Appare la Madonna

With Love

MonicatrequartiWith Love

Come i più attenti di voi sanno, il nostro e non solo nostro, (ma soprattutto suoLuca Marinelli è reduce da un viaggio nella Ex Jugoslavia. Per noi ha scritto questo reportage, embrione del prossimo e monumentale Yogurtslavia. Felice coincidenza: oggi è anche il suo compleanno, come risulta dal nostro dossier.

Luca Marinelli quando si ferma a vagare con la mente (modalità default, la chiamano i neuroscienziati, otium, diciamo noi che siamo UOMINI DI LETTERE) strimpella sovrappensiero le sue lunghissime ciglia, lunghe come i crini dei cavalli dell’apocalisse; da fuori potrebbe sembrare si stia annoiando o stia ancora rimuginando per quei maledetti 73 euro che gli deve il commissario, in realtà sta concependo un racconto, qualche idea per un romanzo o un lucidissimo vocal per la chat di Verde. A quel punto inizia la lotta contro i conigli. I nient’affatto paciosi e pacifici leporidi, sono animali infingardi e subdoli, a dispetto del loro aspetto (proprio come i delfini: i conigli sono i delfini dei boschi; ma anche i miglioristi del P.C.I).
I conigli cercano di trascinare via dal sogno il nostro Luca, lo tirano per le lunghe ciglia,  con cieca ferocia ustascia, come se volessero ammainare le vele della sua fantasia, ma lui resiste e liberandosi dal giogo sbatte le ciglia di mantice spazzando via i conigli. Alcune bestiole, le più placide, rimangono lì, assoggettate al suo volere, e mettono ordine tra i suoi pensieri trasportando scatoloni e archiviando file. Per questo e per altri mille motivi Luca è il re dei conigli. Dovete sapere che questa lotta tra Luca e i conigli avviene ogni mattina. Ogni giorno presa della Bastiglia, Rivoluzione e Restaurazione, in maniera ciclica.
Sul gruppo w.a. n. 23 di Verde, Luca ci ragguaglia quotidianamente su questa eterna lotta tra il quasi bene e il quasi male. Beh, che dire, buon compleanno piccolo principe cripto-golpista e proto-evoliano!

Ciò che segue è il suo reportage.
A noi che rimaniamo non resta che leccare la testa di Paolo Brosio sperando di veder la Madonna. Ma questo è solo un mezzuccio, una versione Eurospin della vera visione: quella che ha avuto Luca.
Buona lettura e S.O.S. (Save Our Souls).

APPARE LA MADONNA
Note preparatorie alla stesura di Yogurtslavia

Qualche tempo fa discutevamo come al solito con il pierluchetto, perché da brava testa di cazzo non paga gli arretrati, quando questo Commissario dei pagliacci mi fa, così, all’improvviso: li vuoi quei settantatré euro che ti dovevo?, vediamo se t’aregge la pompa; vai in pellegrinaggio a Medjugorie e te ne do il doppio.
Lo sa, questo re dei ciarlatani che mi sta toccando una ferita aperta, che quei settantatré euro per lui non sono un cazzo ma per me sono aria, infatti se ne sta seduto sulla sua poltrona di pelle di eloderma, ne carezza i braccioli ruvidi e velenosi come se fossero i fianchi di una donna bellissima e se la sghignazza avvolto nella penombra del suo quartier generale, con il suo grosso, tipico cubano mozzicato sul lato tra le labbra, e io – che sento di odiarlo come non ho mai odiato anima viva: che sento di aver trovato il mio Nemico Numero Uno – per i soldi e per non dargliela assolutamente vinta mi trovo ad accettare.

