La pipa- A love story

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Monicatrequarti Trafitto

Oggi pubblichiamo una storia d’amore scritta da Marco Parlato, o almeno questo ci sembra. Abbiamo definito questo racconto un gioiellino e di colpo ci siamo sentiti una nobildonna di settant’anni, però lo ribadiamo: è davvero un gioiellino! Ma forse no: questa non è una storia d’amore, non è una pipa, noi non siamo una rivista, siamo dentro un souvenir, ogni tanto qualcosa ci scuote e invece di neve cadono sostanze psicotrope che alterano la nostra percezione. Non c’entra molto ma: avete visto Under the dome? Ce lo consigliate? E voi come state dentro la vostra bolla? Noi un po’ intorpiditi, ma bene, anzi benone!
Marco ha scritto racconti su riviste e in antologie, ha pubblicato due romanzi con Gorilla Sapiens Edizioni. Nel 2015 è stato scelto come autore italiano per il progetto Scritture Giovani di Festivaletteratura di Mantova. Vive e scrive a Foligno. Questo è il suo esordio con noi.
L’illustrazione è di Monica Trequarti.

«Da questa parte, signori. Fate attenzione, il bocchino di ebanite è scivoloso, potete aiutarvi con i corrimani posti su entrambi i lati».
La comitiva segue la guida con passi prudenti. C’è chi non stacca gli occhi da terra, chi preferisce guardarsi prima intorno, un anziano si lamenta con la moglie: se cade e si rompe una gamba è solo colpa sua che è voluta entrare, e poi le pipe si fumano non si visitano.
Chi sta leggendo questa storia dovrà soffermarsi sull’uomo in disparte, poco interessato alla visita eppure lì, fiocamente illuminato da una fila di lampadine precarie, sintomo di una gestione alquanto spartana, dovuta certamente al costo del biglietto molto basso e alla difficoltà di vedersi assegnati fondi statali. Al Ministero dei Beni Culturali non interessano i vecchi pezzi di radica.
Non smarriamoci però nel fumoso rapporto tra stato e cultura e torniamo nel bocchino di ebanite, dove si sente un aroma dolce, gradevole, dovuto alla consuetudine del proprietario di fumare tabacchi vanigliati, che all’uomo ricorda l’estate trascorsa a Feniglia, l’estate durante la quale conobbe Adalgisa.
Sembrava che quell’estate non dovesse finire, tra passeggiate notturne sulla battigia, tentativi maldestri di pesca con la lenza, partite a biliardino, gelati e sigarette all’alba e la convinzione di arrivare alla svolta che permette di vivere così per sempre. E se la svolta non c’è uno se la crea, basta avere il coraggio di inseguire l’estate in giro per il mondo, di aprire un bar sulle spiagge dell’emisfero australe e vivere una vacanza eterna.
Quante birre bevute, quell’estate a Feniglia, brindando al Brasile e sognandolo la notte. Poi una mattina l’uomo si svegliò, era distante ancora parecchi chilometri e decisioni dal Brasile. Guardava le chiome degli alberi dalla piccola finestra del bungalow e non voleva alzarsi. La luce del sole era meschina, la brezza che saliva dal mare non profumava di sale. L’estate era finita.
Nel parcheggio assolato finì pure la storia con Adalgisa, con la promessa mai mantenuta di scriversi lettere.
Come si può affidare un sentimento alle poste?!
Ce l’ha ancora con se stesso, dopo vent’anni.

Adesso chi legge dirà che si esagera, che vent’anni sono una vita; e una vita, un uomo, se la può rifare in vent’anni. Non è stato così per l’uomo, che è rimasto prigioniero in una bolla del tempo. È andato avanti, è diventato adulto, ha trovato un lavoro, vive da solo, ha conosciuto nuove e comunque troppe poche persone; ma la bolla del tempo non gli dà pace, nemmeno ora che la visita è appena cominciata.
Annusa l’odore vanigliato che gli ricorda l’estate a Feniglia. Guarda la donna.
Ha i capelli crespi, a tratti schiariti, si alternano ciocche bionde e ciocche scure, in una commistione di colori che ricorda la consistenza dei tabacchi aromatici, il MacBaren Loose Cut, lo Skandinavik Sungold… l’uomo ha sfogliato una brochure ricca di immagini prima di comprare il biglietto e adesso cerca di lenire con fredde informazioni tecniche il trambusto che ha nello stomaco, mentre guarda la donna.
Potrebbe ricordargli Adalgisa? L’uomo ricorda Adalgisa? Dopo tanti anni è difficile solo immaginare il colore cangiante dei suoi occhi. Strano scherzo la memoria, più si dissolve più ti tormenta.
Intanto la donna si è accorta dell’uomo e ricambia lo sguardo. Anche lei insegue un rimpianto da vent’anni? Non lo sappiamo, potremmo estrapolare la sua storia, se proprio deve averne una, dal modo in cui guarda l’uomo, dalla sua andatura in avvicinamento e dal sorriso impacciato prima di salutare:

