Calzini

Svegliami1

Monicatrequarti – Svegliami

Buon venerdì debunker e sgominatori di bufale, (macché, davvero?)
Nonostante la calura estiva non abbiamo perso il nostro smalto, e così speriamo di voi. Parte della redazione di Verde, come sapete si trova in Sardegna grazie alle vostre donazioni con paypal. (La vacanza è una copertura alla Giangiacomo Feltrinelli, infatti il commissario ha in mente di far della Sardegna la Cuba delle scenicchie. O almeno così ci piace millantare). Qui procede tutto bene tra Paperinik, cocktail ‘Marco Biagi’, pagliette, cornetti vuoti (ma se c’è il niente allora non son vuoti…ma Wittgenstein come è noto non faceva colazione, quindi pace), racchettoni, divertenti reading oristanesi, grazie Franco Sardo! (fuori le foto!) e Gesù vaporwave.
Ci teniamo a rassicurarvi che se dovesse succedere qualcosa al nostro commissario, non ci affretteremo a sostituirlo, ma solo perché non siamo quotati in Borsa. Ancora. Tanto dovevamo ai nostri finanziatori. (Questo vale ovviamente solo per il nostro a.d., per quanto riguarda gli altri sarà usato il metodo FrauQuaranta, che come ricorderete nel periodo raffreddore e placche furono sostituiti dal crumiro P. Palermo).
Comunicato della redazione incattivita rimasta nel Continente per problemi con il passaporto: lungi da noi seminare il dubbio ma se il commissario è davvero in ritiro ascetico in un eremo, come ha fatto a scrivere questa recensione? Esigiamo chiarezza sul rendiconto vacanze, le donazioni dei lettori e soprattutto su che fine abbiano fatto i 73 euro di Luca Marinelli. Comunque buona vacanza: circumnavigate pure la Sardegna con i broom broom pedalò, ma con cautela, amici.
Espletate le formalità, i soliti messaggi cifrati e autoreferenziali, i consueti avvertimenti e le velate allusioni passivo-aggressive, passiamo ai racconticchi (marginali rispetto ai nostri editoriali, ormai è chiaro. Racconti capestro, ekphrasis, oseremo dire).

Ma bando alle minacce: oggi con noi un gradito ritorno: Jacopo Marocco! Jacopo con questa sua spy-story avvincente ci porterà dagli U.S.A. al fantabosco cercando di risolvere uno dei misteri più oscuri della storia umana. Seconda solo a “Che diavolo di fine ha fatto Teodoro Buontempo?” EDIT: È morto. Ci dicono che è morto.
Buona lettura.
Illustrazione di Monica Trequarti.

1.

Casey era ubriaco il giusto quella sera. E si sentiva libero: finalmente Janette se n’era andata di casa, portandosi dietro pure il marmocchio. E anche il cane non dava più noie.