Così, qualche settimana dopo, ho tutto pronto e mi imbarco per Dubrovnik, che è una città dove le gambe lunghe dei locali sono gratifiche di un capitalismo evoluzionistico che li ha visti non soccombere di fronte alle salite interminabili che posseggono l’insolita proprietà di non corrispondere mai a delle discese, ma solamente ad altre salite – come sarebbe nel quadro di un Escher crudele, o nel sogno di un topologo pazzo – e dove esistono soltanto i gatti bianchi neri e rossi, qualcuno tra qualche secolo si accorgerà che per interi decenni nelle fotografie di Dubrovnik dei turisti giapponesi gli unici animali a comparire sono stati questi gatti secchi bianchi neri e rossi e i croati.

marinelliNon ci passo molto tempo, comunque, in questa città: quando a uno degli sgherri del pierluchetto, un certo Anaconda – appena prima di lasciare l’Italia – ho rifilato le fotocopie dei documenti che attestavano la mia partenza ho come sentito che ovunque fosse, annidato in una delle idromassaggio di Villa D’Antuono con qualche sgallettata coreana o a fare totali sulle liste dei favori che gli devono i suoi cosiddetti Amici, abbia sentito come un brivido, e quel brivido era il primo sintomo di un’imminente sconfitta. Così addirittura prima che giungessi a destinazione mi è stata recapitata la metà del malloppo, purtroppo i soldi erano quelli che erano e io non potevo permettermi di fare il turista, avevo una missione da compiere. Inoltre scopro che il pullman per Medjugorie, notoriamente utilizzato da vecchi baciamadonne spendaccioni, costa troppo perché io possa permettermelo.
Avendo sentito da uno zoppo Macedone che gestisce questo Risto-Bar Hawaiano davanti alla stazione degli autobus di Dubrovnik che da qualche parte nel cuore montuoso della Bosnia i Hercegovina, circa al confine tra la Federacija e la Republica Srpska avrebbero presto avuto bisogno di manovalanza per la costruzione di un monumentale osservatorio e centro di accoglienza per alieni extra-solari, decido di andare a dare un’occhiata, e magari se mi dice bene racimolare qualche spiccio in più per arrivare il più pronto possibile all’appuntamento con la madonna.

Inutile dirvi che il lavoro era un’inculata; dopo oltre nove ore di questo pulmino sei posti che corre a ciavatta sulle strade dissestate, a strapiombo sul canyon della Miljacka arrivo su questo picco dimenticato da dio a oltre millecinquecento metri di altezza e scopro che serve gente per sminare i dintorni dell’osservatorio, gli ultimi dieci che sono venuti ad aiutare non sono attualmente più disponibili.

marinelli 2Però pagano bene, e allora decido di accettare; tra l’altro, non tutto il male viene per nuocere: il primo giorno di lavoro scopro che nello stesso cantiere ci lavora anche Paolo Gamerro; a dire la verità lui non smina, sta gettando le fondamenta nelle parti già messe in sicurezza, e quando gli chiedo come mai sia lì mi dice che è venuto a fare il carpentiere perché vuole vincere il Premio Strega.

Con Paolo ce la spassiamo per un po’ e lui mi mostra la sua incredibile capacità di indovinare con esattezza, guardando all’orizzonte i manovali che cercano le mine sotto le pietre dell’ampio altipiano, quando uno di loro e chi salterà in aria; lo capisci avvicinando l’orecchio a terra, mi spiega: hai presente quando ti avvicini una conchiglia e senti il mare? Ecco, quando un piede sta per calpestarla, c’è un momento in cui è come se la mina antiuomo dicesse ********!

Purtroppo quella in cui sono arrivato è la sua ultima settimana e dopo un paio di giorni lo devo salutare. Gli auguro tutto il meglio e lui mi dice che confida nel fatto che dopo altri dieci giorni a riparare un guasto alle tubature di una SPA di Spalato non avrà più problemi a far accettare i suoi testi dalle più grandi riviste.

In quel momento penso: chissà se ci vedremo ancora; poi torno al lavoro.

Nei giorni successivi i volontari alla costruzione dell’osservatorio vengono decimati da una insolita concentrazione di bombe dalle parti della vecchia antenna per le telecomunicazioni abbattuta dagli aerei serbi durante la guerra e io mi sento, ed effettivamente lo sono, sempre più solo. L’acqua e il cibo scarseggiano, scopro improvvisamente quanto cazzo siano buone le cipolle e, nelle lunghe notti senza luna approfondisco la conoscenza del capocantiere, un tale Kefalo.

Kefalo è un secco bosniaco di etnia croata con la testa a forma di mongolfiera il cui compito è quello di controllare i lavoratori e ogni tanto sussurrare qualche ordine nel suo pessimo inglese da cadetto della mafia russa a New York; o almeno, questo è quello che lui afferma essere il suo compito.