«Ciao…»
«Ciao».
«Andiamo avanti insieme? Ho paura di scivolare, magari ci teniamo».
«D’accordo!»
«Come mai qui?»
«Stavo qui fuori da un po’ e ho deciso di entrare. Non è consigliabile starsene da soli nelle piazze».
«In che senso?»
«Che se provi a stare fermo in un posto, soprattutto una piazza, per più di qualche minuto, comincerai ad attirare guai. La gente ti guarda male, con sospetto, anche se provi a goderti il sole per i fatti tuoi. Poi cominciano ad avvicinarsi tizi che si comportano come se le piazze fossero di loro proprietà, e alla fine rischi pure che qualche carabiniere ti chieda…»
«Non parliamo di carabinieri, per favore».
«Va bene…»

Poco più avanti il gruppo ha raggiunto una piccola piattaforma metallica che affaccia sul vuoto. Quasi tutti ne approfittano per fare foto. L’anziano si lamenta di nuovo con la moglie: non è caduto, ma camminare male è peggio che cadere per le ginocchia, senza parlare del fatto che gli uomini non sono fatti per stare in luoghi chiusi e angusti: ci sarà un motivo se siamo usciti dalle caverne!
La guida richiama l’attenzione dei visitatori per spiegare come raggiungere il fornello.
«Essendo un modello di pipa curva, da qui in poi il cannello diventa quasi un precipizio. I più avventurosi possono usare gli scivoli, distribuiremo tra poco caschi e corpetti, e inoltre vi ricordo che durante la discesa vi verrà scattata una foto che potrete acquistare nello shop all’uscita. Per gli altri c’è la funicolare che in sei minuti arriva sul fondo del fornello».
I ragazzini non se lo fanno ripetere e corrono a prendere corpetti e caschi, seguiti dai genitori rassegnati. Dalla piattaforma metallica parte la prima cabina in discesa.
Tutti hanno dimenticato, se mai li abbiano visti, l’uomo e la donna, rimasti indietro a parlare.

«Tu invece perché sei qui?»
«Ho perso il conto di quante volte sono entrata».
«Perso il conto?»
«Ma sì, due giorni fa mi sono imposta di uscire. Ero barricata in casa da una settimana».
«A lavorare?»
«A piangermi addosso. Così sono uscita e camminando qui davanti ho deciso di entrare. Da due giorni non faccio altro. Entro, esco, rifaccio il biglietto, entro, esco…»
«Come il protagonista di quel romanzo francese, che prendeva di continuo il traghetto per Kowloon».
«Non lo conosco».
«Se ti piace leggere, te lo presto».
«Ma sì, che mi piace leggere!»
Sorridono entrambi.
«Però ti capisco, io sono anni che mi sento prigioniero di una bolla».
«Sei fortunato».
«Fortunato?»
«Non lo sai che basta soffiare, per rompere una bolla?»

