A colpo sicuro #1: Il professore di Viggiù

aldo nove viggiu

AlBo NoBe, Il professore di Viggiù (Pink Lodge 2018)

“Mi è stato chiesto di scrivere una presentazione di questa nuova rubrica di Verde ideata da altri e che dovrebbe partire oggi con un peraltro mio pezzo su un romanzo appena uscito che ho molto amato e di cui non so niente. Recensioni su Verde non si sono mai lette, ma la redazione mi assicura che dopo i fatti degli ultimi mesi e tutta la polemichetta fallimentare sulla nostra chiusura, la guerra dei meme e la scenicchia toscana, 8×8 e la partecipazione a eventi prestigiosi della scenicchia romana occorre riallinearci, tenere dritta la barra e prestare servizio nella direzione di quel preziosissimo seppur gratuito lavoro culturale che da anni realtà importanti e amiche come Crapula Club, Rapsodia, Lahar Magazine e altri portano avanti con tenacia, in solitudine e isolamento” (Pierluca D’Antuono, A colpo sicuro #1: Il professore di Viggiù).

Premessa numero uno: mi trovo nella costa ovest della Sardegna, in una località segreta che Elisa non vuole che riveli perché qua ce la rischiamo di brutto – da queste parti il recupero degli anni Ottanta è una cosa seria. L’arrivo è devastante: un lucore bluastro incombe su di noi dal cielo sferzato da lampi retrattili che puntano le antenne arrugginite sui tetti tutti uguali delle monofamiliari arse dall’afa; il mare schiuma in burrasca; all’orizzonte, a un piede dall’Oceano Atlantico, Elisa scruta un’imbarcazione dalla piatta lunga, forse una petroliera, dice, ma non può giurarlo perché indossa occhiali da sole non graduati; è una visione spaventosa che prende la forma tangibile di una distesa di cetacei spiaggiati dalle onde colore sangue denso, e un pensiero pazzesco (“Se fossimo in Sicilia”), orrendo (“non sarebbero delfini”), è rotto soltanto dalla constatazione che nessuna compagnia telefonica serve questo angolo di Paradiso. Che cosa ci facciamo qui? Siamo in vacanza e non abbiamo nulla da fare, se non aspettare che il Maestrale si plachi e trovare un punto nell’isola che illumini di verde il WebPocket della Wind. E poi lo sguardo mi cade sulla pila di libri che pencolano sulla mia valigia.
Tutto è cambiato, assicura la copertina in cima. È gialla come il limone più bello della Storia.

Premessa numero due: non mi occupo più delle cose di Verde dal novembre 2011, dopo il fallimento (non ho paura di parlare chiaro) di DeGradoli’s Scooteroni Fiction (“An Italian non-novel-nor-story fiction”), il mio ambizioso progetto sovra-editoriale mandato in stampa il giorno delle dimissioni del Governo Berlusconi quater sotto pseudonimo blindatissimo (chi legge Verde sa, degli altri me ne fotto alacremente). Confidando nella proverbiale riservatezza del popolo sardo ne parlo con Gavino A., il proprietario del villino a due piani che ci ospiterà nei prossimi dieci giorni in una ridefinizione francamente sbalorditiva del concetto di vista sul mare; strabuzza gli occhi quando gli dico che né Ippolita Luzzo, né Reader For Blind, né Modestina Cedola hanno sentito l’esigenza di recensirlo, che probabilmente Antonio Russo de Vivo non lo ha mai letto e che un mio redattore lo ha definito “arcadico” (ma io ti sfondo, caro il mio Marinelli, forse che la sonorizzazione metaforica a ritmo di trap dei cinquantaquattro giorni del rapimento Moro non possa per deficienza essere intercettata dal tuo radar millennial, te lo sei mai chiesto?); dei rifiuti in rigoroso ordine alfabetico di Luccone, Mozzi, Quatraro, Santoni, Vaccari e della breve ma dolorosa corrispondenza con Gilda Policastro non mi va di parlare.

Com’è e come non è, viene fuori che pure Gavino scrive, ha pubblicato tre romanzi e una raccolta di racconti per l’Anonima Edizioni e una sua antologia di versi neri sinallagmatici uscirà a settembre per i tipi di Wojtek («Ciro è un amico» gli faccio, «ti troverai bene»). Sarà per questo che mi dimostra tutta la sua sincera solidarietà mettendomi a parte del brutto quarto d’ora passato dal suo amico scrittore Nicola Muscas a un “concorso letterario romano dove si sente la voce”. Pazzesco. «Ma io c’ero, Gavino!» e con il cuore in mano gli assicuro che Nicola non meritava quelle critiche e che mai giuria nella storia fu più unanime nel ritenere il racconto peggiore quello di Felici, dopo una feroce e sofferta disambiguazione con l’amico Fenelli.