In effetti, se così dovesse essere, lo assolve alla perfezione: Kefalo se ne sta seduto tutto il giorno e tutta la notte su una vecchia poltrona sgangherata che ha portato sul prato davanti al cantiere e sta completamente immobile, guardando il cielo, eccezion fatta per quei gesti che gli servono per fumare e bere rakija, un distillato superalcolico alla frutta che lui predilige alla mela e di cui si scola circa tre litri al giorno.

Questo coriaceo bosniaco è capace di fumare oltre sessanta sigarette girate a mano con la carta di una vecchia agenda da appuntamenti al giorno e quando, per fare conversazione – e anche perché a dire il vero mi sta piuttosto simpatico – gli chiedo se non ha paura di prendersi il cancro o la cirrosi lui ride e mi risponde che in realtà non gliene importa nulla di queste malattie; poi mi chiede se io per caso sappia il motivo per il quale guarda costantemente verso il cielo.

Ovviamente non lo so.

Allora mi spiega, con difficoltà e con un sorrisetto beffardo sul volto: è perché tra poco arriveranno gli alieni; e anzi, se deve essere sincero lui spera di prendersi una di queste malattie, perché quando gli alieni saranno arrivati lo caricheranno a bordo della loro astronave e lo guariranno dal cancro e da tutto quanto con le loro tecnologie avanzatissime in cambio della sua ospitalità.

Io devo aver avuto lo sguardo stranito dal suo racconto; in un certo, malato modo la sua logica ha un senso. Lui sembra capirlo, butta giù un bicchiere di rakija, si accende una sigaretta e mi dice: Man I’m kefalo, e si picchietta la nuca con l’indice, I’m smart.

Nonostante il bello scambio di opinioni che si viene a creare con il capocantiere la situazione comincia presto a farsi tragica per me. Dove sono non c’è luce, non c’è acqua corrente, mi devo fare le seghe all’aria aperta fingendo che due rocce particolarmente ben messe siano il paio di tette di una Mystica trasformata in pietra da una bella Medusa con la quale possibilmente ha fatto prima cose un po’ lesbo anche con i serpenti, e c’è un enorme cane nero che la notte mentre dormo boccheggia sopra di me facendomi cadere grosse gocce di bava in bocca e sul naso; comincio a pensare di non poter resistere, di non essere tagliato.

Vedendomi sempre più giù, che quasi non penso più a dove metto i piedi quando la mattina vado a sminare qualche metro quadrato, il buon Kefalo mi avvicina – una sera particolarmente fresca e che l’assenza della luna rende stellata – e mi dice di seguirlo, che mi deve mostrare qualcosa. Non ho niente da perdere e quindi, quando per la prima volta da quando sono lì lo vedo alzarsi e cominciare a zompettare da una roccia all’altra come uno stambecco, gli tengo dietro.

Inizialmente mi conduce in una radura, ci facciamo largo in questo mosaico di fitta vegetazione e poi cominciamo a salire su un albero, io con fatica lui con un’agilità da primo uomo. A un certo punto si ferma, siamo a una certa altezza, solo dopo qualche attimo noto una busta appesa a un ramo. Da questa il bosniaco tira fuori una tavoletta da cesso intagliata in legno e un panno di peltro, li poggia in bilico tra due rami, si abbassa i pantaloni e vi si siede, cominciando a sforzarsi per fare la cacca. Non me l’aspettavo e l’unica cosa che posso fare è distogliere lo sguardo, per fortuna il tutto dura poco, quando ti devi adattare a certe condizioni muori o diventi rapido. L’uomo tira fuori un rotoletto malmesso di carta igienica dalla busta, si pulisce il culo e poi ripone tutto dentro, si rialza i pantaloni e si scusa, dice di aver avuto un’impellenza, ma ora possiamo procedere. Non posso che dirgli di non preoccuparsi, e lui mi invita – quando ne dovessi avere bisogno – a utilizzare senza problemi il suo gabinetto di legno, della cui ideazione sembra particolarmente soddisfatto, che per il luogo – va detto – è davvero un comfort di livello superiore.

Poi procediamo, e scopro che fin dal principio Kefalo mi vuole portare nel posto più pericoloso che c’è nel raggio di almeno cento chilometri dall’osservatorio: sotto la torre delle telecomunicazioni.

