Realismo magico

Ieri Verde era allo Strega Off, o almeno una sua nutrita delegazione. Chi vi scrive è stato costretto a rimanere qui ad aggiornare il blog dal piccolo timoniere di barchette elettrocartacee. Tutti a divertirsi, a fare gli ape o gli happening,  a lasciare biglietti da visita ad agenti letterari e io qui a fare il sad-hour in redazione, a guardare i bambini giocare a pallone dalla finestra, come il malato di cuore della canzone di De Andrè o come il protagonista di questo racconto. Sicuramente il brand Verde è stato ben venduto, mirabolanti sinergie e fusioni ci aspettano, lanci di opa-boomerang masturbatorie e autoreferenziali e lanci nel baratro patinato della lit-gig economy. Ma bando alle recriminazioni da incel rifiutati dalle muse della letteratura, o da albini che si scottano con le luci della ribalta. Verde è tutto questo, amici: mondanità rampante e misantropia incattivita. Noi, in fin dei conti, tutto bene, come sempre.

Realismo magico casca a fagiuolo, infatti è in pieno spirito primo-manierista. L’autore Claudio Bellodiscepolo inconsapevole di Maniero, è con noi per la prima volta. Claudio ha 24 anni e studia “Editoria e Scrittura” a Roma. In realtà è nato a Brindisi, e un po’ gli piace vantarsi di avere due patrie. Nella vita vorrebbe diventare uno scrittore famoso, o in alternativa uno che si lamenta perché non è uno scrittore famoso. Ha esordito nel 2017 con la raccolta di racconti “Come un groviglio” (L’Erudita), e a breve un altro suo racconto verrà pubblicato sulla rivista Pastrengo.
L’illustrazione è di 
Monicatrequarti e si chiama Sorrow.

Ci riunivamo sempre in un ambulatorio fuori servizio. Non ho mai saputo in che modo ne fossimo entrati in possesso, se appartenesse allo zio medico di qualcuno oppure ne usufruissimo in maniera totalmente illegale. In quanto a noi, eravamo tutti artisti: la società ci considerava scarti di bell’aspetto, barboni dalla parlantina sciolta.
Il Mudo, steso sul lettino da visita a piedi nudi, con le mani sotto la nuca e una sigaretta spenta in bocca, in realtà non diceva mai niente. Era un po’ il nostro capo spirituale, il Mudo, l’artista concettuale del gruppo. La sua ultima opera (o forse dovrei chiamarla esibizione) consisteva in una sorta di danza erotico-militare nel giardino di una scuola media. Secondo il Mudo, il periodo dagli undici ai tredici era quello in cui le coscienze devono risvegliarsi. O allora, o mai. Per lui il risveglio era coinciso infatti con il divorzio dei suoi, quando aveva dodici anni.

