Liminal Personae #6: Gregor R

Liminal Personae nasce dalla necessità primordiale di osservazione e metabolizzazione del mondo, nello spazio e nel tempo presente. Nella ciclicità dell’archetipo e del simbolo ritroviamo nei gesti degli altri noi stessi, la nostra storia, e cerchiamo più o meno consciamente di sfruttare l’empatia come una sfera di cristallo, per scoprire quale sarà il prossimo passo. Ogni giorno tre lingue si articolano nella mente di S.H. Palmer. Le influenze dell’una ricadono sulle altre due e così in un moto perpetuo la scrittura e la comunicazione salgono a spirale, “per schiantarsi al suolo perpendicolari all’asse del mio respiro.”
Il nome della rubrica è un omaggio esplicito alla professoressa Clara Mucci. La sesta puntata (qui le precedenti), è stata scritta “in memoria di Gregor R. trovato senza vita nel suo appartamento (accanto al mio) la notte del 15 di agosto del 2018. Da quanto tempo giacesse lì, non ci è dato saperlo. Dal balcone di casa lo avevamo intravisto l’ultima volta una settimana prima, mentre andava a fare la spesa.”
L’illustrazione è di
EPVIVIVI.

Primo respiro

Gregor l’ho incontrato il quarto giorno dal nostro trasloco a Kalk. Per le scale. Mischa intratteneva un pubblico immaginario con la solita replica pomeridiana della sua tragicommedia “da diciotto mesi in su”. Non voleva salire quelle maledette rampe, alternava un passo da cinghiale con quattro da pulcino e quarantotto da gambero.

Le scale di casa nostra mi ricordano Foggia, senza una connotazione specifica in verità. Me la ricordano e basta. Vivo in una palazzina eretta nel Millenovecentocinquantasette, che ha ancora un’anima tangibile, una sua personalità tra le colate di cemento metropolitane anonime, grigiotte e di dubbio gusto.

Gregor l’ho incontrato quel quarto giorno, il primo che passavo sola con la bambina dopo la partenza di mio fratello. Era febbraio, sono passati tre anni, me lo ricordo come se fosse ieri. Herr Nachbar era alto, scavato e con gli occhi grandi. Gentili. Doveva avere quasi sessant’anni, indossava jeans a zampa d’elefante. I capelli liscissimi, castani ondeggiavano lungo tutta la schiena, serpeggiando a presagire sciagure. Quella volta sulle scale sorrise a Mischa, che neanche se ne accorse indaffarata com’era a borbottare cavolate, digrignare i dentini aguzzi. Spalancare gli occhi cerulei.

Sollevata, scoprii che quello strano essere – metà elfo e metà antico druido psichedelico – era il nostro vicino di casa.

Secondo respiro

Da quel momento ho incrociato Gregor ciclicamente, di sabato. In quei sabati oscuri e freddi che più oscuro e freddo non riesco proprio a immaginare. L’ho incontrato ciclicamente nell’atrio del portone in circostanze disperate: appena uscita dall’epico turno di sabato (tutto il santo giorno nella caffetteria a dare retta a una clientela spocchiosa, petulante e senza senso) io; sfondato piegato e dolorante lui.

Quei sabati Gregor sembrava avere cento anni.

La sua figura mi ha sempre affascinato, in bilico tra nobiltà e suburbia. Il portamento fiero e al tempo stesso esausto, provato da chissà quale demone. Gli occhi – enormi, a tratti un po’ vuoti – non guardavano mai direttamente l’interlocutore e rivelavano l’aver conosciuto soglie di solitudine e solitudini a cui non ci si può umanamente abituare. Che non si possono umanamente accettare. In quasi tre anni l’ho sentito ridere soltanto una volta. Due inverni fa. Faceva un gran baccano sul pianerottolo mentre noi varcavamo la soglia di casa. Sembrava molto felice, lo sembrava davvero, e anche un po’ su di giri. Aveva visite (un ospite) e cercava di aprire una bottiglia di vino rosso.

I suoi movimenti erano leggermente scoordinati, con la lunga coda di cavallo cinerea che ondeggiava morbida da un lato all’altro delle spalle. Si accorse di aver lasciato la porta aperta e con un gesto di lieve imbarazzo ci fece un cenno di saluto e la richiuse dietro di sé. Non l’ho mai più sentito ridere, eppure viveva dall’altra parte della mia cucina. Condividevamo una parete larga e sottile, di quelle che sembrano più linee di confine che mura di casa. Vivevamo su due fronti diversi della stessa realtà.

Primo sospiro

Da anni ormai ho capito che d’estate si muore e non c’è scampo. Le morti estive hanno tutto il profumo delle città vuote, dell’andarsene sotto voce. Spesso di notte, quando nessuno proprio se ne accorge. Come se l’anima lo sapesse e non volesse dar fastidio a nessuno. Quest’anno a Ferragosto ho cominciato la nuova vita che mi sono conquistata con le unghie e con i denti, che mi sono meritata dopo enormi sacrifici muscolari e spirituali. Il giorno di Ferragosto – che qui poi non è in nessun modo e maniera un giorno festivo – è stato il mio primo giorno di lavoro. La sera siamo tornati a casa tardi.

Due agenti di polizia parlottavano davanti al portone. Di fronte a loro qualche essere umano, due o tre non di più, comunicava a mezze parole in una lingua che poteva essere polacco oppure una lingua qualsiasi con forte accento polacco. In una sincronia involontaria ci siamo ritrovati a tornare a casa e salire le scale scortati dagli agenti e da due poliziotti della scientifica che chiudevano il brevissimo corteo notturno. Aprendo la porta di casa mi lascio scappare un “Oh lieber Gott!” quasi impercettibile, riuscendo a intravedere l’ingresso dell’appartamento di Gregor, dove si stagliava una montagna di vestiti sul pavimento. Una montagna di roba, quasi una macabra bancarella di un oscuro mercatino nei sobborghi delle città delle anime perdute. Tutto era silenzioso. Cupo. Grigio.

Avevo ancora la speranza che fosse già stato portato in ospedale, Gregor.

Secondo sospiro

In gran segreto, silenziosamente, rispettosamente e ritualmente, le ore seguenti sono state un susseguirsi di rumorini oscuri e suoni lontani (sebbene vicinissimi) di dubbia provenienza. Ci attanagliava la mente, in quella notte d’estate nel mezzo, il pensiero della solitudine profonda in cui Gregor doveva vivere, caratteristica fortemente stabile tra i miei concittadini nella mia nuova casa al centro dell’Europa. Individualismo e giungla urbana sono compagnie dalle molteplici sfaccettature.

All’una di notte, ognuno nel suo letto, ognuno solo con le proprie riflessioni, abbiamo riconosciuto il sibilo metallico della zip.

Qualche minuto dopo un sacco nero ha varcato l’ultima soglia, per uscire da casa nostra nel silenzio della notte. In punta di piedi, senza turbare il sonno del vicinato, a parte il nostro involontariamente e per coincidenze che ritengo oggi fortuite: almeno ho avuto l’occasione di salutarlo, in un certo senso, Gregor.

Era il mio vicino preferito.

S.H. Palmer

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