La scarica

Quando un mesetto fa Quaranta ha domandato se non avessimo intenzione di andare in vacanza dopo il 30 giugno, lo abbiamo cacciato dalla redazione per la terza volta. È scientificamente dimostrato che nessuno legge dopo il solstizio d’estate, ma ciò ci tocca poco, tenuto conto che tra 4 e 0 lettori non c’è poi tutta questa differenza.  Dunque, Verde vi seguirà per tutto luglio sotto l’ombrellone (sebbene è giusto ricordare che i veri lettori forti non vanno in vacanza al mare ma si ritirano sulle montagne per affinare le proprie doti di schedatori di libri tra le conifere e l’odore del caffè appena munto).
Apriamo il mese con Monicatrequarti, che casca a pennello per chiudere la stagione riportando sulle nostre pagine virtuali un look più in linea con la tradizione verdiana. Speriamo vi piaccia.
Oggi esordisce Valerio Camilli (che abbiamo conosciuto qui e con il quale ci siamo scusati qui) con La scarica, un racconto che in un certo senso ci fa riflettere sulle tipiche vacanze di noi precari.
E appunto come ci dice lo stesso Valerio: “Ho 25 anni, sono nato a Roma, ho studiato Antropologia a Bologna fino all’anno scorso, sono tornato a Roma, ho frequentato un corso di editoria alla minimum fax, ora è finito e sono disoccupato”.
Ciao mamma, guarda come siamo bravi a fare rivista. Pappappero.

Calcare, calcare. Sentivo la debolezza della spina dorsale. Le ossa calcarose che cigolano e soffrono. Si deformavano ad ogni movimento, si piegavano ad arco, accennavano crepe che spezzavano il bianco di calcio. Le sentivo tutte sotto la pelle pronte a cedere insieme. Un’architettura malriuscita e dolorosa. Non c’era via di sollievo, a stare fermo il dolore si faceva anche più insopportabile. Mi sembrava anzi che si saldasse tutto insieme, che le giunture si incancrenissero e addio alle manovre allora, uno scheletro immobile. L’unica insomma era starsene in giro fino ad avere i muscoli gonfi. E tanto era. Me ne stavo in strada quanto più potevo e solo com’ero cominciavo a giocare al gioco della resistenza: arrivava sempre il momento in cui m’annoiavo a morte e mi sembrava di avere mille lame nelle cosce o biglie di piombo sotto le piante dei piedi; ne facevo una sfida allora e riprendevo a camminare e gemere fino a obbligarmi a terra. Era uno sforzo abbastanza grosso.

Dopo una giornata intera passata con poco più che i tuoi piedi poi, viene voglia di parlare ma non avevo che le mie ossa a cui dire Shh! resistete, resistete… ancora qualche ora e ci penserà la notte a ricaricarci. E poi, quanto volete che duri? Pare che non si viva a lungo in queste condizioni. Pazienza bianche mie. Prima di addormentarmi sentivo la pelle che vi aderiva e vi si attaccava intorno, ci cresceva sopra come muschio e squame e quando tutto farà Crak! sarà un’unione troppo salda da venir meno e con l’eccezione di qualche strappo ed eradicazione sarò il contenitore… la tela di un’implosione e mostrerò una deformità da bomba chiodata e in faccia avrò un’espressione più spezzata e rigida delle mie ossa.

Dormo dove trovo che sia il caso. Mi fermo quando proprio non riesco a continuare e provo a far coincidere quel momento con quello in cui m’accorgo di un posto comodo e vuoto. Dev’essere riparato, pure. Se c’è un tetto è l’ideale soprattutto quando c’è il tempo incerto. Io m’informo ma certe volte non lo sanno manco loro, dicono sole e mi piomba in testa l’ira di dio, quindi ho imparato a fidarmi solo d’estate in quel caso. Ho imparato un paio di trucchi pure. Cielo rosso, piscia addosso, lo diceva il primo che m’ha accompagnato per qualche tempo. Sapevo poco e m’ha insegnato la supplica e l’attenzione, m’ha insegnato tutto. Riparato dicevo, ma non solo dal tempo: dagli sguardi pure. Non m’è successo spesso perché sono bravo a stanare i posti migliori ma un paio di volte m’hanno cacciato a calci pure. Non piace a tutti chi c’ha le ossa spezzate e per punizione te ne provano a spezzare un altro paio. Si dice che se ti puniscono è perché hanno intenzioni serie però. Allora io gli dico: Ma che credete? aspettate, aspettate che il problema vi si risolve da solo! tutta ‘sta fatica per un lavoro che si compie da sé… Non l‘avevo mai visto tanto attaccamento al lavoro e allora mi sa che li riempiono d’oro.

