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Nadia Sgaramella– Paura del tuffo

Marta Viazzoli ha ventidue anni, vive a Roma dove studia Lingue all’Università. Legge fino a notte fonda, scrive filastrocche quando si annoia, coltiva fiori con disastrosi risultati, prepara dolci e li fotografa insieme ai suoi libri preferiti, maschera la sua mania dell’ordine dietro l’amore per Wes Anderson. Ama il tè, le pozzanghere, i romanzi epistolari, i film francesi, Pavese e Melville, le bolle di sapone, gli acquazzoni estivi, il cinema all’aperto, le cartoline. I racconti Ritornerò e Quattro voci compaiono in due antologie pubblicate da Giulio Perrone Editore nell’ambito del progetto “Facciamo un libro”. Con il racconto Una notte giovane arriva in semifinale al Premio Campiello Giovani 2017. Questa è la sua prima volta su Verde. L’illustrazione è di Nadia Sgaramella, è stata fatta ad hoc per il racconto di Marta e ci piace molto. Vedete? Ormai gli autori vengono con le illustrazioni da casa, i collaboratori si parlano tra di loro, si creano rapporti, reti amicali, tramano alle nostre spalle; siamo allo sbando, abbiamo perso il controllo. Un tempo, come è solito fare Trump con i suoi sottoposti, mettevamo contro i collaboratori, seminavamo zizzania, creavamo competizione e invidie, divide et impera era il nostro motto. Ma tutto ciò è finito. Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione, quindi, è eccellente.

 

Ancora qui, Laerte?… A bordo, a bordo!
Il vento s’è già assiso da padrone
in cima alla tua vela, e là t’aspettano.
William Shakespeare, Amleto

Alle quattro di un rovente pomeriggio di fine agosto in via Cava Mare 11, Sant’Angelo D’Ischia, Zio Sasà, camicia di lino bianca, seduto su una sedia pieghevole, guarda fisso davanti a se, immobile, mentre fuma il suo terzo sigaro.
La pancia di zio Sasà è grande e tonda come un cocomero succoso, e dura e tesa come un tamburo.
Da bambina Rita per misurare la sua altezza aveva come punto di riferimento l’ombelico di zio Sasà.
«No, Rita, non sei ancora alta quanto l’ombelico di zio Sasà, però ti manca poco», era la frase che si sentiva ripetere ogni giorno da sua madre, assillata dalle sue frequenti domande.
Questo problema dell’altezza la preoccupava non poco. Il suo peggior incubo era di smettere di crescere, rimanere bassa ed essere presa in giro dai compagni di classe.
A otto anni raggiunse l’anelato traguardo, a nove riusciva a guardarlo per bene, ma quando abbracciava lo zio, o meglio, quando abbracciava la sua pancia, le sue braccia non riuscivano ad arrivare nemmeno a metà della circonferenza.
Zio Sasà non è veramente suo zio, è il fratello della sola nonna che ha conosciuto, ed è la persona a cui vuole più bene al mondo. Quando era piccola era lui che veniva a prenderla a scuola, che le sbucciava la frutta, che le raccontava la storia della buonanotte quando i suoi genitori tornavano troppo tardi dal lavoro.
I capelli di zio Sasà si sono fatti bianchi e i suoi occhi sono circondati da tante piccole rughe, adesso, e lei è molto più alta del suo ombelico.
Se il fumo del sigaro non disegnasse un filo nel cielo e se zio Sasà non sbattesse di tanto in tanto le palpebre, lo si potrebbe scambiare per una statua di cera.
Con questo caldo ogni minimo movimento richiede uno sforzo, fortuna che un vento sottile, proveniente dal mare, muove l’aria e la tenda a strisce bianche e blu che copre la porta di casa.
D’estate, in paese, le porte si lasciano aperte e si vive in strada. D’estate crollano le pareti e i muri e Via Cava Mare diventa un lungo e stretto salotto. Vicino alla sedia di Zio Sasà ce n’è sempre un’altra, in caso passasse qualcuno. E qualcuno passa sempre, portando i pomodori della campagna, le pesche dell’albero, il caffè freddo in una bottiglia di vetro.
Alle quattro e mezza, preciso come un orologio svizzero, Gaetano arriva con un cesto di frutta su cui è poggiato un fiore di ibisco screziato.
Gaetano porge il fiore a Rita.