Appena uscito da lavoro si era fermato all’Irish Pub, vicino alla stazione dei bus, e lì si era scolato tre pinte di birra e un po’ di whisky allungato con dell’acqua. Poi, tornato a casa, aveva cenato con una scatola di tonno, pane in cassetta e birra calda.
Si sentiva davvero in pace Casey. Non riusciva a smettere di pensare quanto avesse fatto bene ad aver dato quella scarica di botte a Janette, una settimana prima.
Forse la cosa migliore che ho fatto in vita mia, pensò.
Ora non riusciva nemmeno a ricordare perché l’avesse picchiata. Ricordava solo che gliene aveva date più del solito e che, a un certo punto, quando lei era caduta a terra, svenuta, s’era spaventato. Ma poco dopo Janette riprese i sensi, si rialzò da sola e il giorno dopo in casa non c’era più traccia né di lei né del bambino.
A Casey però non era bastato: la sera stessa, mise il guinzaglio al meticcio che da circa tre mesi s’era stabilito a casa loro e lo lasciò legato a un palo dietro al canile comunale.
Era poco più che un cucciolo, capitato un giorno dal nulla, e Casey l’aveva tenuto solo per non sentire il figlio di Janette frignare. Ma ora anche il cane non c’era più. Niente più passeggiate per farlo andare di corpo e niente più rotture da parte dei vicini per gli abbai notturni.
‘Fanculo tutti. Ora sì che se la sarebbe spassata.
C’era qualcosa però, qualcosa che da qualche ora disturbava la sensazione di libertà e pace di Casey.
Tutta colpa di quel testa di cazzo, pensò.
Poco prima di uscire da lavoro aveva avuto a che fare col capo operaio:
«Tu lo sai Casey che questa è un’azienda farmaceutica, sì? Vero che lo sai? Tu lo sai che qui ci viene richiesta la massima pulizia e che quindi è inaccettabile che tu da giorni porti gli stessi abiti? Se passasse un controllo e ti vedessero così zozzo, ci metterebbero in quarantena. Ti si è forse rotta la lavatrice?»
No, è che io non so nemmeno come cazzo si accende una lavatrice, e quella troia di Janette di certo non può più aiutarmi, pensò Casey. Ma non disse nulla.
«Beh» fece il capo operaio, «Domani ti voglio al lavoro con abiti puliti, intesi?»
«Intesi» rispose Casey con lo sguardo a terra, pieno di rabbia e vergogna.
Intesi sì, non sono mica un cazzo di barbone io, bofonchiò andandosene.

Se ne stava sul divano ora, cercando di masturbarsi guardando un film porno sul cellulare. Ma non ci riusciva, la voce del capo operaio continuava a tornargli in mente.
Se passasse un controllo e ti vedessero così zozzo, ci metterebbero in quarantena.
«Quarantena un cazzo!» urlò Casey alla stanza vuota. Sbuffando si alzò, gettò il telefono sul divano e andò verso la lavatrice. Rimase lì davanti, immobile, a fissare l’elettrodomestico come se si trovasse davanti a un oggetto extraterrestre. Il silenzio della casa rotto solo dai gemiti dei protagonisti del porno, ancora in azione sul telefonino.
Alla fine si decise: si tolse i vestiti sporchi per cui era stato rimproverato, che ancora non si era tolto, e li gettò nella lavatrice. Ci mise dentro anche gli altri panni da lavare, fermi lì da quando Janette se n’era andata. Chiuse l’oblò e pigiò il tasto ON. Non accadde nulla, non si accese nemmeno una spia luminosa.
Si mise a sedere per terra, affranto.
Certo che Janette però in queste cose ci sapeva fare, pensò.
Gli venne voglia di una birra fresca. Ma in casa non ne aveva. Fu allora che gli venne in mente: accanto all’off license del bengalese giù all’angolo, fornito di ogni tipo di birra, c’era una lavanderia a gettoni, di quelle con le lavatrici gigantesche e facili da usare. Uno, due bottoni al massimo. Ci aveva accompagnato Janette qualche mese prima, una volta che la loro lavatrice non voleva saperne di funzionare, e rimase stupito dalla semplicità d’uso di quelle grosse lavatrici. Ripescò questa informazione da qualche anfratto del suo cervello e cercò di farne tesoro. Avrebbe unito l’utile al dilettevole, il bucato con la birra.
Tirò fuori i panni dalla lavatrice e li mise in una busta. Lasciò fuori una tuta che non era del tutto lercia, la indossò e uscì.

Il bangla faceva davvero schifo a Casey, come tutti gli extracomunitari del resto. Aveva sempre pensato che quel lavoro avrebbe dovuto farlo uno del posto, non un muso semigiallo – come amava definirli lui. Ma era il modo più semplice e veloce per farsi una birra senza dover entrare in qualche locale.
Prese due doppio malto in lattina da mezzo litro, pagò e uscì, diretto alla lavanderia. Per strada Casey ingollò avidamente la prima birra, accartocciò con una mano la lattina vuota e la gettò addosso a un barbone che dormiva appoggiato alla vetrina di un negozio sfitto.
Passò davanti a una puttana. La conosceva, era Penny e da circa un mese batteva quella zona. Era bionda e magra, di una magrezza tossica, che solo certe malattie e dipendenze possono dare. Penny era girata di spalle, così Casey le fece un fischio per farla voltare, provò anche a dirle qualcosa, ma lo sforzo gli fece tornar su un po’ di birra. Così tirò dritto, per non rischiare di vomitarle addosso.

