Barbette – Un mistero editoriale #1: Mangiava davvero

SimonGHElly

Un giovanissimo Simon G. Helly (unica foto esistente dell’autore)

Dopo le polemichette degli ultimi giorni torniamo a fare rivista. Noi a Firenze c’eravamo, ma da cinici pavidi opportunisti quali siamo, non ci schiereremo. O meglio, la questione raggiunge un quadro di complessità ascrivibile al miglior Luca Marinelli di Verde Matematico: dato un sistema in cui la nostra satira che rassomiglia sempre più a sfottò fascistoide sta alla nostra acquisita appartenenza fiorentina, di chi siamo più amici? Di quelli di Crapula Club o del MSI RSI NSI? Nei prossimi giorni lanceremo un sondaggio ultimativo e chiarificatore sulla nostra pagina Facebook, in queste ore sotto indecoroso attacco fascista (qui e qui) di forze oscure e minacciose che non ci piegheranno (mentre scriviamo queste poche righe, venerdì 28 settembre 2018 ore 21, Luca Marinelli è fuori da Facebook segnalato per nome falso da un individuo disgustoso che si fa chiamare John Smith. Vi invitiamo a fare buon uso della funzione Segnala di Facebook).
Tanto era dovuto. Viva Michele Vaccari. E auguri Tony Vena.
Un anno fa aprivamo la terza stagione della seconda vita editoriale di Verde con la prima parte de I manieristi, il racconto incompiuto di Raimondo Maniero che serviva a introdurre il tema principale della annata 2017/2018 (la migliore per molti di noi qui in redazione): LE SCENICCHIE.
Tanto ha in comune Raimondo Maniero con Simon G.Helly, l’autore di una lunga saga thriller che esordisce oggi sulle nostre pagine e ci fregiamo di ospitare. Simon G. Helly è una vecchia conoscenza di Verde: lo abbiamo già letto qui, qui e qui, ma il riserbo attorno alla sua figura è totale. Basterà dire che praticamente non abbiamo notizie della sua vita, così come non esistono sue fotografie, fatta eccezione di quella che vedete quassù. Barbette – un mistero editoriale è un ambizioso feuilleton che punta il dito contro il sistema editoriale italiano (Helly è nato in America, ma da anni vive a Roma). L’autore, come al suo solito, lo fa in modo ironico, ma senza l’aplomb angolosassone (degli inglesi, ça va sans dire). Ogni tanto ci va insomma giù duro. Il Barbetta, protagonista della storia, rappresenta infatti il tipico scrittore/intellettuale (leggasi anche al contrario) all’italiana del secolo nuovo: un rivoluzionario che ama specchiarsi, narcisista fino al midollo e incapace di resistere alle sirene dell’adulazione (in tempi di social network, poi, manco a dirlo). Questa sua attitudine, vista attraverso la lente un po’ distorta di un protagonista (la voce narrante) incompreso e avvelenato contro il sistema, costerà cara al Barbetta, trovato morto in mezzo ai suoi preziosissimi libri. Chi è l’assassino? Questo, naturalmente, spetterà a voi lettori scoprirlo.

Lo chiamavano il Barbetta, per via della peluria che si lasciava incolta sulle gote e sul mento. Poi c’aveva quegli occhialini tondi, da intellettuale russo – uno pescato da un libro di Tolstoj, mettiamo. Era uno uscito così dal nulla, da una borghesia che aveva avuto ancora modo d’ingrassarlo, e poi s’era messo a fare l’educatore delle masse.

Spesso, quando ha cominciato, non prendeva neanche i soldi. Si vede che campava di solidarietà. La pancia la vedevo sempre lì che ballonzolava, però. Più volte ho pensato che si mettesse apposta in fila alle mense, per mimetizzarsi meglio; che avesse rubato quel cappotto logoro che indossava dai sacconi per i ciechi. Mangiare, però, doveva mangiare per forza.

Vero è che la bocca la usava soprattutto per parlare, così tanto che persino sputacchiava. Aveva sempre un’idea su tutto, certe idee da prete di sinistra che fa la morale al popolo. Doveva sentirsi la vocazione dentro, lui: una vocazione da educatore che dai e dai ha trovato alla fine i propri discepoli. A forza di bussare, di predicare dappertutto, gli avevano trovato anche la cattedra. I soldi aveva cominciato a prenderli eccome, mica ci sputava sopra. All’improvviso aveva messo il piglio del sindacalista, s’era buttato di corsa a fare politica. Nel frattempo aveva scritto anche qualche libro, ma non erano per niente al livello delle sue teorie. Era così borioso e pieno di sé da non accorgersene, da non capire che tutto intorno lo prendevano parecchio per i fondelli – senza darlo a vedere, s’intende, perché chi ha del potere bisogna lasciarselo buono.

Questo per dirvi a grandi linee del Barbetta, che è il nostro protagonista. Dobbiamo chiamarlo ancora così perché a forza di spingere era arrivato ai piani alti, alla faccia dell’uguaglianza. La spinta borghese gli era tornata utile, altroché. Comunque io una denuncia per scrivere non me la voglio prendere, perché gli sono rimasti i cosiddetti amici postumi, perciò che ci rimanga il Barbetta e basta.

La storia, va da sé, sarà una metafora, roba di fantasia. Se lui l’avesse saputo, così attaccato al suo realismo, alla funzione sociale dell’arte! Gli sarebbe tornato quel fastidioso balbettio, quel tic di spostarsi gli occhiali che aveva all’inizio quando gli montava la rabbia; all’inizio quando ancora doveva comparirgli la chierica sulla testa. Quei pochi capelli arruffati che gli erano rimasti ce li spostava sopra, sempre lì a sistemarseli con la mano. La pancia, però, stava ancora allo stesso posto che ballava. Per mangiare, si vede che mangiava davvero.

CONTINUA

Simon G. Helly

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