Genital Pulp

C’era il vecchio progetto di spostare in notturna l’orario di pubblicazione dei racconti di Verde, dalle 20 in poi, per permettere durante il giorno al nostro Commissario di trastullarsi liberamente, o continuare le sue trastule, come direbbe l’amico Marco (che di fregnacce ne ha sempre dette, e noi ogni volta a stupirci come la prima volta). Assumiamoci le nostre responsabilità: in questi tempi liquidi e marroni abbiamo anche noi una componente gialloverde, ma sbagliavamo a identificarla. Era una nostra vecchia conoscenza (qui addirittura accreditata nel Gran Consiglio di Redazione, ma era una burla – la era?), che ha peraltro causato il flame letterario del giorno (Paolo è un amico, ma pure Demetrio e Veronica, per non dire di Christian e di Marco: che fare?).
Consoliamoci. Una settimana fa indovinavamo clamorosamente il vincitore del Premio Urbanità tentacolare: congratulazioni a Jacopo La Forgia e sempre complimenti alla giuria e all’amico Andrea Zandomeneghi. Giovedì invece, intervistati da Radio Sonica in quel del Monk per Strega Off, il Commissario candidamente dichiarava a urne ancora aperte che Verde aveva votato per la vincitrice del Premio Strega. E indovinate un po’ per chi abbiamo votato? Helena Janeczek, la vincitrice del Premio Strega (Noi siamo rivista e anche un po’ Sibilla Cumana).
Ventisei volte ad maiora Andrea Frau (lui sa perché). È passato un anno, ma ricordiamo ancora Federico “Bood” Sorel, Gaia e Elena Rotko. Da venerdì intanto ci sarà una nuova rubrica, che doveva partire a colpo sicuro l’8 giugno oggi con la prima puntata del Commissario nostro
20 alle 20, basta trastule. Torniamo “alle tette della mia prima fidanzata, al primo trip in cui mi resi conto che è impossibile aggrapparsi alla realtà: tutto è elettroni in moto perpetuo, e non c’è modo di distinguere se sono positivi o negativi.”
Matthew Licht, signori, che con Genital Pulp ci ricorda che “Siamo tutti prigionieri. Il mondo è il carcere che ci siamo inventati.” Hai capito, Marco? (qui in augusta e massima chiarezza) Oggi ricordiamo cose molto brutte, che stanno però portando Luca Marinelli verso grandi esiti (ne riparleremo diffusamente).
L’illustrazione è di Monicatrequarti. Pazzesca, vero?

L’uomo in toga nera sentenziò: diecimila dollari o due anni di reclusione. Me l’ero cavata con poco. Lo sbirro di guardia tenne la mano sulla pistola quando mi avvicinai per dire «Grazie, vostro Onore». Un altro sbirro mi accompagnò all’ufficio dove firmai un pacco così di documenti prima di uscire a cercare la cauzione.

Il quartiere sciamava di agenzie, ma non me la sentivo ancora di affrontare il mondo paralegale. Entrai nel primo bar. L’alcol esalta gli effetti piacevoli della libertà provvisoria. Il tipo seduto al banco fissava la barista. Le feci cenno nello specchio e mi versò una pinta. Al primo sorso riconobbi il tipo: stava uscendo dall’aula giudiziaria accanto a quella dove mi avevano portato in manette.
«Me la sono cavata con poco» gli dissi per rompere il ghiaccio. «Non capisco perché, ma non volevo fare troppe domande».
«A me chiedono sempre la stessa cosa» disse, «e la mia risposta è sempre no». Quale domanda, però, non lo disse.
Il miglior modo per indurre la gente a parlare è stare zitti.
Alla fine si stufò della musica country e della ragazza che lustrava bicchieri già puliti per evitare la corte di avanzi di tribunale.
«Mio fratello ficcava sempre il naso nella mia roba» disse. Sembrava troppo grande per indugiare in storie infantili di rivalità tra fratelli. La storia infatti era meno infantile di quanto sembrava, o forse ancora di più.
«Trovò i miei acidi».

A quanto pare, il tipo era tornato a casa dopo una giornata trascorsa a fare finta di cercare lavoro. Faceva così per poter continuare a usufruire di vitto e alloggio gratis dai genitori. Entrava e annusava merda, piscio, sangue e ostriche. Il fratello ficcanaso era quasi sempre fatto.

Papà prendeva regolarmente a sberle Mammà. A lei andava bene. Aveva brutti modi e una voce irritante. Infastidiva tutti, però cucinava, puliva la casa, faceva il bucato, e senza troppe storie comprava birra e sigarette.
Mammà era una sgradevole schiava.

Il fratello che trovò gli acidi non faceva nemmeno finta di cercare lavoro. Aveva mollato il liceo, aveva mollato la fidanzata, si era mollato sul piede un tagliaerbe. Ottenne così un pretesto per mollare tutto. Continuò a sballarsi.
Non chiedeva a Mammà di comprargli erba. Forse lei lo avrebbe anche fatto, ma Papà l’avrebbe massacrata di botte, se lo avesse scoperto.

Il fratello che trovò gli acidi stava zitto e buono nella sua stanza-caverna che puzzava di sperma, piedi, sudore e sbrodolate del bong. Aveva coperto la finestra con sacchetti per la spazzatura. Heavy metal satanico gli martellava in testa messaggi di morte, dolore, odio, sangue.
Papà non tollerava i disadattati nullafacenti come lui. Nulla poteva dissuadere Papà dal pensare e predicare che il lavoro fosse tutto. Lui aveva passato la vita in fonderia. Andò in pensione solo perché gli fu riconosciuta la piena disabilità. Quando il fratello che trovò l’acido suggerì che l’incudine rovente non cadde per caso sul piede di Papà fu pestato a dovere. Venne la polizia.

