Il borgo

Twins

Monicatrequarti – Twins

Buon lunedì, pallidi stakanovisti della lettura, non lo sapete che per proteggervi dalla Bruttura sarebbe meglio evitare di leggere, specialmente la nostra piccola, rissosa e fantastica rivista? Dovete pensare alla lettura come se fosse il sole e all’analfabetismo come una crema protezione 50. La redazione di Verde è in vacanza nel suo attico in Sardegna, e dal suo buen retiro assiste alla Weimar infinita e al trionfo dei populist kitsch, sorseggiando carapigna, malvasia, campari non filtrati e pasteggiando con panade, ricci e bottarga. Come i più intuitivi già sanno una I.A. scrive i post estivi al nostro posto, ma ancora per poco, pare infatti che, perfino lei, abbia inviato il c.v. a Mentana e sia stata scelta come caporedattore del nuovo giornale under 16.

Vi ricordate Giovanni Del Giudice? Lo avevamo messo nella nostra black list “disamistade“, ma il nostro commissario, nella Sua infinita magnanimità ha deciso di graziarlo e riabilitarlo. Ciò dimostra quanto il rancore sia sentimento a noi sconosciuto; la clementia Commisaris è una delle costanti di Verde, come ben sapete. A malincuore dobbiamo dire che questo racconto, una psicoanalisi metafisica, ci è proprio piaciuto (dannazione). Disamistade svanita e pubblicazione che si rivela una pura formalità.
Illustrazione di Monicatrequarti.

«Io prenderò il veleno. Ha detto proprio così. Le sue parole si sono depositate sui mobili della stanza come fa la polvere. Anzi no. Mi sono sembrate piuttosto come lo svolazzare di certi lepidotteri dalle ali straordinariamente ampie e colorate, quando attraversando un raggio di sole che filtra dai vetri chiusi spalmano sul muro un susseguirsi di macchie d’ombra impacciate».
«Complimenti Clara. Le immagini che lei evoca non mancano certo di poesia».
«Lei trova? Curioso: non ho mai trovato affascinanti né tanto meno poetiche le farfalle. Anzi credo che da bambina mi facessero perfino paura».
«Avremo senz’altro tempo per parlare delle sue paure infantili, Clara. Scusi la mia interruzione e continui, la prego».
«Si, certo. Dicevo: queste sono state le sue parole… ma senta: questa cosa è solo per me?»
«La chaise lounge dice? Ah ah, in effetti non sono molte le persone che la usano. Per molti risulta un simbolo negativo. Si sentono a disagio».
«Sta scherzando, vero? Io la adoro dottor Stein».
«Sono contento che le piaccia. Faccia conto che sia solo per lei, Clara».
«Lo farò. Ma ora è meglio che continui, non è vero? Dove vuole che vada?»
«Mi parli della stanza».
«Certo, dottore. Della stanza. Lo studio al secondo piano della villa. Lo scaffale occupava tutta la parete est. Il legno aveva perso la lucentezza, così come avevano fatto i libri che lo riempivano. Costole sbiadite, titoli illeggibili. Al centro della stanza c’era la scrivania, di noce, come tutto il mobilio del resto. Un tavolo infinito su cui non poggiava nulla, soltanto la polvere. Io in quel momento sedevo sul divano di pelle, addossato sulla parete di fronte alla finestra che si apriva come un occhio curioso sulle colline. Le colline più dolci che si possano immaginare. E Michele stava lì, di fronte al vetro chiuso, leggermente opaco. Mi dava le spalle e taceva. Poi ha detto quella cosa. E poi ha continuato a tacere».
«Ha mai pensato di scrivere, Clara? Lei ha un indubbio talento».
«E lei ha mai pensato di fare l’attore? Di sicuro l’ha fatto. Sa bene di essere un bellissimo uomo».
«Sì, ci ho pensato».
«Ne ero certa. Mi lasci finire adesso. Ho paura di perdere il filo. La parete ovest della stanza era vuota. Lo è sempre stata. Solo un secretaire inghiottiva quotidianamente le carte, sempre di più. Non ricordo più quante volte ho creduto che potesse esplodere improvvisamente in una miriade di schegge di legno, per lasciare a terra tutti quei cadaveri di cellulosa, tutte quelle parole insensate, quegli inutili numeri».
«Adesso Clara mi parli dell’altra stanza».
«…»
«Noi adesso siamo dentro quella stanza. La stiamo osservando insieme. Mi dica quello che vede».
«È una stanza d’albergo. Un alberguccio. La moquette è grigia e odora di polvere. Il letto è molto alto. A lei piacciono i letti alti, dottor Stein?»
«Non ci ho mai pensato, ma suppongo di sì».
«Ai due lati del letto ci sono i comodini. Di plastica azzurrina. Sono terribili. E anche le abat-jour sono azzurre, col paralume beige. I cassetti vuoti. Ai piedi del letto c’è un piccolo tavolino di legno chiaro con due sedie. Arredamento a basso costo. C’è anche una televisione appesa al muro di fronte al letto. E poi c’è il bagno, dove ho lasciato la mia borsa».
«Adesso Clara mi dica cosa prova in quella stanza».
«…»
«Quali sono le sue sensazioni?»
«Le mie sensazioni? Cosa provo? Ma dottor Stein… io ho paura».

