Scenicchia Full Showcase #4: Such a silly boy (Bendinelli)

Benedetta Bendinelli (Lucca, 1985) nasce nella provincia toscana, cresce nei dintorni, studia nella capitale inglese (Saint Martin’s College of Art and Design) e torna in provincia.
Prima fotografa (attiva dal 2009 al 2016) e poi tardiva scrittrice freelance, si approccia alla forma del racconto breve attraverso la rivista Streetbook Magazine, rivista free-press fondata a Firenze nel 2015. Parallelamente partecipa al blog fiorentino Vai A Quel Paese: Go Face Yourself, il primogenito progetto dell’Associazione Cultural-Editoriale ThreeFaces, che si dedica alla narrativa di viaggio (Viaggio in Messico, racconto uscito in dieci capitoli). Tra i brani pubblicati per Streetbook Magazine: i racconti in forma breve Eraclito (2015), Olivia + Victor (2017). Gli articoli Sette Buoni Motivi per Appassionarsi al Cinema Francese (2015), CinqueMotivi per Appassionarsi al Cinema Greco (2017). Intervista a Gabriele Romei: Una birra di Mattina, offre RMOGRL8120 (2017).
Nel 2016 esce L’uomo che Misura le Ombre, racconto breve per la rubrica Racconti d’Europa, in un uscita con il Corriere Fiorentino, inserto del Corriere della Sera. In uscita a Settembre 2017 la pubblicazione per il libro The Ground Tour Project dove partecipa con un racconto ambientato a Firenze L’Unico Posto al Mondo – The Only Place on Earth. Collabora fin dalla fondazione con il team editoriale della rivista StreetBook Magazine.
Con Such a silly boy, quarto appuntamento di Scenicchia Full Showcase, la ricognizione del futuro canone fiorentino selezionato da Vanni Santoni per il Corriere Fiorentino, è per la prima volta su Verde.
Illustrazione di EP VI VI VI.

Si era seduto dietro, dalla parte del passeggero. Di fianco a lui, il cibo stipato nello scatolone puzzava di cartone umido. Un altro viaggio schifoso, pensava. Il nonno parlava poco, apriva bocca solo per sputare fuori dal finestrino sfere perfette di saliva bianca. Da Altopascio, per raggiungere Donoratico dove i nonni avevano l’appartamento estivo, si passava attraverso la provincia pisana, tra le paludi vicino alle concerie fino alle colline gialle e verdi della strada orcianese. Dalle parti di Bibbona, poco prima di imboccare di nuovo l’Aurelia verso Cecina Sud c’era una fattoria, in mezzo alle distese di viti e di terra castana spiccava il tetto di amianto e le finestre erano sempre chiuse, non si vedeva un’anima intorno alla casa. I cipressi come soldati magri coprivano il sentiero che portava al capannone. Li dentro ci abitava l’assassino de La California, così diceva il nonno. Quella storia era tanto arrogante quanto il nome di quello sputo di cemento tra la provinciale e il Mar Tirreno. Ogni volta che oltrepassavano il cartello de La California a Sebastiano saliva in gola un magone di noia e di pianto mucoso. «Sei contento? Siamo quasi arrivati» gli diceva il nonno tenendo il braccio fuori dal finestrino della Mercedes. Vide finalmente il segnale rettangolare dell’uscita per La California, aveva un angolo metallico un poco ripiegato come fosse carta, chissà come ci erano riusciti, i vandali o il vento. «Te la ricordi la storia dell’assassino de La California?» disse il nonno. Sebastiano non aveva voglia di ascoltarlo quella volta, tanto non ci credeva e quella non era l’America. Quindi gli chiese di alzare il volume della radio, c’era una canzone nuova che ammazzava il tedio la fuori.

Hector was the first of the gang
With a gun in his hand
And the first to do time
The first of the gang to die. Such a silly boy.

