Liminal Personae #4: Guglielmo

Guglielmo è la quarta puntata di Liminal Personae, la rubrica di S.H. Palmer che “nasce dalla necessità primordiale di osservazione e metabolizzazione del mondo, nello spazio e nel tempo presente. Nella ciclicità dell’archetipo e del simbolo ritroviamo noi stessi, la nostra storia, nei gesti di altri, e cerchiamo più o meno consciamente di sfruttare l’empatia come una sfera di cristallo, per scoprire quale sarà il prossimo passo. Tre lingue si articolano nella mia mente ogni giorno. Le influenze dell’una ricadono sulle altre due e così in un moto perpetuo la scrittura e la comunicazione salgono a spirale, per schiantarsi al suolo perpendicolari all’asse del mio respiro.
Il nome della rubrica è un omaggio esplicito alla professoressa Clara Mucci. Liminal Personae è stato uno dei testi più belli che abbia avuto tra le mani nel periodo universitario, ne ho ancora una copia nell’armadio, a casa di mia madre.”
Per Palmer, shakespeariana per scelta, la gelosia non esiste: “il mondo delle passioni e degli accadimenti di Shakespeare è rassicurante. Lo capisco solo ora, davvero.”  L’illustrazione è di E.P. VI VI VI.

Il giorno che è iniziata l’estate canonicamente, qui in Westfalia è tornato l’inverno. Coperte, tè caldo e antidolorifici sono accanto a me in questa buia mattina di giugno. Non mi svegliavo con l’ispirazione da mesi, anni forse.

Ho ricominciato a scrivere da relativamente poco, per una che scrive da tutta la vita. Adesso sono in pausa forzata e i miei neuroni hanno captato il relax, quello che dura più di (quattro e) quarantotto ore. Fulminata dalla tempesta del secolo di inizio estate che vedo fuori dalla finestra, non ho potuto che far scorrere dietro la lingua velocissimi versi, frame e battute della mia formazione culturale. Ho cominciato a costruire le mie capacità di analisi e descrizione all’inizio della scuola superiore, leggendo Shakespeare. Può sembrare banale, ma in queste cose sono all’antica: di vita e d’amore si muore, e lo si fa in maniera plateale.

Sono shakespeariana per scelta, del destino.

Le sue parole mi hanno scelto e hanno deciso di accompagnarmi per tutta la vita, da quando avevo quattordici anni circa. Al liceo prendevo le note perché quando finivo i compiti in classe mi annoiavo e leggevo il teatro. Il libro me lo aveva prestato la madre del mio fidanzatino black metal dell’epoca. Un connubio strano – il face panting da panda e la maestria emozionale, lo so, ma era proprio così. Gente sensibile sotto tutto quel cerone.

Cominciai canonicamente dall’Amleto, giusto così per ovvia curiosità e ne rimasi molto soddisfatta. Dopotutto è un dramma perfetto e poetico, e Ofelia mi stava tanto simpatica in mezzo ai fiori nella vasca da bagno l’avrei imitata spesso. Fu poi il turno di Macbeth e mi innamorai del suo fatalismo, che tradii invero con la follia di Lear.

Guglielmino per me è stato un po’ come Dante, ma meno svenevole: Cristo Dante sveniva troppo spesso, l’aria della Commedia doveva essere davvero rarefatta.

La capacità di scandagliare le passioni in una lingua così pomposa e diversa dai canoni odierni è sintomo di un’umanità pulsante atavica, ferma – nel suo moto impercettibile – nel cuore del mondo. Riconoscersi nelle azioni e nelle parole di qualcuno ci rende la vita meno complicata, i drammi quotidiani e interiori a volte tendono a logorare l’atto in sé e ogni tentativo diventa ai nostri occhi fatto, distraendoci dalla verità dell’essere: Th’ attempt and not the deed. Confounds us. (Macbeth Atto II, Scena II).

Dal Racconto d’Inverno – che in tedesco come Wintermärchen suona proprio più magico – e da Otello poi, analizzato nel suo eros negato (lode lode a Serpieri sempre) ho preso confidenza con un sentimento a me ignoto, la gelosia.
“Eh, quanto calore!… Troppo… A mischiare troppo l’amicizia si finisce col mescolare il sangue… Ho il tremor cordis. Sento il cuore in petto che mi balla, e non già di gioia, no, sicuramente… Certe confidenze possono ben mostrarsi a viso aperto, attingendo una lor disinvoltura dalla cordialità, dalla bontà, dalla fertilità del sentimento, e bene convenirsi a chi le mostra. Questo è possibile, lo posso ammettere. Ma palpeggiarsi il cavo della mano, e strizzarsi le dita, come fanno, scambiandosi studiati sorrisetti quasi a volersi specchiar l’un nell’altro, e trar sospiri da cervo morente… Ah, questo genere di confidenze non garba né al mio cuore, né al mio ciglio!” Nel senso davvero il tremor cordis. Laonte si fa venire il tremor cordis con i puntini di sospensione quando pensa di essere cornuto (Atto I, Scena II).

Al tremor cordis però davvero non ci posso pensare. Davvero, neanche se penso che era millemila anni fa e tutto era diverso e la gente sapeva forse più di oggi.

La gelosia per me non esiste.

È qualcosa di innato come un chicco di sesamo nero nel cuore, o ce l’hai o non ce l’hai, io non ce l’ho, non posso comprenderla. Leonte e Otello poi hanno pareri estremamente diversi in proposito, probabilmente per via della natura stessa del proprio pensiero: il primo guarda al tradimento coniugale come un segno della fragilità umana e lo accetta vendicandosi per vie traverse, il secondo – che tipo, Otello – vive la presunta infedeltà di Desdemona (ben architettata come una bufala da social contemporanea) come lascivia bestiale che genera caos primordiale e tramuta quel sentimento orribile in furia omicida: in questo senso purtroppo non è cambiato molto per le donne, benché siano stati macinati secoli e proteste e marce per i diritti civili e umani. Che tristezza, se ci penso.
Non la capirò mai io, la gelosia. Non ce la faccio proprio.

Meno male che c’è Guglielmo dispiegarmi – come origami venuti male da regredire a salviette colorate – gli esempi della vita stessa.

Oggi però, all’inizio dell’estate autunnale del duemiladiciotto, mi sono resa conto di un’altra cosa. Il mondo delle passioni e degli accadimenti di Shakespeare è rassicurante. Lo capisco solo ora, davvero.

Il mondo è delirante oggi. Ci troviamo ad affrontare discorsi e paure che pensavamo essere morte, sepolte e metabolizzate.

Comprese, sorpassate e vinte dal progresso. In questa realtà feroce e fuorviante, il quadro emozionale descritto dal Bardo dell’Avon nasce e resta umano, troppo umano. Nella brutalità emotiva e nelle cene di Tito e nei versi più belli di Titania e Oberon, ritroviamo sempre – al di là del bene e del male – l’essere essenza.

Un concetto che – oggi – ha perso quasi ogni appiglio, in questa grottesca e distopica fanfara.

ANTONIO – La mia luna terrena s’è eclissata, ahimè, e presagisce la caduta di Antonio!
CLEOPATRA – (Tra sé) Bisognerà aspettare che gli passi.
(Antonio e Cleopatra Atto III, Scena XIII)

CONTINUA (qui tutte le puntate)

S.H. Palmer

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