Un regalo dai bambini

 

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Marzia Sicignano- Io, te e il mare (Mondadori, 2018), acquistabile nello store Mondadori, il nostro parco giochi.

Come sapete questo fine settimana siamo stati ospiti d’onore della kermesse Firenze Rivista, qui un assaggio fotografico della tavola rotonda più importante (Furio Colombo ha scattato la foto). Continuiamo tutti a stimarci reciprocamente come agenti letterari, scrittori, editori e faccendieri delle lettere, ma usciti dall’alveo delle professioni, delle vocazioni, delle missioni (sì, ci sentiamo in dovere di salvare la letteratura italiana, perché negarlo?), persistiamo a guardarci con sospetto come esseri umani. Chi scrive è un umile stagista, non avvezzo ai party, per cui ho poco altro da aggiungere 😦 Aspettiamo il ritorno della redazione per un resoconto più esauriente.

Il Mondadori del lunedì è un libro che parla d’amore (no, non abbiamo più vergogna delle nostre emozioni). Sì, perché Verde sa anche amare. L’epoca anaffettiva è finita; vogliamo correre, cadere e rialzarci, cantare a squarciagola Heidi sotto la pioggia, sbagliare, innamorarci, soffrire…in poche parole: vivere!
Abbiamo passato la vita a chiamare le blatte e le mosche “Vero Amore” un attimo prima di spiaccicarle ma, a furia di anelarla, di invocarla, la vita ci ha risposto in tutta la sua potenza. È successo: l’Amore ha smesso di visualizzare senza rispondere (ogni spunta blu era una pugnalata) e ha risposto così! No, non vogliamo ricontrollare al V.A.R., cari lettori post-umani; NO AL DEBUNKING DELL’AMORE!

Ma basta jet set letterario (che puzza di lit-web), continuiamo a fare Rivista!
Oggi torna su Verde un’autrice che ci piace molto: Elena Marino. Do you remember Imparare a ballare? E Quello che ti attraversa la mente? Un regalo dai bambini è una bellissima favola nera, tra I ragazzi del massacro e Il villaggio dei dannati. Buona lettura!