Gi ultimi vent’anni consacrati ai conflitti familiari gli erano sembrati come dieci vite e molti dettagli erano già cadaveri, ma la strada per il mare se la ricordava perfettamente. Il cielo cambiava all’altezza di Livorno, diventava più grande. Gli alberi erano sempre gli stessi, Sebastiano li contava con le dita fin da piccolo. Fermò l’auto su una piazzola di sosta, voleva riprendere la variante che da La California portava dritti a Donoratico, la stessa che faceva un milione di anni fa sulla Mercedes del nonno. Quel deserto mediterraneo era pieno di memorie buie, malgrado il sole e il sudore profumato di agosto, la provinciale sembrava prendere fuoco e diventare cenere. La casa dell’assassino era ancora là. «Quel tizio appende teste di bambole sul porticato, dovreste dare una controllata» dicevano in zona. Di lui si sapeva che aveva ucciso tre mogli e le aveva sepolte dentro un pagliaio, per ognuna di loro aveva decapitato una bambola e le teneva come candide reliquie a ciondolare di fronte all’ingresso. Prima di tornare da Adele, che lo aveva mollato per l’ennesima volta, decise di fermarsi a dare un’occhiata alla casa, non lo aveva mai fatto da vicino. «C’è nessuno?» Bussò con il piede sinistro. «Non mi fai paura, non mi fa paura nessuno in questo posto.». Aveva trovato il coraggio di andare a vedere con i suoi occhi quel buco abbandonato dove non c’era niente, non c’era mai stato nulla. Come tra lui e l’estate, non c’era mai stato amore se non una tenera e reciproca sopportazione. Ci avrebbe voluto portare Adele, per fare qualcosa, per dimostrarle che lui era un uomo, che poteva decidere per lei, che poteva scoparsela ovunque, anche in quel posto orrendo, tra gli assassini fantasma e le balle di fieno. Arrivato davanti all’ingresso alzò gli occhi sul porticato di ciliegio, per controllare che quelle famose teste di bambole non fossero li a penzolargli addosso. Ma non c’era traccia ne di bambole ne di assassini. Che stronzata, pensava sghignazzando. Il capannone a fianco dell’abitazione era vuoto, non c’erano attrezzi o segnali di manovalanza umana e i tre grandi pagliai nell’aia di fronte stavano fermi impalati sui loro stolli. Gli sembrò strano che fossero ancora in piedi, dopo tutto quel tempo a sopravvivere da soli in mezzo a un prato deserto, proprio come Sebastiano, superstite in una valle di noia. Aveva inviato un messaggio ad Adele e lo aveva subito cancellato per non dover rileggere la debolezza. Erano le otto passate e ancora non aveva deciso cosa fare di tutta quella vicenda, del suo amore, del suo ritorno, della casa del nonno da vendere. Quel posto lo aveva tenuto lontano, per dimenticare Adele e i suoi anni randagi. Si accasciò come svenuto lungo il fianco di uno dei pagliai e prese a canticchiare una canzone. Dette uno sguardo in fondo al sentiero, dove la luna già schiariva il tetto metallico della sua auto. Avrebbe dovuto andarsene, girare i tacchi e tornare in città, dimenticarsi di Adele e di quella storia masticata dal tempo e dalle attese. Dopo pochi istanti il telefono vibrò nella tasca, Adele aveva risposto, fece per alzarsi quando all’improvviso un colpo secco sulla schiena lo fece schizzare in avanti piegandolo sulle ginocchia. Un’altra botta alla testa, questa volta più forte, riempì l’aria di sangue e di saliva. Non fece in tempo a voltarsi perché gli occhi si erano già chiusi e lui non sentiva più nulla. Il telefono che scivolava dalla sua mano mostrava il display ancora illuminato. Sebastiano si lasciò cadere in avanti, la faccia si schiantò senza gemiti sull’erba ancora calda mentre anche la luce del telefonino si spegneva lentamente. Le stelle si vedevano bene adesso, il carro grande e quello piccolo, quelle cadenti invece schizzavano di tanto in tanto tra le luci rosse degli aerei e i pipistrelli urlavano tra di loro volando bassi sotto le teste dei pini marittimi. Con l’ultimo sforzo cieco riuscì a voltarsi sulla schiena per sentire l’aria in faccia e sulla bocca al sapore di ferro. Ancora quella canzone in testa. Ci vuole poco a morire, pensò, anche in questo tedio arrugginito.

Benedetta Bendinelli (editing Vanni Santoni)

 

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