Altra colonna portante del nostro piccolo club d’avanguardia era Marco detto Pizzul, perché da bambino, mentre tutti i suoi amici, nessuno escluso, desideravano diventare calciatori, lui invece voleva fare il telecronista. Visto però il crescente declino del calcio italiano, Pizzul aveva optato per consacrare le sue corde vocali alla più nobile arte della recitazione. Era bravo, sì, ma la cadenza forse un pizzico troppo enfatica da telecronista, il suo procedere nozionistico, alcune tipiche espressioni del mestiere, tutto ciò gli era, ahimè, rimasto inalterato. Ogni tanto capitava che nel bel mezzo di un verso di shakespeariana memoria inserisse, in un lapsus tragicomico, termini come corner, fuorigioco di rientro, colpo di reni. Ma in fondo ci piaceva proprio per questo.
Seppia, da parte sua, era la migliore regista che conoscessi: i suoi cortometraggi erano girati veramente come Dio comanda. Inquadrature pirotecniche, fotografia kubrickiana, direzione degli attori dittatoriale, ma giusta. Peccato che, all’infuori del gruppo, Seppia non li facesse vedere a nessuno. Non era questione di timidezza o di paura del giudizio degli altri. A lei del pubblico non importava proprio un bel niente. Ogni tanto la scoprivamo a leggere testi di filosofia zen o roba new age. Era una tipa strana, Seppia, alta forse 1 e 90, coi capelli crespi, sempre sciolti, che le arrivavano fino al culo. Il motivo del suo soprannome non l’ho mai capito.
C’erano poi i Tre Porcellini, tutti e tre fotografi. Litigavano costantemente sugli incomprensibili dettagli tecnici delle macchine fotografiche. Il dibattito si prolungava senza soluzione di continuità per serate intere ma, a esser sincero, non li ho mai visti scattare una foto per davvero.
C’era anche Adriano detto Monet, ossia l’ultimo pittore impressionista del 21esimo secolo, nonché mio migliore amico dai tempi delle elementari, e la sua fidanzata, Adriana detta Signorina Schiele, ossia l’ultima pittrice espressionista del 21esimo secolo.
Avevamo perfino un gruppo musicale, i LegnoStorto, che facevano punk ambientalista, cosa che in realtà si traduceva nell’ammazzarsi di canne tutto il giorno. Erano forti però, un trio ben collaudato, bassista femmina e caruccia, batterista nano ma muscoloso, front-man simil-Kurt Cobain. Quest’ultimo era un probabile futuro maniaco-depressivo, sempre strafatto, ma era divertente conversare con lui delle sue insonnie.
Ultima, ma per niente ultima, tenuta in fondo per la sua importanza e soprattutto per la sua rarità, cuore pulsante della nostra piccola Parigi anni ’20 e bagliore dei miei occhi da talpa, era lei, Silvia, che è nome letterario per eccellenza, perché c’è Sylvia Plath e poi c’è Silvia, rimembri ancora. O Silvia, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi, avrebbe dovuto scrivere Nabokov.
Silvia era una scrittrice, nello specifico una scrittrice di fantascienza, genere che, prima di conoscerla, snobbavo allegramente. Adesso, dire che sono il maggior esperto italiano di Philip Dick, mi sembra un eufemismo. Comunque Silvia era bellissima, l’avrete capito, con i capelli neri ricci e guerriglieri, e un piccolo ciuffo bianco che le scivolava timido sulla fronte. Il ciuffo ce l’aveva sempre avuto, così raccontava: era la sua imprecisione magica e curiosa. Ecco, Silvia in teoria era mia, sebbene tutti si fossero presi una cotta per lei, compreso credo il Mudo, compreso il secondo dei Porcellini che era gay e compresa pure la bassista dei LegnoStorto. Ma, era implicito, Silvia era mia. Perché io, come lei, ero uno scrittore. Scrivevo racconti di genere realismo magico, e il realismo magico e la fantascienza non possono che incrociarsi, come due buoni vicini di casa che pian piano si innamorano.
Tipo Jesse e Jane in Breaking Bad, per intenderci.
Peccato che poi arrivò quell’altro.

Quell’altro anche era uno scrittore, ma uno scrittore vero. Aveva pubblicato con una buonissima casa editrice, vinto due premi per esordienti e perfino ottenuto una recensione sul Corriere della Sera. Scriveva bene, maledetto, con una prosa sincera, realista, priva di buchi e di salti nel vuoto. A me il suo libro faceva vomitare, è ovvio, ma non so quale parte di me fosse a dirlo: se quella gelosa, oppure quella invidiosa, o forse semplicemente quella cattiva. Quell’altro, oltretutto, si era accaparrato una borsa di studio per un dottorato in italianistica all’università, e non viveva più con i suoi genitori ormai da cinque anni. Aveva una macchina e ottimi gusti culinari. Tutte le volte che lo invitavamo a farsi uno schifosissimo hamburger di pollo e manzo con noi ci guardava con compassione. Sinceramente, non so come fosse finito nel nostro ambulatorio.
Non so neanche chi fosse stato a portarcelo. Adesso tutti lo negano.
Non sono stato io, dicono, ve lo giuro, o Io pensavo l’avessi portato tu! Ma qualcuno deve essere stato, Cristo!
Noialtri negli incontri parlavamo di tante cose: del cinema jugoslavo e del futuro del death metal, dei simboli fallici nei quadri di Mirò e di quelli mistici nelle poesie di Pasolini, discutevamo se fosse eticamente giusto fotografare carcasse di animali morti per strada, e se l’ultimo film di Aronofsky fosse una metafora della creazione artistica o di quella divina, che poi (forse) è la stessa cosa. Una volta avevo letto loro per intero un racconto di Cortàzar sulla metropolitana di Buenos Aires. Avevo poi proposto di leggere tutti insieme l’Infinite Jest di Foster Wallace, o l’Ulisse, o qualche altro mattone a caso. Avevo grandi idee. Ma poi arrivò quell’altro.