Corsero lungo il corridoio facendo rimbombare la loro dozzina di piedini. Scesero le scale larghe di marmo in clip-clap clip-clap veloci e sovrapposti. Svoltarono in un altro corridoio e sbucarono nell’aula vuota, ampia, male illuminata dalla luce che filtrava dai piccoli vetri in alto, smerigliati e rattoppati con il nastro adesivo. Là stava, rifugiata dietro la vecchia cattedra che era l’unico mobile rimasto nella stanza, la maestra che preferivano: piccola e minuta come loro, curva su un libro e con i grandi occhiali da miope posati accanto alle pagine, la borsetta rigida aperta come una bocca davanti a lei, sotto la cattedra i tacchi larghi delle scarpe con le quali, quando attraversava i corridoi dei piani superiori, sembrava sempre camminare un po’ a sghimbescio, come se non fossero scarpe della sua misura. La loro preferita ultima maestra.
«Maestra, maestra, maestra!» urlarono in coro, battendo i piedi e facendo alzare una nuvola di polvere compatta che s’arricciò in volute fumose sopra le loro teste, dentro la luce.
«Ditemi, bambini».
«Ti abbiamo preparato una sorpresa. Abbiamo fatto uno spettacolo di teatro apposta per te!»
«Bravi, bravissimi, bambini. Quante soddisfazioni mi date. Siete davvero alunni intelligenti e gentili, cosa mai potrebbe chiedere di meglio una maestra?»
I bambini batterono le mani tutti insieme e gongolarono mostrando i piccoli denti bianchi.
«Allora tu stai ferma qui, e noi ti facciamo vedere il nostro spettacolo».
«Ma adesso è tardi, la scuola è finita, voi dovete andare a casa» disse la maestra chiudendo per precauzione il libro e inforcando gli occhiali che le facevano gli occhi piccini piccini.
«Maestra, maestra, è importante: dobbiamo farti vedere subito lo spettacolo che abbiamo pensato!»
E i loro musetti imbronciati e avviliti convinsero la maestra.
«Va bene, fatemi vedere, purché non sia uno spettacolo troppo lungo».
«No, no, non è lungo, dura soltanto un battibaleno!» dissero in coro.
«Va bene, purché io possa tornare a casa in tempo per la cena: sapete, devo preparare la cena per i miei gatti e per i miei cani».
«No, no, non è troppo lungo: finirà prima di ogni cena!»
«Va bene, purché…»
«Maestra, stai zitta e ascolta, che cominciamo!» urlarono.
La maestra chiuse la bocca, chiuse la borsetta e la tirò vicino a sé sulla cattedra.
Iniziò lo spettacolo.
Una bambina annunciò il titolo: «Storia delle tre bambine e gli orchi. Una storia un po’ sanguinolenta». La maestra annuì con la borsetta sotto il mento.
Arrivarono tre bambine che si presentarono: «Io sono la bambina grande» disse una, «Io sono la media», «E io sono la piccola» disse l’ultima.
«Andiamo, andiamo, la mamma ci ha detto: andate nella caverna degli orchi a prendere le pietre preziose» disse una.
«Ma perché dobbiamo andare nella caverna degli orchi?» rifletté l’altra.
«Per prendere le pietre preziose!» strillò l’ultima.
«E perché dobbiamo prendere le pietre preziose?»
«Perché il papà è stato licenziato, perché ha sbagliato tutte cose».
«E per giunta», rincarò la seconda, «È anche morto!»
E allora la mamma (che era interpretata dalla sorella maggiore) non sapeva più come fare ad avere il cibo.
«Figlie mie» disse la madre, «Dovete andare dagli orchi per prendere le pietre preziose, altrimenti non potremo mai più mangiare, perché non ci sono rimasti abbastanza soldi».
«Bene, allora, andiamo dagli orchi a prendere le pietre preziose, così potremo mangiare!» dissero le tre bambine in coro.
A questo punto un bambino si fece avanti, batté una volta le mani e si rivolse direttamente al pubblico con un’espressione furba: «Ma… qualcosa andò storto!».
Le tre bambine si presero per mano e dicendo «Cammina che ti cammina» si misero a camminare rimanendo sul posto; poi fecero gli ultimi passi e con un salto si posizionano di lato, là dove lo spettatore doveva immaginare la caverna degli orchi. «Finalmente siamo arrivate nella famosa caverna degli orchi» dissero.
Gli orchi (tre bambini) dissero allora: «Aaaaargh! Sentiamo odore di bambine! Aaaaargh! Abbiamo fame! Aaaaargh! Adesso le mangeremo tutte!»
Le bambine: «No, non mangiateci, orchi».
E gli orchi: «Aaaaargh! Noi dobbiamo mangiare le bambine!»
E le bambine: «Be’, noi abbiamo una bambina tutta per voi». Presero una di loro (immaginaria) e la diedero agli orchi. Gli orchi iniziarono a mangiare, ma scoprirono che invece era una bambola.
Allora uno degli orchi disse alle bambine: «Aaaaargh! Ma cosa avete mangiato, voi? Pane e volpe?! Questa è una bambola, ci avete ingannati e adesso vi mangeremo tutte e tre!»
Le bambine si misero a correre e gli orchi le inseguirono e riuscirono a prenderne una e se la papparono per davvero (gli orchi enunciarono: «Ce la siamo pappata!»). La bambina “pappata” era la sorella più grande, che era interpretata dalla bambina che faceva anche la mamma.
Le due sorelle più piccole, grazie al sacrificio della grande, riuscirono a fuggire e a tornare a casa: «Toc! Toc!» bussarono alla porta.
La mamma: «Allora, avete preso le pietre preziose?»
Le bambine: «No, non le abbiamo prese, perché gli orchi ci hanno voluto mangiare, e non ci hanno lasciato neppure il tempo di spiegare la nostra situazione».
La mamma: «E la vostra sorella più grande dov’è?»
Le bambine: «È morta, è stata mangiata».
La mamma, piangendo e lanciando acute grida: «Nooo! Non è possibile! Adesso come faremo? Era lei che aveva gli ultimi soldi per mangiare! Adesso come faremo a mangiare?»
Poi la mamma si arrabbiò e disse: «Adesso voi due siete in castigo, domani tornerete dagli orchi alle 8:00 della mattina e vedete di non essere uccise voi, ma voi uccidere gli orchi! Prendete questi bambini. Li ho raccolti da terra che erano tutti sporchi, cattivi e sporchi, che la loro mamma non li voleva più, e quindi usateli per dare da mangiare agli orchi».
La mattina alle 8:00 le bambine tornarono nella grotta degli orchi e consegnarono i bambini dicendo: «No, orchi, non mangiateci, abbiamo qui bei bambini per voi».
E gli orchi: «Allora dateci i bambini».
Le bambine consegnarono i bambini agli orchi. Il capo degli orchi prima tagliò le loro teste, per metterle nella collezione di teste, ma tenne il cervello per mangiarselo. Poi lui e gli altri orchi si papparono tutti i bambini con grande gusto. Mentre gli orchi stavano mangiando i bambini, le due sorelle, zitte zitte, riuscirono a prendere tutte le pietre preziose. Miracolosamente a questo punto arrivò anche la mamma, che chiamò gli orchi, li prese per mano e disse loro: «Signori orchi, venite con me, ho altri bambini da darvi da mangiare». I signori orchi, come scolaretti, presero la mamma per mano e la seguirono, ma quando arrivarono a casa, la mamma li spinse nel fuoco. Vittoriosa corse anche lei a prendere le pietre preziose e tutte e tre, le due bambine più piccole e la mamma/sorella, gridarono: «Siamo ricche! Siamo ricche!»
In quella, però, dalla finestra videro che gli orchi stavano tornando alla caverna: uno senza una gamba, uno senza un braccio, l’altro senza una mano…
E una bambina disse: «Oh oh! Gli orchi stanno tornando! E forse adesso ci mangeranno! Aiutooo!»

La maestra, dietro alla sua borsetta rigida, attese in silenzio che capitasse ancora qualcosa. I bambini la guardarono speranzosi, sorrisero con i loro dentini bianchi. Dopo un po’ di silenzio una bambina disse: «Lo spettacolo è finito».
«Ah» disse la maestra. «Bello» aggiunse imbarazzata. «Ma finisce male».
I bambini alzarono le spalle. «Non per gli orchi» disse uno di loro.
«Già» commentò la maestra. Guardò la porta e calcolò come riuscire a raggiungerla prima di essere presa.

Elena Marino

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5 thoughts on “Un regalo dai bambini

  1. Ottima allegoria del mondo editoriale. Gli orchi sono la litweb (compresa la sua regina ahimè), i bambini i Toscani e D’Antuono è D’Antuono

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