La donna si avvicina al viso dell’uomo e soffia.
Non sappiamo se la bolla si è rotta, se ha subito un urto che l’ha spostata senza infrangerla, come spesso accade alle bolle di sapone sotto il tiro di piccoli soffiatori. Qualcosa comincia a succedere in fretta e il destino, che sa divertirsi, decide di fulminare la lampadina sopra l’uomo e la donna, lasciandoli al buio. Motivo per il quale rispetteremo la loro intimità, spostandoci nel fornello della pipa, dove sono arrivati tutti.
Il cerchio di luce proveniente dall’apertura in alto illumina la guida al centro della comitiva.
«È qui che avviene la magia, dove la grande scoperta dell’uomo, il fuoco, trova una delle più sorprendenti applicazioni. Potete notare che le pareti sono incrostate, trattasi appunto della crosta necessaria alla buona combustione del tabacco. Ogni buon fumatore sa che la pipa va rodata con calma, affinché si crei una crosta uniforme che protegga la radica. A tale proposito elencherò i metodi consigliati per…»
Un’ombra cala sulla guida e sui visitatori, come se si stesse verificando un’eclissi. Tutti guardano in alto le grandi macchie scure che stanno per schiacciarli.

~~~

Il vecchio fumatore è appoggiato con i gomiti sulla ringhiera del balcone. Osserva la città illuminata dal sole al tramonto.
Respira male, ma non vuole tossire, per la sua vana sfida con la malattia. Il tramonto lo si guarda in silenzio, non sarà un colpo di tosse a rovinarlo.
Tanto recupererà: tossirà rientrato in casa, tossirà prima di cena e durante, tossirà nel letto, quando non ci sarà verso di prendere sonno, e allora tossirà pure tutti i morti, i dannati dell’infernaccio e i santissimi del paradiso insieme al papa, che adesso stanno sotto all’altrettanto santissimo cupolone inondato dalla rossa luce morente.
Ne ha abbastanza della città, ma vuole rimanere fuori. Si volta, poggiando la schiena sulla ringhiera e guardando l’interno dell’appartamento. Davanti a lui la grande libreria con al centro una piccola nicchia dedicata alle sue pipe.
Ora non sappiamo quale superficie riflettente, se il vetro di una finestra di rimpetto, lo specchio di un altro appartamento, o semplicemente un vile artificio narrativo del sottoscritto, proietti un raggio di luce sulla prima pipa del fumatore, un modello curvo, degna ai suoi occhi quanto le altre e come loro mai più fumata.
Era seduto di fronte al Pantheon quando Adalgisa gli chiese se avesse da accendere. Si chiamava davvero Adalgisa? Saranno passati quarant’anni e quando il fumatore non ricorda il nome di una donna cerca sempre soluzioni altisonanti, come se volesse nobilitarne la memoria. Maria e Francesca lasciamole a chi si accontenta!
Le aveva passato l’accendino e lei gli aveva fatto i complimenti per la pipa, la sua prima pipa.
«Grazie, sono le piccole cose che ci aiutano a vivere», aveva risposto.
«E poi a morire», aggiunge adesso.
Rientra in casa e impugna la pipa. Pregusta il momento delle prime tirate, per ardere il tabacco in superficie, il primo puff, il passaggio del fumo attraverso il naso… È come ricordare un’estate mai più vissuta, è come ricordare gli occhi di una donna senza nome, è come la passione improvvisa che rapisce un uomo e una donna nel buio di una visita guidata.
Il fumatore raccoglie il primo pizzico di tabacco e lo lascia precipitare nel fornello.

~~~

Nel fornello regna il buio. Alcuni sfortunati sono stati schiacciati dal tabacco, gli altri corrono maldestramente nell’oscurità, provano a raggiungere la cabina della funicolare, che non parte. Urlano per il terrore, si ammassano nell’abitacolo, la guida tenta invano di calmarli e nel frattempo contatta via radio la direzione. Ma è tardi, la temperatura sale improvvisamente, il fumo invade il fornello.
L’anziano è seduto al riparo in una piccola nicchia formatasi nella crosta delle pareti. Non sa che fine abbia fatto la moglie, se sotto il tabacco o nella bara metallica dove tra poco saranno tutti cremati. È sereno, la situazione aderisce alla sua idea di ordine naturale delle cose: una pipa si fuma e ciò che finisce nel fornello deve bruciare. Chiude gli occhi, tanto non si vede nulla, e fa una lunga tirata col naso.
Più sopra intanto, l’uomo e la donna sono all’apice del loro incontro. Il fumo li raggiunge e porta con sé un calore immenso.

«Brucia».
«Mi fermo?»
«No, no. È che sento caldissimo».
«Sì, pure io brucio».
«Allora bruciamo insieme?»
«Allora bruciamo insieme, sì».
«Sì!»

Marco Parlato

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