A colpo sicuro #5: Trilogia dell’inumano

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Trilogia dell’inumano (Pink Lodge 2018)

Shhh. Ascoltate. Lo sentite? Per le strade, nelle piazze, sotto il sole scrocchiarello, un solo grido s’alza ed il core ci ravviva: È arrivato l’arrotino! È arrivato siore e siori, non reca doni, bensì gioia e sorprese a chi ne voglia. Lui v’affila l’arma bianca che di sangue mai è stanca.
Chi non vuole, infastidito, udir il canto del buon uomo, poco importa: ecco il suono della ruota e delle carni. Sorridiamo, cantiam in coro, presto presto, giù i coltelli. Nascondiamo l’arrotino che già accorrono i gendarmi.
Signor agente eddai suvvia, non sia poi così severo, si fa solo per scherzare, noi si va A colpo sicuro!
Ci è sfuggito forse un po’ di mano. Ma questa storiella riassume tutto ciò che c’è da dire sulla rubrica di letture rapide con occhio allenato e esperto di Verde. Oggi abbiamo disturbato Franco Sardo (che è un amico) per recensire Trilogia dell’inumano di Massimiliano Parente (a bigger amico, proprio lui). C’è qualcosa di nuovo in rete, anzi d’antico: è il memicchio di Pink Lodge. Lunedì prossimo il pavido Marinelli ri-slitterà significato e coscienza del miglior raccontista e memer italiano. E ricordate: nel sole di Riccione dio non vi vede, Verde sì.

Sento il mio nome chiamare – non mi abituerò mai ad amare la pur elegante e gentile consuetudine di anteporgli il “signor“, incrina quell’adolescente cristallo che mi custodisco dentro – mentre sono semisdraiato su una spiaggina di legno laccata di sale, sotto un ombrellone davanti al suono molle della risacca sulla spiaggia di *** nell’isola di ***. Ad un uomo che dirò abbronzato preme consegnarmi un pacco che dalla dimensione e il peso stimo subito poter essere un panetto hashish. Mi scosto gli occhiali da sole dal naso, poggiandoli sopra la fronte nello stabile supporto dei miei fitti capelli bitorzoluti irrigiditi dalla salsedine. Con difficoltà lo scarto, dissimulando la mia contentezza davanti ai pur pochi compagni di sabbia incuriositi dall’insolita incursione del fattorino nella loro noia ocra e melma dell’ora dopo il pranzo al mare. Del mattone stupefacente quell’oggetto ha il timbro, una V in carattere privo di grazie, un cosiddetto bastone impattante, maiuscola e corsiva, ma non si tratta di resina di canapa. La V è quella di Verde Rivista, impressa sulla copertina di un libro che un biglietto mi indica devo immediatamente recensire. Come abbiano fatto quegli scapestrati scrittori a trovarmi non lo voglio nemmeno immaginare, le loro risorse sono orribili come l’infinito.

Il libro è la Trilogia dell’Inumano di Massimiliano Parente (La Nave di Teseo 2017, 1665 pp, 23 euro e 80 qui). Mi riporto gli occhiali scuri sul naso e, aperta una nota cellulare, con una mano comincio a scrivere, mentre con l’altra riprendo a spulciarmi sabbia dalle dita dei piedi, come prima che questo pezzo iniziasse.

Intanto trovo abbastanza curioso il fatto che il volume si chiami Trilogia dell’Inumano quando in realtà è composto da cinque libri: La Voglia, Contronatura, La Macinatrice, L’Inumano e Terra Cava. Ma evidentemente le strategie di vendita editoriali hanno felicemente incontrato le rimembranze da Goonie del Parente, cresciuto probabilmente a trilogie e girelle Motta, Il Signore degli Anelli e modellini Burago, Star Wars e Meccano, senza contare innominabili Brooks e… lo starnuto di vento di una palma pixellata mi distoglie e mi ridesta dal viaggio immaginario nel tempo. Con uno sforzo mi riporto sul presente, subito vengo colto da un’illuminante serendipità, perché in effetti è col tempo e la sua illusione che la Trilogia combatte la sua battaglia più eroica, dall’esito di un’ovvia sconfitta letteraria. In generale il rapporto fra racconto e storia sembra quello grottesco da satira cinematografica di costume all’italiana, con uomini carichi di attrezzatura da mare che stentano su roventi dune di sabbia, mentre la donna leggera e svolazzante si posa ora qua ora là a trovar posto. Istanti assottigliati come olio solare steso su una schiena ossuta, digressioni profonde come cannucce fra i ghiacci di un negroni, uno scorrere di eventi come di villeggianti sulla cifotica colonna vertebrale di assi di legno osteoporose che conduce alla spiaggia della carta e al sole degli occhi del lettore, così l’incedere si riduce non a una veleggiata esotica, financo su una zattera per lo meno con gli squali a fare da corteo, ma a una lambada in midi di un piano bar in un villaggio organizzato.

In questo senso la scena del clistere rovesciato nel taxi guidato dalla professoressa in lacrime rappresenta quantomeno un efficace diversivo, una sveltina col bagnino. Ma per il resto i personaggi estenuano, ingolfati spesso da monologhi immersivi in presunte saggezze, simili a quei parenti invisibili per anni che poi, aggrappati come koala all’albero genealogico, rosicchiano il nostro tempo, la nostra gentilezza, con racconti di veramente graziosi bed and breakfast, idraulici a Ferragosto e automobili prese a noleggio.

Cenno a parte merita il lungo capitolo dedicato al funerale ortodosso in spiaggia, forse lo zenith dell’intero tomo, in cui [SPOILER] l’improvvisata partita a schiacciasette collettiva fra i protagonisti [FINE SPOILER] rimanda alla dimensione, quella del sogno perverso e famigliare, che forse più si addice alla narrativa italiana classica e quindi d’avanguardia.

Il sesso, pur presente, più pillola di stelvia edulcorante che tornito capsicum erotico, è un topless disperato, un pettorale esausto, concentra la lettura per un istante, per poi dissolversi in un centrifugato di melatonina e sudore.

Il finale, stucchevolmente consolatorio, non rappresenta alcuna sorpresa, ma risulta comunque gradito a livello tattile, ricorda l’asciugamano caldo e croccante con cui si veniva coperti da bambini, coi denti battenti, le mani incartapecorite e le labbra cianotiche, per effetto dell’esagerazione nel vizio dei giochi in mare. Ed è con questa scena negli occhi che mi alzo finalmente dalla spiaggina, mi affaccio al bagnasciuga e scaglio la Trilogia dell’Umano in mare. Dentro una bottiglia, penso, c’è un messaggio, dentro un libro, un vetro vuoto. Entrambi vogliono giungere a qualcuno che li legga. Il cloruro di sodio invece no.

Franco Sardo

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