Quando mi mettevo disteso e mi decidevo a dormire m’irrigidivo e mi faceva tutto più male. L’ho detto questo, le ossa mi andavano a fuoco. Mi paralizzavo, non facevo un movimento che fosse uno per la notte intera e me ne stavo cogli occhi sbarrati un po’ per il dolore, un po’ perché speravo che ci restassero pure quando m’addormentavo. Ci pensano una volta in più se ti trovano cogli occhi aperti, questo pensavo. La mattina poi cominciava il lavoro vero. Dopo la notte passata a marcire e a lasciare che tutto si saldasse, la mattina mi dovevo scrollare di dosso tutta quella robaccia. E ci mettevo ore ogni volta. Cominciavo piano a muovere le dita dei piedi, piano piano. E lì ancora andavo sul facile. Quando passavo alle ginocchia, alle cosce, alle schiena e al collo… era come se mi fossi riempito il corpo di radici ed erbacce che s’erano andate a confondere coi nervi e per liberarmi dovevo scuoiarmi, raschiare per bene, sbattere e asciugare al sole e reindossare tutto e iniziare a tollerarlo. Quando mi venivano a stanare si capisce che questo tempo non me lo davano e allora me ne stavo a prenderle senza fiatare e mi concentravo sull’inventario dei nuovi dolori che avrei accolto da lì in poi. Li tenevo in un bell’elenco che avrei saputo illustrare dal primo all’ultimo punto e che mi faceva fiero perché c’avevo imparato un po’ di anatomia… era qualcosa di cui si sarebbe potuto parlare.

Alcuni erano pure gentili però e mi arrivavano coperte, inviti da qualche parte sotto qualche tetto. Io preferisco viaggiare leggero ma a certi uomini è proibito non amare la merda e che io sappia non esiste riparo dal gesto caritatevole. Il guaio era che mi bastava arrivare alla notte per dimenticare tutto un giorno e quando ci si è così abituati a dimenticare, la cosa più facile è tenere una condotta che non si abbia alcuna voglia di ricordare.

Una notte me la ricordo ancora però e forse sarà stata la scorsa notte o forse no. Non m’ero ancora fermato perché i muscoli mi reggevano più del solito. M’ero fatto un bel giro e leggevo dappertutto nomi evocativi spalmati per bene sulle targhe, per le vie, nelle piazze, sui palazzi della città. Evocare! Evocare! Che senso ha spacciare nomi dappertutto se non c’è più niente di quello che si voleva evocare? Mi pareva un gioco di pubblicità e di pedanteria e mi pareva che non interessasse a nessuno. Non interessava a me tanto per cominciare. Passavano dappertutto le donne, giovani o vecchie, e a me non importava l’età. Se trovavo tra loro quelle qualità che mi facevano grosso, e non era raro che le trovassi… avevo una serie di fantasie che mi sciacquavano sempre il retro della testa in attesa di attivarsi. Erano le solite e monotone e a rotazione finivo sempre col cazzo dentro qualcosa di loro. Si pensa che uno del mio genere sia salvo da queste cose ma invece nessuno è salvo mai. Fantasticavo comunque e pigramente. Censurarmi troppo e non censurarmi abbastanza e censurarmi troppo… E dopo tutto questo mi cominciavano a cadere a pezzi davanti agli occhi e diventavano troppo maturate in qualche modo e manchevoli di qualche segno di salute come una bella chioma o denti forti o una bella pancia piatta ben fasciata. La meschinità che avevo spruzzato tutto attorno allora mi ritornava addosso raddoppiata e piano piano dovevo rifarmene carico e me la risucchiavo con una cannuccia.