«Tieni, signorina, appena colto».
«Grazie Gaetano, non dovevate».
«Ti fai sempre più bella ogni anno che passa».
«Ma non li strappate i fiori per me, che è peccato».
«Strappare i fiori per una donna non è mai peccato, soprattutto se è bella come te».
Gaetano è sempre lo stesso, come nei suoi ricordi di bambina. Occhi ridenti dietro ad occhiali tondi, secche braccia penzolanti, schiena curva.
«Tua nipote si fa grande e noi ci facciamo vecchi, eh Sasà?»

Zio Sasà annuisce soltanto, senza neanche guardarli, come quando si perde nell’abisso di qualche pensiero inespresso.
Dalla cucina il rumore delle stoviglie cessa e la nonna invita Gaetano ad entrare.
Rita sente il rumore dell’acqua corrente che fresca scorre sulle mani di sua nonna. Segue Gaetano dentro casa, per il corridoio spoglio. Lui poggia sul tavolo il cesto di frutta che distribuisce come ogni estate ad amici e parenti. I suo alberi sono così carichi di frutti che neanche le tartarughe ne mangiano più.
Rita prende le tazzine e lo zucchero dal mobile sopra il lavello mentre nonna Rosa mette il caffè sul fuoco. Non fa mai troppo caldo per bere quella miscela scura e amara. Gaetano e Sasà seduti al tavolo della cucina borbottano qualcosa riguardo al pescato.

«Non c’è più pesce nel mare Sasà, giusto qualche triglia, due saraghi e due aguglie. Una volta non era così».
«Troppa gente muore in mare, Gaetà. Neanche i pesci sopportano più tutti questi cadaveri, e i pochi che sono rimasti hanno preso un sapore più amaro».
Zio Sasà è sovrappensiero. Fuma troppo e una brutta tosse interrompe spesso le sue parole e i suoi silenzi.
«C’è il mare a Dublino, Rita?»
«Si c’è il mare».
«E com’è il mare a Dublino?»
«È grigio e freddo, zio, come il cielo. E’ diverso dal mare di qui».

È la prima volta che Rita torna a Ischia da quando è partita per andare a lavorare a Dublino, nove mesi fa. Si era sentita sola, isolata, spaiata nell’immagine dell’Isola che sola custodiva i suoi segreti. Rita ha lasciato un’isola per un’altra isola. Ha lasciato il sole rovente, i fichi d’india, i vicoli stretti, per i prati verdi, la pioggia sottile, i comignoli.
Zio Sasà non le aveva ancora mai chiesto niente della sua nuova città, della sua nuova vita.
Quando l’aveva vista arrivare sudata e stanca con valigie pesanti, le aveva dato un bacio sulla guancia mentre le accarezzava i capelli con la mano ruvida, come ogni volta che andava a prenderla a scuola, come ogni mattina quando la salutava prima che lei andasse all’università, come se non fosse mai partita e come se, quel suo ritorno, dopo quasi un anno, non fosse stato particolarmente atteso.
Un bacio solo, una carezza. Avanti, che la pasta si fredda, era stata la prima cosa che le aveva detto.
Zio Sasà aveva pensato alla sua bambina ogni ora, ogni giorno, si era chiesto se a Dublino facesse freddo, se indossasse maglioni abbastanza caldi, se si sentisse troppo sola, se fosse felice, almeno un po’, ma non le aveva detto niente perché con le parole non era mai stato bravo.
Aveva lasciato la scuola in quinta elementare per aiutare suo padre con il panificio, e quando doveva scrivere qualcosa, anche solo la lista della spesa, pregava Rita di correggerlo anche se questo lo imbarazzava. Il suo cuore scoppiava di orgoglio per i successi universitari di sua nipote, per il suo centodieci e lode le avrebbe regalato la luna, se solo avesse potuto. E quando lei gli aveva detto che le avevano offerto un lavoro in Irlanda, e che sarebbe partita perché di fare la cameriera non aveva più voglia, lui era stato fiero, fiero e triste allo stesso tempo. Se lo meritava, Rita, meritava di lavorare per quello che aveva studiato, per cui si era sacrificata, meritava di essere indipendente, di non accettare lavoretti al nero malpagati, meritava di vivere in un paese libero dalla mafia, dagli appoggi politici, dal pressappochismo vincente, dal “fatti furbo”, dal “tengo famiglia”, e se l’Irlanda si avvicinava a questa idea di mondo, allora, era giusto che lei ci andasse e trovasse la sua strada. Così pensava zio Sasà, mentre Gaetano, Rosa e Rita erano impegnati a guardare le carte francesi che avevano in mano per prendere il pozzetto e chiudere la mano di burraco. Così pensava mentre le ombre dei fichi d’india decoravano il muro bianco di via Cava Mare e i gabbiani volavano stanchi sulla Chiesa del Soccorso.