Quando me ne accorgo io mi paralizzo; è buio e le possibilità di andare a finire gambe all’aria sono altissime. Lui va un po’ avanti poi, quando non mi sente, nell’oscurità si gira e i suoi occhi quasi verdi si illuminano come quelli di un gatto. Ci pensa un attimo, si picchietta il dito indice sulla testa a mongolfiera, poi mi dice: See, Luka, see!

E comincia a saltare da una roccia all’altra. See? You no touch ground, You is safe man.

Magari se il destino vuole così, quello non è poi un brutto posto per finire a gambe all’aria, penso. E comincio a seguirlo.

Quando, di roccia in roccia, arriviamo sotto all’ammasso di ferraglia, una fitta nebbia ci investe circa all’altezza del mio busto, quindi più o meno del suo bacino. La nebbia in Bosnia è una variante gelatinosa della nebbia che conosciamo: si appiccica, sembra liquida, ci nuoti dentro. Alcune strane lucciole che emettono una luce verdastra emergono di tanto in tanto dal lago di nuvola e eccitano l’aria notturna. Si sentono grilli, cicale o quello che sono.

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Kefalo si gira verso di me e mi dice, a voce bassissima, con la schiena piegata, in tono quasi ossequioso, indicandomi il buio sotto la torre delle telecomunicazioni: See, Luka, see. Succede qualcosa.
Tutte queste lucciole, che aumentano e aumentano, si uniscono in un punto preciso come a formare un’aura, un ampio spettro di luce. In esso, nella tunica caratteristica dei jedi appaiono due figure eteree, semitrasparenti, che con un movimento lento si sfilano – entrambe – il cappuccio: sono Quaranta e Tabagista Frau. Emozionato e sconvolto faccio per avvicinarmi con uno scatto, ma Kefalo mi ferma. Mi stringe il braccio e mi dice, lascia che siano loro a parlare con te.
Di Tabagista sapevo che era deceduto in circostanze poco note, ma che Quaranta fosse evaporato… Deve aver sentito la morte vicina dopo le minacce neanche troppo sottili che hanno seguito la sua recente separazione da Verde.
In ogni caso, loro non mi confermano né smentiscono niente. Tabagista, che è sardo, parla già un po’ come il maestro Yoda: mi dice, con un bel sorriso e una sigaretta tra le labbra, un ragazzo coraggioso tu sei; resistere tu devi, una minaccia grande incombe su di te, ma la forza potente in te è. Gli chiedo perché abbia ricominciato a fumare e lui mi risponde nell’unico modo possibile: che in ogni caso non si può morire due volte. Io gli dico che lui non è morto, che loro non sono morti, sopravvivono dentro di me e Francesco sorride, sfila dalla cintura l’elsa dalla spada laser che in realtà scopro essere un microfono e comincia a cantare, è una canzone bellissima e un coro di stonati che incredibilmente ci stanno di cristo gli fa da contraltare.

Il loro incontro mi dà la forza di continuare a lavorare duro, e la costruzione dell’osservatorio arriva al termine. Intanto degli alieni nemmeno l’ombra.
Con i soldi che ho racimolato posso finalmente dirigermi verso quella che è sempre stata la mia meta: Medjugorie, il paese della madonna. Quando vado via dall’osservatorio sia io che Kefalo ci commuoviamo, o forse è solo un effetto fisiologico che scaturisce naturalmente dopo una certa percentuale di Rakija nel corpo. Kefalo mi regala un accendino Bic piccolo di un grigio orribile, che in quel posto è una cosa molto preziosa, io gli prometto che la prossima volta gli porterò un gabinetto, e che pregherò per lui. Lunghe ombre si stendono sull’altipiano e io sento una terribile sensazione attraversarmi il corpo, come se qualcuno mi stesse spiando, come se qualcuno mi avesse già tradito. Penso al commissario e vengo colto da un brivido.
Mi armo di coraggio e vado a prendere un autobus, scendo a piedi, ormai le mine non mi fanno più paura.
Il mio primo impatto con Medjugorie è dei più positivi. L’aria è tiepida e non collosa come quella della montagna, le indicazioni per andare nei due tre luoghi di interesse sono chiare e tante, le bancarelle e i negozi – in alcuni casi si tratta di vere e proprie gioiellerie – dedicate alla madonna e a suo figlio sono innumerevoli e variopinte.