Mentre il Maestrale si è arreso spegnendosi sulla sagoma più rocciosa della costa, che a Elisa ricorda un calco sinistro della salma di Teodoro Buontempo, e io già indosso il mio Panama nero pronto a scendere in spiaggia, Gavino, ormai più risentito di me per le «storture classiste ed etnocentriste dell’editoria continentale» («Ma non è così» lo rimprovero affettuosamente, «l’editoria è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine»), si offre di mettermi in contatto con la sua cara amica scrittrice Michela Murgia, perché possa leggere il mio romanzo e al limite stroncarlo in tv.
Lo fermo subito. «Alt, Gavino, Michela è un’amica, non sarebbe etico» e con lo stesso tono caldo, rassicurante ma deciso che uso a scuola con i miei bambini gli spiego che non ho più alcun interesse nella scrittura. «Da sette anni» gli dico accarezzandomi rapidamente il sopracciglio destro e puntando l’indice sinistro in alto, «non sono altro che un aspirante lettore». Una decisione che il 4 maggio 2018 mi ha accompagnato con serenità e consapevolezza alla Libreria Assaggi di San Lorenzo in Roma.

Antefatto: alla presentazione de La bomba voyeur dell’amico Alfredo Zucchi ci vado con Felici e Marinelli. Nel Pandino 4×4 van amaranto di Stefanino improvvisiamo una riunione di redazione tesissima. Mi confessano che hanno votato sì alla chiusura di Verde perché sono stanchi dell’andazzo e che stanno portando avanti «con priorità» i progetti di Rivista Pazzesca e Guida 42. Ma io vi do un cartone, rispondo così su due piedi, e chiarisco che per quanto mi riguarda sono entrambi fuori da Verde con effetto immediato, non ho bisogno neanche di sentire Motta e Quaranta (ma per sicurezza mando un whattsapp a Frau e Gamerro). Commissa’, non ce ne frega un cazzo, mi fa Marinelli tutto eccitato, ti siamo grati e riconoscenti per averci creato, senza di te staremmo ancora a scrivere su Myspace e sul forum di Writer’s Dream, ma Verde è morta da mo’, da quando hai chiuso il cartaceo, chiarisce Felici, e sai perché lo hai chiuso, continua, perché sei un pulciaro di merda mi fa ingranando la quinta invece della terza, calcola che adesso neanche Alessio Mosca e Paolo Palermo ci vogliono più scrivere sul tuo litblog fighetto, ma io me ne sbatto il cazzo di Paolo Palermo, lo interrompo chiudendo il finestrino per non farmi sentire dal gruppo di avventori – tra i quali credo di riconoscere gli inseparabili, come li chiamo io, Christian twins, gli amici De Majo e Raimo – accalcati davanti all’Hop Corner a Torpigna (abbiamo sbagliato strada e siamo in ritardo), sono io a decidere chi scrive su Verde, è abbastanza chiaro? E litblog ce saranno gli amici tuoi de Crapula. E qua che ti sbagli Pierluche’, mi fa Marinelli scaltro come uno stercorario impazzito, il futuro sta avendo luogo oltre il luogo di Verde, il futuro si muove attorno e dentro Crapula, il Commando Interpolazioni, L’Inquieto, Rivista Pazzesca, Guida 42, Guacamole, e Verde che fa? Sta alla finestra? No, risponde Felici con la mano a cucchiara, se la pija in saccoccia, ecco che fa, e invece noi dobbiamo riempire tutto lo spazio delle scenicchie e dell’editoria indipendente, noi dobbiamo prenderci tutte le riviste e scioglierle in un nuovo contenitore che si chiamerà Nuova Edizione, ma per farlo noi dobbiamo curare le relazioni, e mentre continua a elencare i noi dobbiamo sento di avere una crisi dissociativa, chiudo gli occhi e mi manca il respiro, tolgo la giacca e provo a sbottonare la coreana che si fa garrota attorno al mio collo e mi fascia lo stomaco fino a strizzare le interiora in una poltiglia nera che mi cola dall’ombelico come un serpente che divora le mie gambe accecato dal sangue, dobbiamo curare le relazioni ripete Felici e ho una visione di Luciano che ordina a Vaccari di farmi una fotografia in questo stato e di pubblicarla sull’Instagram di Violetta Bellocchio, dobbiamo prenderci tutte le riviste e allora mi rendo conto che si stanno appropriando delle mie idee per usarle contro di me, è già successo con Guacamole e adesso di nuovo con Nuova Edizione, tutte le mie idee condivise con ingenuità per il bene di Verde e svuotate di senso, tutte le relazioni sono il cancro dell’editoria, le relazioni sono il cancro della letteratura, le relazioni sono il cancro delle relazioni, relazioni è il sinonimo della solita incularella alla romana, io faccio un favore a te, tu fai un favore a me, io ti nomino nel mio pezzo, tu fai il mio nome a quello, io recensisco il tuo libro su minimaetmoralia, tu lo consigli sul Tascabile, scordatevelo che vi vengo dietro in questa depravazione da demi-monde primi anni zero, e poi come le dovremmo curare queste relazioni, domando tutto sudato ormai a petto nudo, con le recensioni, ovvio, rispondono quelli all’unisono, recensioni fatte a modo, un po’ paracule, sempre sul filo, che dicono e non dicono, precisine, come le fanno tutti, ma voi siete matti, dico io, le recensioni sono una cosa seria e non si possono fare perché ci conosciamo tutti, siamo tutti amici, io spacco tutto, io faccio un casino, non hai capito un cazzo PLD, mi dicono loro, noi non dobbiamo spaccare niente, noi dobbiamo essere delle iene ciniche e bastarde, talmente iene che la gente te dirà a D’Antuò ma che cazzo te ridi? E tu digrignando i premolari risponderai lo so io che cazzo me rido, zio. Hai capito?