Entrò nella lavanderia. Dentro c’era una donna nera molto grassa, che uscì poco dopo. Casey si guardò intorno, soddisfatto di vedere tutte quelle grosse lavatrici, così semplici da usare. Ne scelse una in fondo al locale, posò a terra la busta, aprì l’oblò e prese a infilarci dentro i panni da lavare. Chiuse lo sportello e si scolò la seconda birra, tutta d’un fiato. Concluse questa sequenza di azioni emettendo un potente rutto che gli lasciò in bocca un retrogusto di cipolle.
Strano, pensò, non mangio cipolle da almeno un paio di giorni.
Adesso gli servivano solo dei gettoni per avviare il lavaggio. Si avvicinò barcollando verso il cambia monete. Ci infilò tutti gli spicci che aveva in tasca e ricevette in cambio solo un gettone. Fece un altro rutto e si mise a fissare la macchinetta con aria di sfida per almeno dieci secondi, poi tornò alla lavatrice.
Si ricordò all’ultimo di mettere il detersivo poi, in qualche modo, dopo aver infilato il gettone, riuscì far partire il lavaggio.
Rimase per circa due minuti ipnotizzato dal movimento del cestello, poi decise di tornare dal bangla a prendere un’altra birra.

Nel vicolo prima dell’off license, Casey sentí dei rumori: si voltò e vide Penny in ginocchio davanti a un ragazzino con indosso un cappello da rapper con su la scritta ‘YEAH’.
Prese un’altra doppio malto, pagò, borbottò al commesso qualcosa sul fatto che presto o tardi quelli della sua razza li avrebbero rispediti tutti a casa, e si mise a bere all’inizio del vicolo: Penny e il ragazzino erano ancora lì, ma nessuno dei due sembrò badare a lui.
Sul muro dove il ragazzo poggiava le spalle, Casey lesse una scritta fatta con una bomboletta spray:

                   L’AMORE E’ QUELLA COSA CHE

Ruttò ancora, e nemmeno allora Penny e il ragazzo si accorsero di lui.
Ora torno alla lavanderia, pensò, e prima di tornare a casa prendo altre sei birre e me le sparo davanti alla televisione, sul divano, senza nessuno a rompermi i coglioni.

Il lavaggio era terminato. Casey aprì lo sportello della lavatrice e iniziò a tirare fuori i panni, appoggiandoli su un tavolo lì vicino. Ovviamente erano bagnati.
Non dovrò mica anche asciugarli? si chiese.
L’asciugatrice c’era, ma lui voleva andarsene perché voleva bere. E poi non aveva altri gettoni.
Beh, li porto via così e troverò il modo per asciugarli a casa, si disse.
Iniziò a sistemarli nella busta, ma ci fu una cosa che notò, nonostante fosse ubriaco: non c’era nemmeno un calzino da poter appaiare. Nemmeno uno. Tutti erano sprovvisti del proprio compagno. Ed era tutto molto curioso, perché era una delle cose che lo mandavano in bestia. Aveva sempre pensato, fino ad allora, che quella di far sparire i calzini fosse una prerogativa di sua madre prima, e di Janette poi, per colpa della loro sbadataggine, o perché non sapevano fare nemmeno un bucato. Ne mancava sempre qualcuno da poter accoppiare all’altro. Sua moglie le aveva pure prese per questa storia. E, a dire il vero, anche sua madre.
Guardò bene, ma era evidente che c’erano solo calzini singoli. Casey iniziò a innervosirsi. Tornò alla lavatrice per controllare che non ne fosse rimasto nessuno all’interno.
In realtà, lì dentro un calzino c’era: spuntava fuori da uno dei buchi del cestello per cinque o sei centimetri, ma tutto il resto sembrava essere dall’altro lato, dentro la parte meccanica della lavatrice. Casey corrugò la fronte, incuriosito, poi afferrò il calzino e tirò. Si sfilò per un paio di centimetri, ma poi si bloccò, per quanto Casey tirasse, il calzino non si muoveva; anzi, sembrava sparire sempre più al di là del cestello.
Casey dovette infilarsi con metà del corpo nella lavatrice e tirare sempre più forte. Gli mancava l’aria là dentro e sembrava impossibile recuperare il calzino.
Come cazzo è possibile? pensò. Eppure ci stava mettendo tutta la forza che aveva, anche se cercava di fare attenzione per paura di strapparlo. Poggiò anche una gamba sul bordo del cestello per fare leva e tirare meglio. E per un istante la cosa sembrò funzionare:
il calzino cedette di qualche centimetro, ma quando a Casey sembrò di avercela fatta, il calzino venne completamente risucchiato dall’altra parte del cestello.
Portandosi dietro pure lui.