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Mi sembra subito un posto incredibile e affascinante. I bosniaci qui, tutti di etnia croata cattolica sono particolarmente nazionalisti (e però sono tra i pochi forse a non esserlo con la loro nazione) e vanno in giro con macchine dipinte integralmente a scacchi bianchi e rossi, i lati della strada sono affollati da decine di pullmann, per la maggior parte di anziani napoletani e di siciliani, signori di mezza età, donne sole e madri con i bambini tra le braccia che scendono a fiumi e invadono ristoranti a tema religioso, bancarelle e negozietti.
Per un attimo nel flusso di napoletani che scende da un grosso pullman nero a due piani mi sembra di vedere Luca Mignola e Antonio De Vivo, ma forse è tutta una suggestione. Li cerco ancora con lo sguardo e sono come svaniti nel nulla.
Dopo le innumerevoli ore di pullman dall’osservatorio non è certo presto, e devo recarmi alla mia sistemazione. Alloggio alla Casa del Pellegrino, che raggiungo attraversando le campagne piatte, pulite e inquietantissime appena fuori dal paese, campagne stracolme di cicale o grilli o il cazzo che sono quelle bestie che sembrano pregare in un canto continuo.
Scopro essere, questa Casa del Pellegrino, una pensione da venti stanze gestita da una croata che sembra la versione anoressica di Ursula della Sirenetta Disney. Non le renderei giustizia se non dicessi che questa Ursula possiede grande in sé il dono dell’ospitalità, e oltre ad assegnarmi la mia stanza mi spiega come funzionano le cose lì. Scopro così che esiste una procedura per effettuare correttamente il pellegrinaggio e questa comincia dalla sera stessa.

Il primo passo, dalle dieci di notte alle quattro di mattina, è l’adorazione della madonna all’interno della chiesa di San Giacomo.

marinelli 5Il secondo passo è la via crucis, che va effettuata la mattina durante la salita sul monte Križevac per circa otto chilometri. Monte al culmine del quale c’è una croce da raggiungere (la foto ritrae il monte e la croce dalla Casa del Pellegrino).

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Il terzo passo della procedura infine, scesi dal Križevac è la salita del monte Pobrdo, detto anche collina delle apparizioni, che è il luogo dove, alla fine di tutto l’ambaradan, dovrebbe avvenire il miracolo.

marinelli 7Ursula mi consiglia di svegliarmi la mattina molto presto, perché la strada è lunga, e soprattutto se ho intenzione di baciare ogni scalino nel riscendere dal Križevac sono necessarie svariate ore. Ringraziandola infinitamente mi ritiro in camera per riposare, d’altronde se dalle dieci alle quattro devo adorare non posso assolutamente permettermi di sprecare energie.
Nonostante questa consapevolezza, appena entro in camera – un luogo spartano, un luogo che come tutti i posti di chiesa sa di ospedale e pipì, sulla parete del quale la cosa che spicca è un bel crocifisso di metallo e legno – metto la password del wi-fi e vado a controllare se hanno bloccato YouPorn oppure non c’hanno pensato per niente. Devo dire che a farmi una sega in quel posto non mi viene completamente duro, non posso fare a meno di pensare al fatto che Ursula potrebbe star controllando il traffico internet della Casa e – appena esco – potrebbe additarmi per il peccato commesso, o trasformarmi in un tritone. Appena finisco mi abbandono all’odore di chiesa cattolica che è un tutt’uno con la stanza e, dopo aver messo la sveglia alle nove di sera provo a dormire.
C’è uno dei miei migliori amici che dice che gli fa schifo il concetto di mangiare il corpo di cristo, l’idea che l’ostia diventi in realtà un pezzo di carne lo fa vomitare. A me no, io più che altro sono sensibile all’odore.
Probabilmente è tutta una questione di suggestione, non lo nego. Forse sono condizionato dalla parola sudario, dalla visione della levigatura di ogni cosa nelle chiese che mi fa pensare che vengano continuamente rilasciate particelle respirabili, e quelle particelle derivino dallo sfregamento delle persone con gli inginocchiatoi o da batteri alieni che invadono l’acqua santa dopo che essa viene legittimata come santa. Mi sembra che tutto sappia di pipì, di ospedale e di morte, nei posti cattolici; sempre.