***

«Le dà fastidio se continuo, Clara?»
«Assolutamente, lo adoro».
«Adora annaffiare le piante o che lo faccia io?»
«Adoro il profumo della terra bagnata in casa. Mi fa sentire fresca».
«Bene, allora si metta pure comoda mentre io continuo».
«Le dispiace se girello un po’ per la stanza? Mi sono stufata della chaise lounge».
«La prego. Intanto io, se non le dispiace, continuo il mio… chiamiamolo riepilogo delle puntate precedenti».
«…»
«Dunque, quando Michele ha ereditato il Borgo voi eravate fidanzati da pochi mesi».
«La villa, il gruppo di case attorno e l’azienda agricola, sì».
«Bene. Quindi avete acceso un primo mutuo e avete ristrutturato le case del piccolo borgo per affittarle ai turisti».
«Esatto. E con i primi guadagni abbiamo avviato anche la ristrutturazione della villa. Bruno, il fattore, amministrava tutti gli affari dell’azienda agricola insieme a Michele».
«Poi avete acceso un secondo mutuo, e grazie alla liquidità avete iniziato a lavorare bene, vero?»
«Oh sì, dottor Stein. E siamo stati felici. Per molto tempo. Il Borgo era un paradiso, glielo assicuro».
«E poi?»
«Poi è successo quello che succede tutti i giorni. Scadenze non pagate. Le banche hanno iniziato a strozzarci – si dice così non è vero? I turisti non bastavano più. L’azienda ha avuto delle brutte annate…e le carte hanno iniziato a riempire il secretaire».
«Crede che Michele abbia avuto la responsabilità del fallimento della vostra società?»
«Certo».
«E lei, Clara? Crede di aver avuto la stessa responsabilità?»
«Sì».
«…»
«Sa una cosa, dottor Stein? Lei è molto diverso dallo stereotipo dello psichiatra».
«Vuole dire che non ha mai visto uno psichiatra curare le piante?»
«No. Voglio dire che lei non parla come gli altri psichiatri che ho conosciuto in questi anni».
«Lo considererò un complimento, allora».
«Certo, dottore. Lo è. Adesso, se permette, vorrei sdraiarmi un attimo».

