Scenicchia Full Showcase #5: Follonica (Pasquini)

Abbiamo spedito Quaranta in visita ufficiale a Firenze per toccare con mano lo stato dell’arte letteraria. Dopo aver mancato il contatto con il nostro agente infiltrato sul campo, Francesco ha fatto perdere le proprie tracce e le poche notizie che ci giungono a suo riguardo non fanno sperare in bene (reperto A e reperto B).
Per tentare di rimediare, continuiamo con la rassegna Scenicchia Full Showcase, spiegata bene bene in questo editoriale qui.
Reduci negli ultimi giorni da infami attacchi di una squadra di troll fan di Dr. Who (inutile agevolare link dato che la questione è ovunque sulla nostra pagina, no dai scherzo, agevolo) ricordiamo ai nostri lettori e potenziali haters che Scenicchia is not a casta like Holden, Scenicchia remembers, Scenicchia mena.
Ospite di oggi Daniele Pasquini, nato in provincia di Firenze nel 1988. Lavora nel campo della comunicazione culturale, ha collaborato con varie testate giornalistiche e ha fatto parte di Riot Van. Per Intermezzi Editore ha pubblicato il romanzo Io volevo Ringo Starr (2009), il romanzo breve Le rockstar non muoiono mai (2012) e la raccolta di racconti Ripescati dalla piena (2015).
Illustrazione della sempre fantastica EP VI VI VI che ringraziamo infinitamente.

Mi mandò un SMS con scritto “Vieni a trovarmi a Follonica?”
Avevo quattordici anni da compiere, una madre ossessiva, un padre silenzioso e duro, e nessunissima voglia di rivelare loro i miei affari. Raccontare una faccenda amorosa equivaleva a sottoporsi a interrogatori spalle al muro, domande a tradimento, impicci che avrebbero svelato imbarazzi e tentennamenti. E se c’era una cosa che avevo imparato, per conservare un briciolo di intimità, era non dire mai la verità. Io da Aurora volevo andare. L’avevo sognata per tutto l’anno scolastico, finché a giugno, dopo una festa in pizzeria, mi aveva detto che un po’ le piacevo. Le mie giovani coronarie ressero appena il colpo, ma rilanciai: lo sai che anche tu mi piaci?
Partì un epistolario via sms che si protrasse per l’intero luglio. A furia di estenuanti sfide da 160 caratteri arrivò a dirmi che ero “diverso dai pottini”. Riguardo la possibilità di andare a Follonica, non era semplicissimo inventare una scusa plausibile per depistare mia madre durante le nostre vacanze a Marina di Grosseto, perciò chiesi:
“Cè qlcs di famoso a follonica?”.
“Ke domanda è? Cmq no”.
Rimasi a pensare, quando il nokia vibrò ancora nello zainetto sotto l’ombrellone. “Semmai l’acqua park”.

Stabilii di raccontare ai miei che il Lapone – caro amico, metallaro buffo e innocuo, entrato nel lessico familiare per aver vomitato durante la cerimonia della prima comunione – mi aveva invitato a passare il pomeriggio all’acqua park. Tra l’altro al mare andava da quelle parti. Gli mandai un sms per spiegare la questione. Garantì copertura. Mercoledì avrei visto Aurora e l’avrei baciata, sì, e un giorno avremmo girato il mondo insieme e i nostri figli avrebbero avuto dei nomi stravaganti, unici come la nostra inevitabile unione.
“Mamma, mercoledì vado a Follonica all’acqua park, da Lapone”.
“A Follonica? E Come ci andresti, sentiamo?”
“C’è la RAMA. Ne passano un sacco la mattina. Per cena rientro.”
Se la bevve. Dal finestrino dell’autobus il paesaggio della Maremma predicava a vuoto: l’ozio accaldato a cui mi invitava era inconciliabile con la mia agitazione. Battevo le dita sul walkman del tutto indifferente allo scorrere dei cartelli di Castiglione della Pescaia, di Punta Ala e del Puntone. Scesi a Follonica tremante e senza peso.
Avvertii Aurora della mia imminente epifania. “Sn al Bagno Roma”.