Aggiorno la riunione di redazione alla settimana successiva. Nell’unico gruppo whattsapp rimasto parte subito l’assedio: Frau cerca di convincermi che le recensioni su Verde sono una buona idea perché “la società contemporanea non si regge su conoscenze solide e durature, ma sulla velocità dei cambiamenti”. Quaranta gli fa eco con un “Gli stimoli culturali e le occasioni di lettura sono sempre più numerose ma anche contraddittorie”. Marinelli: “In questo nuovo quadro sociale il compito di noi riviste letterarie (SIC) è di ridurre la complessità e la frammentazione delle diverse esperienze di lettura”. Secondo Felici “dobbiamo fungere da guida nella composizione di un metodo individuale di approccio alla lettura e al sapere diffuso”. Paolo Gamerro fissa l’obiettivo: “Promuovere la duttilità mentale indispensabile per affrontare positivamente l’esperienza di lettura nel quadro di instabilità della società attuale”. “Sapere leggere e sapere essere”, conclude Vinicio Motta.
E io? Muto? Macché. «Non sono per niente d’accordo» scrivo, ma resistere non serve a niente. Ho tutta la redazione contro, ma non è il solito ammutinamento: abbiamo raggiunto il livello Rosemary’s baby.
Chi interpreta Rosemary ve lo lascio indovinare.
Pazzesco.

Non mi avete convinto neanche un po’ ragazzi, ma la mia opinione conta ormai così poco nella rivista che ho fondato che allora eccoci qui, come volete voi. Faccio un ultimo tentativo, chiamo Simone Lisi per chiarirmi le idee. È ad Atene con Diana, presenta Un’altra cena a un’assemblea pubblica di DiEm25 a Exarchia. C’è anche Varoufakis, gli chiedo? No, mi risponde un po’ scocciato. Gli spiego tutto e senza un attimo di esitazione mi aspira forte e chiaro: «Non fare cazzate, Commissario. Le recensioni non valgono niente perché ci conosciamo tutti. Continua a leggere» e mi consiglia l’ultimo di Violetta Bellocchio, 4321 di Auster e poi Pacifico, sempre Pacifico, “esiste solo Pacifico”. Prima di chiudere decidiamo il tableau vivant che faremo a Roma – una roba pazzesca mai vista prima – alla prossima presentazione del suo bel romanzo che io non ho recensito perché Simone è un amico.
Hai ragione Simo, Maremma sei hai ragione, ma un Commissario sa quando è il caso di abissarsi e mettere il bene della propria rivista davanti a tutto.
Ho il piacere di annunciarvi che da oggi su Verde troverete letture rapide a colpo sicuro, con occhio allenato e esperto. Perché a scrivere siamo buoni tutti, ma sapere leggere è un’altra cosa.