***

«Se vuole del latte posso chiedere a Brigitte di andare a prenderne un po’ al bar».
«Non si disturbi, grazie. Ho smesso da tempo di mettere il latte nel caffè».
«D’accordo. Si sente di continuare?»
«Ma certo, dottor Stein. Qui mi sento bene, lo sa».
«Bene, Clara. Adesso allora ho bisogno che lei torni al Borgo. Nella villa. E che mi parli ancora di Michele».
«Cosa vuole sapere?»
«Torni nello studio al secondo piano. Lei stava seduta sul divano di pelle e ha sentito Michele dire quella cosa del veleno. Cosa è successo dopo?»
«Dopo entrambi siamo rimasti in silenzio. Per molto tempo, suppongo. Il sole stava tramontando, e ha continuato a scivolare verso il profilo della collina, fino a lambirla, e in questo modo ha incendiato tutto il vitigno d’una luce quasi irreale, melliflua. Vedevo tutto da dove stavo seduta, da quel divano liso. Michele stava immobile. Chissà se anche lui contemplava quello stesso spettacolo. Non ci siamo detti niente per molto tempo».
«E dopo che cosa vi siete detti?»
«Dopo qualche minuto ha squillato il telefono. Io istintivamente ho chiesto a Michele: non rispondi? Il telefono squilla. Ma lui senza voltarsi ha detto: a noi non ce ne frega un cazzo se il telefono squilla, Clara. Ha detto proprio così. Lo ricordo bene perché le parolacce lui non le sa proprio dire. Sembrano più sporche di quanto in effetti siano quando escono dalla sua bocca».
«Quindi Michele non ha risposto al telefono. E dopo cosa è successo?»
«Non ci siamo più parlati. È buffo. L’ultima cosa che io e mio marito ci siamo detti è stata un’inezia, una banalità, un’inutile volgarità».
«…»
«Dopo circa un quarto d’ora Michele è uscito dalla stanza. Mi ha guardato per un attimo, con indifferenza, senza rendere speciale quel momento. Se n’è andato. E io sono rimasta nella stanza fino a quando il buio se ne è impossessato. A quel punto sono scesa nel salone, ho preso la borsa e ho lasciato la villa. Dopo mezz’ora ero nella stanza d’albergo, sola».