2.

Quando riaprì gli occhi si ritrovò a terra, su di un prato, ai margini di un bosco.
I colori erano così nitidi da fare male alla vista. Il verde poi, era così forte e vivido da far girare la testa.
Casey credette di essere morto.
Sicuramente, pensò, m’è preso un infarto per lo sforzo in quel cazzo di cestello di merda.
Gli sembrava di sognare, eppure poteva sentire molto bene l’odore dei fiori, fiori così belli e strani che non ricordava di aver mai visto. Fece per alzarsi, ma perse l’equilibrio e cadde di nuovo sul prato. Qualcuno, poco più in là, rise. Una risata acuta, come quella di un bambino. Casey si girò, ma non vide nulla. C’era solo un cespuglio, a una decina di metri da lui, e su quel cespuglio, a penzoloni, c’era proprio quello che sembrava essere un calzino.
Mentre provava a rialzarsi si accorse che il cespuglio si muoveva. C’era qualcuno o qualcosa nascosto là dietro. Casey afferrò una pietra e la scagliò contro la pianta.
Sentì un urlo, e poco dopo vide uscir fuori un esserino alto una ventina di centimetri, che faceva versi strani e si toccava la testa con aria dolorante.
Lì per lì pensò che si trattasse di uno strano animale, una specie di orsetto lavatore o qualcosa di simile. Poi, mentre quell’essere si avvicinava, notò che aveva sembianze umane. Ed era totalmente nudo.
Spaventato, Casey urlò:
«Chi… Cosa cazzo sei?»
Il piccolo essere rimase in silenzio qualche istante, fissando Casey, poi disse: «Amico, volevi uccidermi o cosa con quella pietra?»
Casey provò a dire qualcosa, senza riuscirci.
«E non preoccuparti di chi o cosa sono io, tu piuttosto, chi sei?»
«Io, beh, io, beh, io sono…sono Casey, sì, stavo lì, la lavatrice, beh, insomma…» Casey si interruppe perché non riusciva a formulare una frase di senso compiuto, mentre l’essere lo guardava in silenzio. Appena riuscì a calmarsi domandò:
«Dove mi trovo?»
«Ti trovi in un posto» rispose la piccola creatura dalle sembianze umane.
«Sì, ma dove?»
«Dove? Non lo so: voglio dire, io ci vivo qua, mi basta questo, non mi serve sapere dove sono, non mi serve affatto saperlo».
Casey spostò lo sguardo oltre il piccolo umanoide, verso il cespuglio:
«Quello è uno dei miei calzini, vero?» chiese.
L’esserino annuì: «E anche quello è tuo», disse indicando un altro calzino che pendeva dal ramo di un albero al margine del bosco.
«E anche quello, quello, e pure quello…».
Casey si accorse che c’erano i suoi calzini sparsi qua e là un po’ dappertutto. E poi ce n’erano ancora tanti altri, centinaia, forse migliaia. Guardò di nuovo l’esserino, che ora sembrava avere un sorriso davvero soddisfatto. Stette a fissarlo per un po’, poi portò di nuovo lo sguardo su tutti quei calzini. Quindi s’incamminò con passo deciso verso uno di essi, con l’intento di riprendersi quello e tutti gli altri.
«Che fai?» gli chiese l’omino.
«Mi riprendo i miei cazzo di calzini» rispose Casey.
«Scherzi vero? Questi ormai sono nostri, è il nostro cibo, ci nutriamo solo di questo noi».