Papà entrò nella stanza del fratello sballato e demolì il suo impianto stereo. Distrusse i dischi e scrisse sulle foto di donne nude appese ai muri “Trova un lavoro o trovati un’altra casa!!!” Spacciare acidi non è un lavoro, ma è un buon modo per racimolare contanti esentasse. La mercanzia è leggera, si nasconde con facilità e i clienti fedeli non mancano mai.

I bar sono ottimi luoghi per smerciare allucinogeni sintetici. Il tizio cacciò dalla tasca una bottiglietta col coperchio contagocce e la scosse. Conteneva, disse, circa mille dosi forti da sconvolgerti la vita. Non ero interessato. La birra è anestesia sufficiente, in un mondo in cui ciò che viene spacciata per realtà è già abbastanza allucinante.

Raccontò che era diretto a casa dopo un breve viaggio d’affari psichedelici quando colse brutte vibrazioni. Gli spacciatori sviluppano istinti extra-sensoriali. Intuì che il suo magazzino psicotropo non esisteva più e che tutto nel suo deprimente mondo era cambiato.
Che il suo istinto fosse intatto non lo rallegrò. Il fratello che trovò gli acidi era ricoperto di sangue.
I resti dei genitori erano sparsi nel salotto. I torsi nudi erano ricoperti di pugnalate. Coltelli da bistecca mai usati per il loro scopo erano conficcati nei tronchi.
«Non mi ero mai calato un acido» disse il fratello. «Pazzesco».
«Ma quanto ne hai preso?»
«Mi sono scolato la bottiglia».
«Non tornerai sulla terra per molto tempo, fratellino».
«Va bene. Sono a posto così».

Un sentiero intestinale conduceva nella stanza matrimoniale. Le parti mancanti dei cadaveri erano stati messi in mostra là dentro. La mannaia era servita a squarciare i loro crani spessi, i coltelli da burro erano stati usati per sgusciare ostriche nei loro occhi. Il fratello trovò sotto il materasso quasi cinquemila dollari, malloppo del padre che non si fidava delle banche degli ebrei, ma in quel momento non gli interessava altra carta colorata che non fosse imbevuta di LSD. Aveva leccato le banconote, poi le aveva gettate in giro come coriandoli. Non era chiaro perché Papà avesse nascosto quei soldi.
Per il fratello che spacciava allucinogeni quei soldi erano il movente del delitto e l’indennizzo per la perdita della merce.

«È buffo» disse, «avrei voluto farli fuori io, tutti quanti. Pensavo spesso a quanto sarebbe stato bello avere la casa tutta per me. Se avessi saputo che Papà aveva soldi nascosti, avrei inscenato una rapina».
«Allora cosa ci facevi in tribunale?» chiesi. «Come mai ti hanno rilasciato?» Mi sembrava parecchio cazzuto che uno arrestato per spaccio portasse lotti industriali d’acido in un’aula giudiziaria.
«Sbagli: vado tutti gli anni a testimoniare che mio fratello non è pronto per rientrare in società. È ancora completamente di fuori. Giuro che mi ha minacciato, e che avrebbe ucciso anche me se non lo avessi disarmato».
«È andata davvero così?»
Schivò la domanda. «Nessuno sa quanto ci vuole per smaltire una tale iperdose di LSD. Legalmente qui nel New Jersey risulti schizofrenico se ti sei fatto tre viaggi».
«E tuo fratello che dice?»
«Non è capace di intendere e di volere. Sta bene. La sua vita non è cambiata, è soltanto costretto a fare i turni nella lavanderia del carcere».

La barista aprì la cassa, ping! e tirò fuori un mucchio di monetine per il jukebox. Nel silenzio schiacciò i tasti illuminati.
«Tu non ti sei mai fatto un viaggio?»
«Certo» disse, e il suo sguardo mi fece sospettare che forse ero in viaggio anch’io. «Altrimenti come farei a sapere che ho la roba migliore in circolazione?»
«L’hai preparata tu?»
Scosse piano la testa. «L’ha prodotta un laureando in chimica, in cambio di un etto d’erba. La mia compagna gli ha sparato una sega a luce ultra-violetta. Ha schizzato come un vulcano fosforescente».

Vidi la scena in testa, protagonista la barista countryofila. Con le dita disegnai sul banco delle sbarre di carcere nella pozzanghera di birra agli acidi.

«Sono in buoni rapporti con la giustizia» disse lo spacciatore. I giudici sono più misericordiosi quando mi presento per testimoniare».
«Però tengono tuo fratello dietro le sbarre».
«Siamo tutti prigionieri. Il mondo è il carcere che ci siamo inventati. Credi che sia un caso che tu abbia scelto proprio questo sgabello oggi?»

Mi stavo domandando se esiste la fortuna quando la barista mi portò un’altra birra offerta dalla casa, disse. Strizzò l’occhio, o così mi parve, allo spacciatore. Forse lo sognai. Anche la barista se ne spillò una, e brindammo. Alcune gocce le caddero sulla canottiera.
Tornai mentalmente alle tette della mia prima fidanzata, al primo trip in cui mi resi conto che è impossibile aggrapparsi alla realtà: tutto è elettroni in moto perpetuo, e non c’è modo di distinguere se sono positivi o negativi.

Matthew Licht

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