Comunque alla fine mi addormento, e mi risveglio con il suono della sveglia pronto per tornare al paese: predisporsi al miracolo. L’adorazione. La procedura va rispettata sennò, io credo, non potrai mai giudicare con certezza se sta madonna appare oppure no.
Ma prima, ho una fame de cristo. Così lungo la strada mi fermo a uno dei caratteristici fast food locali e ordino il Christo Burger con patate fritte e una coca cola light.

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Mi ricordo che quando ero piccolo mi stupii, un’estate in cui andai in gommone con i miei in Grecia, del fatto che a Itaca ci fosse il bar Ulisse; la vedevo come una mancanza di rispetto: era il mio primo approccio con le politiche di marketing che sfruttano il territorio, e rispetto a Medjugorje non era proprio niente.
Finito di mangiare passo tra i ristoranti Italiani, tra i negozi e tra gli alberghi e arrivo a San Giacomo, gremita di gente per l’adorazione. Entro, mi faccio il segno della croce, e per un po’ me ne resto in disparte a osservare il flusso, a notare le differenze umane tra i pellegrini – e ci si potrebbe fare un catalogo: dalle vecchie chiacchierone che trascinano il marito, la classica coppia comica al gruppo di amiche cinquantenni con lo scialle azzurro del tour organizzato Medjugorje 2018, dalla solitaria zitella trentacinquenne alla comitiva di Molisani, dal solitario con il breviario che si prostra baciando il pavimento della chiesa si possono ordinare le persone per priorità, mettendo in alto quelli che – lo vedi – in gesù c’hanno veramente un amico, una speranza; e si inchinano con quel gesto che sa di spontaneità e di abitudine, un gesto fraterno, al loro signore in quella grotta che risuona dell’eco dei colpi di tosse che si rispondono.
Mi inginocchio su un banchetto, sono le dieci e venti, ho tutto il tempo per fare la mia esperienza di adorazione; penso: la mia ultima volta era stata alla GMG di Sidney.
Torno alla Casa del Pellegrino alle tre e mezza, rincoglionito e stremato, con le ginocchia a pezzi, dopo tante ore nel silenzio più assoluto della chiesa che si è andata a svuotare nelle ore più tarde e butto solo uno sguardo veloce alle cabine confessionali divisi per lingua parlata che le persone, i peccatori ancora non abbandonano.

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La mattina seguente la sveglia suona alle sette e non sono per niente fresco, tutt’altro sento come se qualcuno m’avesse piantato un crocifisso appuntito nella testa. Per un attimo mi torna in mente il Commissario e quanto lo odio, penso in pieno stile cristiano: un giorno me la pagherà per tutto questo. Faccio colazione, poi comincio a salire. La verità è che Ursula mi ha mentito: non ci sono scalini per andare sul Križevac, ma solo sassi polverosi e appuntitissimi e niente ombra, così il sole: che quando arrivo alle nove è già vigoroso, ti tormenta e ti senti davvero un po’ sulla via crucis anche tu.
Io sono da solo, ma praticamente tutti salgono sul Križevac in gruppo e accompagnati da un sacerdote. Salgono, ansimano, boccheggiano, sudano e poi a ogni stazione della via crucis si fermano e – in base alla volontà del prete – recitano una preghiera, fanno letture, cantano, si riposano, cose così, poi proseguono.
Comincio a ripassare a mente il catalogo di questi gruppi, secondo una classificazione che già dai tempi dei gruppi parrocchiali doveva esistere ben radicata in me, perché vedo che mi riesce automatico questo riconoscere e organizzare: e vedere alcune cose mi fa un po’, anche non volendolo, sentire a casa.

