberarono dalle stuoie che Fred lo Spacciatore aveva scaraventato loro addosso. Lenny inorridì quando si vide in mano una testa di cavallo. Poi notò che non era un cruento messaggio mafioso, ma una maschera dagli occhi vuoti, le orecchie flosce di peluche.
Fred lo Spacciatore afferrò il saccone pieno di oggetti pesanti e contundenti. “Fuori,” disse.
Baxter e Lenny uscirono. Lenny si era insozzato.
“Vai a pulirti. Di là ci dovrebbero essere dei cenci.”
Fred lo Spacciatore brandiva un piede di porco. Lo puntò in faccia a Baxter.
“Tu mi sembri il cervello della banda, non che sia un complimento, farai la testa.”
Dalla finta pelliccia grigia e dalle orecchie penzoloni, Baxter capì che doveva trasformarsi nella parte anteriore di un asino, non un cavallo. Infilò la testa dentro la testa pelosa e vuota, poi mise le gambe nelle zampe del costume come stesse indossando una pesante tuta a cui mancava buona parte del retro. I buchi nel collo del finto asino erano coperti da una rete di plastica attraverso la quale si vedeva male.
Gli stracci buttati in un angolo del garage erano unti. Lenny cercò di non spocarsi ulteriormente
“Pulisciti per bene, cretino. Questo costume è a noleggio. Non voglio dover pagare anche per la tintoria.”
Lenny riattraversò il pavimento di cemento levigato coi pantaloni e mutande attorcigliati attorno alle caviglie. Sembrava un orfano molestato di fresco.
“Ed ecco il culo dell’asino.”
Fred lanciò a missile un oggetto pesante che schiantò contro il petto di Lenny.
“Uff.”
Era un gigantesco dildo di gomma rossa, con dei lacci elastici.
“Mèttitelo.”
Lenny tentò di cingersi il giocattolo erotico e immettersi nell’altra parte del costume d’asino allo stesso tempo.
“Uno dei lacci va di sotto, imbecille.”
Lenny cadde a terra. Il fallo di gomma si piegò in due ma non si ruppe. Fred lo colpì tra il collo e la spalla col piede di porco.
“Uk! Iàu!”
“Avrei potuto spararvi legalmente. Mi sarei potuto trovare un somaro genuino che sa il fatto suo, ma no.”
Lenny finalmente riuscì a entrare nel costume col dildo a posto. Reggendo con le mani la cintola della sua metà del finto asino, si diresse dinoccolato verso Baxter, che gli dava le spalle. Il torace vuoto dell’asino gli penzolava dietro come una larga, sciatta coda.
“Quando faccio un fischio, è segno che voi due pagliacci dovete uscire. Quando batto le mani, tu là dietro fai uscire dall’apposito buco il finto coso. Dopodiché dovrete improvvisare. Se fate un degno spettacolo, forse vi lascio uscire da qui con i vostri minimi cervelli intatti.”
Lenny si chinò. Immise la testa e le spalle dentro il tunnel di peluche, che, riempiendosi, diventò l’addome dell’asino.
Fred lo Spacciatore chiuse il costume con il velcro. Usò il piede di porco come frustino per dirigere la goffa finta bestia verso la cabina di verniciatura. “Ci dovrebbe essere abbastanza aria là dentro da durarvi fino a quando inizia il programma.”
Baxter non riusciva a vedere dove era diretto. Non voleva entrare nello grotta buia che puzzava di mattatoio e di sostanze chimiche nocive. Fred lo Spacciatore lo colpì dietro l’orecchio. Non l’orecchio del costume d’asino. Ciò non avrebbe fatto male.
“Non ci pensate nemmeno di togliervi il costume. E cercate di entrare in scena come foste un asino per bene, non due sciattoni conciati da bestia da soma. Altrimenti lo spettacolo si trasforma. Ma ora che ci penso, al pubblico di stasera piacerebbe lo stesso, se non di più. Sai che verso fa l’asino, signor Testa d’asino?”
Baxter ragliò con sorprendente abilità.
“Niente male. Ogni tanto, fai così.”
Fred lo Spacciatore sbatté con forza la porta.
L’oblò della cabina di verniciatura aveva la guarnizione di gomma nera. Il vetro era stato smerigliato da vapori caustici. C’era un silenzio di tomba. Un asino di finta pelliccia stava immobile dentro uno spazio rinchiuso e quasi buio che puzzava di sudore e vernici a base di metalli pesanti.
“Sai cosa ti farò se usciamo vivi da qui, Lenny?”
Lenny aveva le braccia strette attorno alla vita di Baxter come se gli stesse implorando perdono. Un bandone di ferro fu alzato con frastuono da un’altra parte del garage. Sentirono voci che parlavano forte in spagnolo. Suole pesanti di cuoio e un paio di tacchi alti risuonarono dal pavimento di cemento levigato. Una donna rise eccitata, strillando.
“Cosa mi farai se usciamo vivi da qui, Baxter.”
“Qualcosa inventerò.”

Matthew Licht

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