Quell’altro ci faceva domande del tipo: Come vedete il vostro futuro?
Come lo dobbiamo vedere, mi veniva da dirgli, una merda! Che altro dobbiamo vedere se non merda, ce lo dicono in tv e sui giornali, ce lo dicono i nostri genitori e pure i professori. Ma quell’altro rincarava la dose:
Vivere della propria arte è impossibile al giorno d’oggi e continuava con le più sacre banalità: Anche gli artisti devono mangiare o Bisogna fare compromessi per sopravvivere, Non si può sognare per sempre.
Ma da dove era uscito, questo demonio? Volle vedere i corti di Seppia. Reagì arricciando il naso. Lo sentii ridersela di nascosto.
«Menomale che non li fa vedere a nessuno», sussurrò.
Ai LegnoStorto disse che il punk era morto da vent’anni, che passassero all’elettronica, ma che la tematica ambientalista poteva funzionare.
A Pizzul parlò per un’intera giornata di un tale che aveva comprato un teatro e poi si era suicidato. «Gli stadi invece vanno forte».
Di fronte ai quadri dei due Adriano commentò solamente:
«Una coppia che dipinge. Molto romantico».
Ai Tre Porcellini spiegò che era inutile litigare di continuo, che la ragione è sempre relativa. Sfidò il Mudo a chi rideva per primo: si guardarono negli occhi forse per due ore, nel più totale silenzio. Poi dalle labbra del Mudo venne fuori un suono flebile, contratto, che più che a una risata assomigliava a un lamento.
Che io sappia quell’altro non lesse mai i miei racconti. Finsi di non averne mai scritti e gli altri stettero al gioco.
«Non sono ancora uno scrittore, ma lo voglio diventare», mentii.
«Beh, allora devi scrivere», mi rispose lui.
«Che cosa vorresti scrivere?». «Realismo magico».
«Ah», concluse, «carino».
Finite le riunioni e rifiutato l’hamburger se ne andava con la sua macchina. Accanto a lui Silvia. «Perdonatemi se non rimango con voi», si scusava lei, «ma vivo lontano, e un passaggio mi fa comodissimo».
Quell’altro e Silvia se l’erano intesa fin da subito. Mentre Adriano argomentava dei prodigi della luce su un panorama lunare, loro due parlavano fitto fitto. Tutto l’ambulatorio era un bisbiglio. Fsss fssss. Chissà di cosa discutevano. Il ciuffo bianco di lei vibrava di elettricità, i suoi occhi acquosi indagavano indiscreti l’ossatura di lui. Una volta Silvia mi aveva confidato di ritenersi molto più una creatura marina che terrestre. Diceva che ogni tanto si svegliava nel cuore della notte, convinta di essere una sirena, e di dover con tutta fretta tornare nel mare. Mentre conversava con quell’altro, nel suo aspetto si profilava veramente qualcosa di marino: le gambe che si univano fino alle caviglie assomigliavano alla coda, i bei ricci sul collo alle branchie, e tutta intera sembrava fluttuare nell’aria, e quindi volare, e cioè nuotare.

Una sera il Terzo Porcellino ci disse di averli visti baciarsi lungo il fiume. Lui più alto di lei, lei che sembrava fatta di perla. Si azzittirono tutti. Non la presi per niente bene: cominciai a stracciare le pagine del libro che avevo con me, ad appallottolarle e poi a scagliarle contro il muro.
«Vedrai che arriverà una nuova Silvia», provò a confortarmi Adriano con una pacca sulla spalla. Ma stava fingendo: era disperato, proprio come tutti gli altri.
Un rumore sordo ci sorprese dall’angolo dell’ambulatorio. Sembrava un gracchiare torbido, uno strofinare di denti: era il Mudo. Il Mudo che piangeva.

Claudio Bello

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