«Voi vi nutrite dei miei calzini?» chiese Casey con stupore.
«Non solo dei tuoi, di quelli di tutti voi, sono la nostra fonte di sostentamento, senza di essi moriremmo. Non vorrai mica farci morire?»
Casey non rispose.
«Tutti i giorni, milioni di calzini spariscono dalle vostre lavatrici. E voi vi chiedete che fine fanno. Ecco che fine fanno. Siamo noi a prenderli. Non è giusto, lo sappiamo, ma è un sacrificio che dovete sopportare affinché la nostra specie sopravviva. È un po’ come voi che ammazzate animali per nutrirvi: non è giusto, ma è un sacrificio che serve per mandare avanti la vostra specie».
A Casey girava la testa, ma non era più ubriaco, non del tutto almeno. Ora aveva solo una grande nausea. Stette un attimo in silenzio, poi riprese a camminare verso uno dei suoi calzini.
A quel punto l’esserino fece un fischio assordante, tanto che Casey dovette portarsi le mani alle orecchie. Un secondo dopo decine e decine di altri piccoli umanoidi uscirono da ogni dove. Casey si immobilizzò. Guardò quegli esserini prendere in pochi secondi tutti i calzini presenti per poi sparire nel bosco.
Si girò verso il primo esserino, quello con il quale aveva parlato. Il piccolo umanoide fece un’altra risata acuta e, anche lui, svanì nel bosco.
Senza pensarci, Casey lo seguì. Varcò la soglia del bosco e trovò il buio. Continuò a correre, fece pochi metri quando i rovi lo bloccarono. Così si trovò costretto a tornare indietro, sul prato.
Camminò in lungo e in largo alla ricerca dei calzini, ma non trovò nulla, se non brandelli di tessuto mangiucchiati. Stremato, Casey si mise a sedere sul prato, cercando anche di capire come andarsene da quel posto assurdo.
All’improvviso udì di nuovo quel fischio, fortissimo.
Ora che succederà? pensò.
Un istante dopo, l’acqua lo stava circondando e aumentava di livello rapidamente.
Molto rapidamente. Tutto prese a girare vorticosamente e, mentre provava a trarsi in salvo arrampicandosi su un albero, sentì l’aria riempirsi di un profumo gradevole. Profumo di sapone. Poi l’acqua lo raggiunse e lo sommerse.

3.

La prima cosa che Casey vide, quando si riprese, furono le grosse caviglie nere della signora che aveva incontrato entrando nella lavanderia.
Era steso, supino, sul pavimento. Oltre alla signora, intorno a lui c’erano tre paramedici e anche un paio di poliziotti. Uno degli agenti riportava su un blocchetto di carta le dichiarazioni di uno dei soccorritori. L’uomo stava dicendo che quello di Casey era certamente un caso di tentato suicidio. Insolito, ma pur sempre un tentato suicidio. Secondo il paramedico, Casey aveva provato ad affogarsi chiudendosi dentro la lavatrice, dopo aver impostato il programma di lavaggio.
Casey rise. Tutti lo guardarono con aria interrogativa. E lui riuscì solo a dire:
«So che fine fanno i nostri calzini».
Ma nessuno lo capì.

Jacopo Marocco

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