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Ci sono quelli che giù erano i pullman di vecchi siciliani e napoletani che arrancano accompagnati da preti che hanno fatto di questo il loro mestiere, loro sono stanchi, poco energici, infarciti di oggetti che comprati nei negozietti in paese, e giudicano le parole del loro accompagnatore come se fossero su un trip advisor live, dicono: Sto frate prete mi sta simpatico. Perché a modo suo è un contemplativo. Vedi quanti discorsi ha dentro?
La maggior parte delle persone di questi gruppi non arriveranno in cima agli otto chilometri di salita, la via crucis è davvero molto pesante per chiunque, chi ha problemi di gambe non può salire, figurarsi quelli che sono qui non per il pellegrinaggio ma per il turismo religioso.
All’esatto opposto ci sono i boyscout, agili, giovani, che forse lo fanno più per la scalata in sé, per la sfida, che per altro. I boyscout non sono lontani dai gruppi di preghiera livello avanzato, che salgono scalzi, tutti quanti, rapidi e precisi nel saltare da una roccia all’altra – non sembra importare la loro età – come assassini. Quando i gruppi di preghiera livello avanzato cantano, sembra che si siano portati a presso le casse e il disco di un coro di professionisti, mentre ti danni per arrivare in cima alla cazzo di montagna li senti arrivare e come li senti arrivare li senti andarsene, impeccabili e rapidissimi, come mantidi religiose.
C’è il gruppo guidato dal giovane prete sudamericano che racconta il vangelo alla Gabriel Garcia Marquez facendo innamorare la figlia quindicenne della coppia ipercattolica e c’è quello con il veneto sessantenne noioso, che ti fa addormentare.
E poi ci sono le vecchie soliste. Le vecchie soliste, che al livello scientifico fisico non avrebbero la forza per andare dalla loro casa al piano terra al supermercato, salgono come se nulla fosse sul Križevac scalze e pregando forte, nonostante gli sanguinino i piedi. Ne ho vista una incitare la figlia cinquantenne con le scarpe da ginnastica che stava piangendo perché non ce la faceva più a salire: la rincuorava dicendole che erano quasi arrivate.
Tutto questo mi commuove, e credo che chi vede la fede come una cosa negativa la guardi dal punto di vista sbagliato.
Certo, è chiaro che chi specula sopra le superstizioni delle persone dovrebbe morire male, ma questo non è un problema di chi vive il sogno. Io credo che se a settant’anni ti fai tutti ‘sti chilometri sugli spuntoni scalzo in salita te lo sei meritato di vedere la madonna, e credo che questa cosa di vederla veramente la madonna, perché l’hai voluto tanto ardentemente, sia una cosa così umana e incantevole che certo al giorno d’oggi un po’ sottovalutiamo, una cosa che riguarda la potenza assoluta della creatività umana e il modo in cui emerge nel mondo la meraviglia.
Non importa se la vostra realtà a rigor di logica è più sensata, o almeno non se non dovete costruire un televisore o curare una malattia, non importa se la loro realtà vi sembra far acqua. Poi, lo sappiamo tutti che il cristianesimo ha le sue contraddizioni: i bastoni sono permessi per scalare le montagne ma non te li puoi mettere in culo, e cose di questo tipo, ma viva la felicità anche se conquistata per mezzo della relatività del concetto di verità, anche se mediante l’immaginazione, viva il mascheramento della paura della morte, in qualsiasi modo esso venga raggiunto.
In fondo mi sembra che sia tutta una questione di scegliersi la propria, relativa verità, integrarla con la realtà che percepiamo e rassegnarci al fatto che non potremo mai avere ragione, e quindi l’avremo sempre.

A circa metà tragitto per il Križevac pensavo di star morendo, veramente, e menomale che era sei mesi che facevo palestra. Mi sono ricordato, mentre arrancavo su una roccia particolarmente alta, le parole di Tabagista e la canzone di Quaranta, loro mi sono apparsi lassù da qualche parte, vicino alla croce sulla vetta, non erano la madonna ma per me va bene lo stesso.
Arrivato in cima con le ultime forze, distrutto al pensiero di dover scendere e salire su un’altra montagna, ho rivisto De Vivo e Mignola. Lassù non c’è ombra, non ci sono pietre, e così non hanno potuto evadere al mio sguardo. Mi sono avvicinato, ma discretamente, stavano pregando la madonna per la nascita di un gruppo forte nell’area napoletana, ho sentito chiaramente che chiedevano di far cadere dal motorino Vanni Santoni; ho fatto finta di niente, non mi andava di metterli in imbarazzo, come dicevo il credo è privato e tale deve restare.
Mentre scendevo, stanco ma tutto sommato soddisfatto, pensavo, ora ho capito: dunque è così che nascono le scenicchie.

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Luca Marinelli

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