Io non so in che modo mi capitò di restituire quella sensazione ma evidentemente non fu composto; e non fu composto perché non fu invisibile. Mi si fece davanti un piccolo uomo minuto coi capelli lunghi che avevo già visto altre volte. Gli capitava di aggirarsi per la città cogli occhi brillanti, dolci e buoni come due gemme trasparenti con dentro due castagne. Mandava i piedi a calpestare tutto senza sforzo, saltellando quasi, e ogni passo sembrava l’occasione per un saluto o una buona intenzione. Sembrava pieno di priorità che era pronto a ridefinire su richiesta. L’avevo sentito ridere e, quando succedeva, da quel corpicino pareva voler uscire un grosso asino che ragliava e scalciava a zoccolate sotto la pelle e provava a rivoltarlo a cominciare dalla bocca ma lui riusciva a riaffogarlo.

Mi si avvicinava e io non potevo capire, così cominciai ad allontanarmi. Rallentando il passo mi si mise dietro ad assecondare la mia fuga. È evidente che avrebbe potuto raggiungermi senza fatica. L’inseguimento dunque ebbe luogo perché lo voleva lui. Durò però il tempo che volli io perché quando sentii il momento dello stremo feci come al solito e mi fermai in coincidenza con un mio bel riparo. Mentre mi buttavo a terra e cercavo la posa in cui paralizzarmi per la notte, quello mi guardava e si frugava in tasca.

Io ho sempre creduto che uccidere un uomo non è poi difficile. Ci sono degli esempi. Qualsiasi Mefistofele passato dalla cronaca dopo aver fatto a pezzi famiglia, colleghi, amante o passanti lo dice. Cammina tra i vicini ed è onesto, prodigo di saluti e sudore e cura amorevolmente o almeno dignitosamente le sue relazioni; impugna la pistola, la spranga e ci serra attorno le dita e si guadagna l’entrata tra gli orchi e i diavolacci. Gliela firma qualcuno su qualche pagina e il senso comune gliela autentica. Il percorso tutto sommato è breve. Il punto è che il male è sopportabile fino a quando si muove a profondità lontane. Ha una sua dignità a quel punto: non è da tutti. Per scaricarsi vuole sacrifici costosi come la psiche. Chi lo incarna in qualche modo sembra aver scoperto qualcosa di insostenibile e esserci rimasto incastrato sotto o in mezzo e suo malgrado ha finito per essere un genio. Ecco, invece il male è a portata di tutti nell’acqua bassa, e pure il bene. Fare l’uno o l’altro non è proprio questione di profondità ma di correnti. Si tratta di quello che ti capita e non c’è grandezza nell’uno o nell’altro.

Io forse ero pure pronto, per quel che vuol dire. Tutto sommato non m’era troppo insopportabile morire. Ma l’ho sempre immaginata senza nessun altro di mezzo. Mi sembra che debba accadere in solitudine, in maniera naturale per così dire. Com’è che smetterà di farmi male tutto? Voglio dire, come lo avvertirò? Sarà una graduale diminuzione del dolore fino alla sua sparizione e sparizione di tutto il resto anche? O succederà mentre sento ancora tutto crepitare e paralizzarmi? Smette tutto di battere, contrarsi, scorrere, risucchiare così di colpo? O sentirò l’aria che mi manca, il sangue e il cuore che si seccano… Non vorrei condividere niente di tutto questo.

Per mandarlo via mi cacai addosso. Non che non mi c’avesse portato lui in qualche modo… non la controllo così, a comando. Mi c’aveva portato certo, solo che avrei potuto metterci un po’ di opposizione. Sono bravo nel gioco della resistenza e a mettercela tutta me la sarei tenuta tra le chiappe. Ma fosse perché allo stesso modo lo soddisfacevano la morte e l’umiliazione, o perché per ammazzare qualcuno bisognerà pure toccarlo se non si ha lo strumento adatto e nessuno tocca volentieri chi s’è cacato addosso; fosse per una o per l’altra ragione, me la cavai quella notte.

Valerio Camilli

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