E l’amicizia non conta. L’amicizia in letteratura no vale nada. Lo sa bene Aldo Nove, caro amico di Verde, che con il nuovissimo Il professore di Viggiù torna in libreria a due anni da Anteprima mondiale.
La prima pagina è pazzesca, ma prima della prima pagina c’è la copertina e qua ragazzi non ce n’è per nessuno: insegno tra le altre cose Arte e Immagine alle elementari, so ben riconoscere le qualità cromatiche dei colori e un giallo così bello non l’ho mai visto neanche nelle scapocciate più estreme di un Mondrian ipoteticamente sotto Krokodil.

Il Professore è un uomo dell’Ariete, e Viggiù, il suo migliore amico, ha ucciso i suoi genitori perché usavano un bagno schiuma assurdo, Pure & Vegetal. È la più felice ricomposizione che la storia della letteratura ricordi (seconda sola a quella impossibile di Jack e Julie nel Giardino di Cemento, che Germano Maccari sognava nel ventinovesimo capitolo di DeGradoli’s). I lettori più smaliziati avranno già capito cosa attendersi. La chiave in copertina, d’altronde, dice tutto: figure archetipiche, la provincia che ritorna, inni dolcissimi all’infanzia, una ragazza di nome Maria, coccodrilli cannibali, Angela Merkel, il mondialismo neofascista della turbofinanza, un mondo post-apocalittico in cui i tg vanno in onda con la scritta lampeggiante SI AVVERTONO GLI SPETTATORI FACILMENTE IMPRESSIONABILI DI ASTENERSI DA QUESTO MOMENTO DALLA VISIONE DELLE SEQUENZE SULLA SINTESI DELL’INTERVENTO CHIRURGICO SUL CAMBIAMENTO DI SESSO e le poesie di Nanni Balestrini vengono recitate sul jingle di Ok il prezzo è giusto da imitatori scialbi di Gianluca Vacchi (peraltro in eurovisione). Un mondo crudele, che assomiglierebbe a quello della popolare serie spagnola di Netflix La casa de papel se solo l’avessi vista e che finisce davvero non a causa di una guerra nucleare o dell’implosione dell’euro, ma grazie all’amore del Professore per Viggiù. Il mondo dell’amore esiste ancora, sembra suggerirci Aldo Nove. Rendiamo grazie ad Antonio.

Della prima pagina ne ha già parlato diffusamente l’amico Crocifisso Dentello su Facebook. Io mi limito a segnalare l’assenza di refusi e un “incredibile” usato sapientemente in luogo dell’ormai inflazionato “pazzesco”.

Leggere questo romanzo è come immergersi in una vasca di sborra bollente nel lavatoio non a norma di una sede abbandonata del Pd non particolarmente ventilata occupata da una famiglia liminare a Casapound Italia composta da cinque membri più due Husky albini in una borgata del quadrante sud-est di Roma Capitale governata dal 2016 dal Movimento 5 stelle (assessore alla cultura: il cugino scemo di Paola Taverna).
È l’esperienza che ogni lettore forte, maturo e consapevole deve fare tra ferragosto e la rentrée, come la chiamano i francesi.

Non ho altro da aggiungere se non: consiglio a tutti i lettori di Verde Il Professore di Viggiù, il nuovo romanzo di Aldo Nove, pp. 192, 17 euro, da comprare rigorosamente in una libreria indipendente o da cercare in una biblioteca comunale (e solo in caso di comprovato impedimento qui).

Nei prossimi giorni pubblicheremo letture a colpo sicuro di Andrea Frau, Stefano Felici, Francesco Quaranta, un reportage di Luca Marinelli dalla Jugoslavia e altri racconticchi più o meno banali che non ho letto né selezionato.

Il proprietario di casa è in partenza per il Continente, ha un incontro a Napoli con l’amico Lucio Leone. Elisa è stesa sulla chaise longue tra le due librerie di vimini con le prime edizioni Tunue e le seconde ristampe di Dylan Dog, io sfoglio distrattamente ai suoi piedi L’impero del sogno di Vanni Santoni. Se Gavino non ci avesse detto che cosa contengono quelli che ci sembrano due grandi vasi cinesi floreali sulla vetrina di fronte a noi che fissiamo da quando siamo arrivati, li avremmo già aperti. E invece ci stiamo domandando, senza poter trovare risposta su Google, che fine faranno i denti dopo la cremazione?

Dalla costa ovest della Sardegna è tutto.
Ad maiora.

Pierluca D’Antuono

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