Chiesi indicazioni ai villeggianti per raggiungerla, e mi trovai ad attenderla su una panchina bianca a pochi passi dai bagni. Si presentò avvolta da un pareo e in bikini.
La pelle abbronzata, l’odore di mandorla, cocco e divinità. Perché a scuola non avevo intuito che seminuda poteva essere addirittura più bella?
Adesso immaginarla senza vestiti sarebbe stato un puro esercizio di stile.
La salutai con un abbraccio timido mentre lei, sicura di sé e noncurante della vicinanza di parenti o conoscenti, mi disse: “possiamo camminare per qui”.
E allora passeggiammo, io ciabattante e lei leggiadra, io in affanno nel trovare una via per spiegarle quel che provavo, lei serena al limite dell’indifferenza.
Ci fermammo su una panchina contornata di oleandri: la discussione non decollava, non riuscivo ad esprimermi, a spiegare, a baciare. Aurora sembrava più grande, più matura. Iniziai a dubitare che quella creatura potesse davvero essere interessata a me. Mentre ero impegnato a cercare un argomento di conversazione, il nokia vibrò prepotentemente. Mia madre.
“Ciao cipollino, come stai, dove sei?”
“Sono a Follonica…”
“Io e il babbo abbiamo deciso di fare un salto in là, siamo proprio all’acqua park, ma non vediamo né te né Lapo…”

Panico, sudore. Avrei dovuto pensarci: una maniaca nazista le questioni private le annusa sempre. Avrei potuto scegliere di liberarmi dal giogo parentale e dire a mia madre di farsi i fatti suoi. Ma scelsi l’equilibrio, e sacrificai l’amore: di fronte a me Aurora stava adoperando una foglia di oleandro per spazzare tre granelli di sabbia dal suo malleolo. Un’estasi monca, che turbai con un’assurda sequela di scuse.
“No mamma, non siamo ancora arrivati, veniamo più tardi, forse verso pranzo…”
“Ma come, dove siete?”
“Siamo qui, da lui, ora ho poca linea.”
Riattaccai. Guardai il telefono. Alzai gli occhi verso Aurora, che mi fissava interrogativa. Le spiegai per sommi capi la situazione, lei sorrise imbarazzata, guardandomi come l’ultimo degli sfigati. Mi allontanai per chiamare il mio amico. Lo implorai, avevo bisogno di lui. Mi garantì nuovamente sostegno, alle 12 sarebbe stato di fronte al Bagno Roma pronto a prelevarmi in Booster. Camminai in silenzio, a testa bassa. Quando arrivammo Lapone era già lì e si presentò ad Aurora.
“Mi dispiace Auro…possiamo rivederci con calma a settembre, eh?”
Annuì vaga.

Alle 12.30 io e Lapone facemmo il nostro ingresso all’acqua park. I miei erano sulle sdraio vicino a una vasca con le onde artificiali, da dove si levavano grida di paura simulata a intervalli regolari. Millantammo una mattinata a giocare a Magic. Mentre dalla piattaforma a venti metri d’altezza aspettavo il mio turno di infilare lo scivolo, guardai i pini e le case di Follonica. Aurora era lì, da qualche parte, impegnata a pensare a qualcuno meno sfigato. Non sapevo se odiare più me stesso o i miei genitori. Il viaggio di ritorno verso Marina di Grosseto fu silenzioso. Una volta arrivati mia madre si voltò verso di me, spiaggiato sui sedili posteriori:
“È stata una bella giornata, no?”. Non le risposi.
“Dai, cos’è quel muso? E poi è simpatico il tuo amico Lapo. Pensa che credevo che dietro a questa storia di Follonica ci fosse una ragazza… Spero proprio tu la trovi, una figliola a modo… sarei tanto contenta di invitarla a cena…”

Daniele Pasquini (editing by Vanni Santoni)

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