***

«La prima cosa che faccio è mettere la borsa sul piano del lavabo, di mattonelle rosa pallido. Tiro fuori il beauty, il telefono, le pillole e la spazzola, e comincio a spazzolarmi i capelli. Lo faccio sempre quando sento che sto per entrare in crisi, si ricorda?»
«Certo, ricordo. Ha ancora paura Clara?»
«Sì, dottor Stein. Ho molta paura. Ma sono anche stanca. La primavera mi fiacca sempre nei primi giorni. Quindi decido di fare una doccia calda. Dopo mi sdraio nuda sul letto. Sopra le coperte. A luci spente».
«È già notte, Clara?»
«Mancano circa quaranta minuti alle undici».
«Mi dica un’altra cosa adesso: più di una volta mi ha confessato che voleva chiamare Michele ma che poi ha deciso di non farlo. Crede di potermi dire, adesso che tutto è passato, perché non lo ha fatto?»
«…»
«…»
«Non saprei proprio, dottore. Avevamo deciso così. Tutto sarebbe stato più facile. Senza ripensamenti. Senza false speranze».
«Si sta forse riferendo all’idea di fuggire?»
«A quella, certo. Ma anche a tante altre cose. Le avevamo pensate tutte, può immaginarselo. Io sono sempre stata una persona estremamente pratica. C’è sempre una via d’uscita».
«…»
«Già, c’è sempre una via d’uscita… Il fatto è che il Borgo non era più solo un’impresa. Non era più nemmeno un progetto di vita. Era diventato qualcosa di più della vita stessa. Di quella di Michele sicuramente. E della mia di conseguenza».
«Cosa intende dire di preciso con più della vita stessa?»
«Michele la saprebbe spiegare molto meglio di me questa cosa…».
«Ma io adesso è a lei che faccio questa domanda. Perché il Borgo era diventato qualcosa di più della vita stessa?»
«…»
«…»
«Provi a immaginare questo, dottor Stein: un gruppo di bambini piccoli che rincorrono un pallone. Non ci sono porte, non c’è limite di campo, non ci sono regole né squadre.
C’è solo un pallone e tutto ciò che conta nel gioco è inseguirlo, cercare a tutti i costi di raggiungerlo per calciarlo forte, e poi riprendere a inseguirlo. Ecco dottore, è grossomodo questo che intendevo».
«Capisco, Clara. Lei è stata chiarissima e trovo la sua metafora davvero appropriata».
«Grazie».
«Adesso però deve dirmi delle pillole…».
«…»
«Sì, Clara. Lei si è distesa sul letto, senza vestiti. Le luci sono spente. Dove sono ora le pillole?»
«…»
«Non sono più in bagno. Lei le ha portate nella stanza. Le ha forse poggiate sul comodino?»
«…»
«Sì. Mancano quaranta, forse ormai trenta minuti all’appuntamento. E lei ha paura, Clara. Ma c’è sempre una via d’uscita».
«…»
«È entrata in crisi, e questo è comprensibile. Ma lei sa già che non lo farà, non è vero?»
«…»
«C’è sempre una via d’uscita, lo ha sempre saputo. Lo sapeva anche quando avete stretto il patto, Clara».
«…»
«C’è sempre una via d’uscita, è sempre stato così. Era già chiaro mentre metteva con noncuranza le pillole in borsa».
«…»
«C’è sempre una via d’uscita, anche quando non ci crediamo. Come quando si è sdraiata sul letto e ha atteso che venisse l’ora».
«…»
«Poi sono arrivate le undici. E lei è rimasta immobile sul letto. Le undici sono passate, e poi la mezzanotte, e poi tutte le ore di atroce silenzio fino all’alba. E questo perché c’è sempre una via d’uscita».
«Sì, dottor Stein. È tutto esatto».
«Lei, Clara, è contenta di essere qui?»
«Immagino che non intenda in questo studio, vero dottore?»
«No, Clara. Non intendo in questo studio».
«Questo proprio non lo posso dire. In questo preciso istante mi è del tutto indifferente. Non sento di essere qui realmente, non credo di essere nulla in particolare. Solo una infinitesimale possibilità nell’Universo. Un punto incommensurabilmente piccolo nell’immensità del Cosmo come di questa stanza. È perfettamente inutile che io sia qui, insieme a lei. Ieri invece avrei voluto lasciarmi morire, come una foglia che s’è staccata dal ramo e se ne resta a terra, perplessa. Ho avuto questa smania per tutto il giorno. Domani chi lo sa, dottor Stein».
«Clara…».
«Sì, dottore…».
«Cosa ne dice di prendere un po’ d’aria?»

***

«Lei fuma, dottore?»
«No».
«Curioso. Avrei giurato di sì».
«Le piace il panorama?»
«Sì… non particolarmente, in realtà. Il mio turno è già finito da un pezzo dottore, e noi stiamo qui a guardare il tramonto dalla sua terrazza…».
«Io non lo chiamo turno. E poi sto bene. Lei sta bene, Clara?»
«Qui sto sempre bene, dottore…».
«Bene, ne sono felice».
«C’è una cosa… un dettaglio…».
«Dove, Clara?»
«Nella storia, dottor Stein. Nella mia storia…».
«Si sente di parlarne?»
«…»
«…»
«La mattina… quando sono venuti all’albergo… hanno fatto salire Bruno… ha bussato, ma io sapevo già che mi sarei trovata davanti la sua faccia rubiconda, col naso grinzoso… aveva in mano il biglietto… e io avevo il mio… ci siamo guardati in silenzio… lui ha capito che io sapevo… ha visto il mio biglietto, lo tenevo in mano, identico al suo, scritti entrambi a macchina, così aveva voluto Michele… ha sofferto? Gli ho chiesto… e lui mi ha risposto dopo un po’ che sì, probabilmente aveva sofferto, perché aveva vomitato sangue… lo aveva trovato lui, nello studio al secondo piano della villa… io avrei dovuto farlo in albergo… alle undici in punto… come lui… io con le pillole…avremmo lasciato solo un biglietto dietro di noi… C’è sempre una via d’uscita, vero dottor Stein?»

Giovanni Del Giudice

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