Ora che il sole è meno alto, Rita propone a Zio Sasà di fare una passeggiata e arrivare a punta Sant’Angelo. Sasà annuisce, infila le ciabatte e la raggiunge in strada.
In pochi minuti arrivano in piazza.
«Vado un attimo a salutare Michele».
E Sasà si incammina verso l’ingresso del ristorante “Il Pescatore”.
Rita lo aspetta seduta su una panchina di pietra bianca. Era lì che aveva lavorato fino a un anno prima; aveva passato in quel ristorante bianco e blu, intere giornate a servire, apparecchiare, sparecchiare, lucidare.
Gamberoni alla grigia, Calamari fritti, un risotto alla pescatora ma senza cozze, grazie, spaghetti alle vongole, nel coniglio all’ischitana c’è l’aglio?, pesce spada, possiamo avere altro pane?, La carta dei vini per favore, linguine allo scoglio, per me un sorbetto al limone, caprese ma la panna a parte, caffè, amaro, lo offre la casa, il conto, grazie.
Rita guarda i tavoli, di cui ricorda ancora a memoria i numeri, l’insegna di legno dipinta di blu, i fiori rosa della bouganville che sale sulla parete intonacata di bianco. Le era sempre piaciuta quella pianta testarda, così saldamente attaccata alla parete, con quel tronco sottile ma ruvido, coperto di spine corte e dure e quella cascata meravigliosa di fiori di un colore intenso. Se dovesse diventare una pianta, Rita vorrebbe essere quella bouganville, un groviglio di spine e fiori attaccato a una casa bianca vicino al mare.
Mentre aspetta Zio Sasà, Rita pensa alle ore passate lì, al grembiule nero che aveva indossato, alla stanchezza di quando, all’una di notte, ancora doveva finire di pulire i tavoli, al sorriso finto che doveva dipingersi sulle labbra davanti ai clienti.
Mentre aspetta Zio Sasà, Rita pensa a Giuseppe, a quando lui aspettava che lei finisse di lavorare per stare un po’ da solo con lei, a quelle ore in cui lei non aspettava altro che togliersi il grembiule e correre da lui.
Mentre aspetta Zio Sasà Rita pensa a Giuseppe, a quella notte che si era arrampicata con lui sugli scogli e lui le aveva sbottonato la camicetta impregnata di sudore e di fritto, e avevano fatto l’amore per la prima volta.
Zio Sasà guarda Rita, persa in un punto lontano, oltre la spiaggia e le barche a vela, la osserva per qualche secondo senza che lei se ne accorga. Vuole conservare quest’immagine nella memoria per poterla rispolverare quest’inverno, quando lei sarà già ripartita.
«Andiamo».
Rita si volta lentamente facendo un sospiro.

Si incamminano per quell’istmo di terra che collega punta Sant’Angelo alla piazza del paese, mare a destra e sinistra, bambini scalzi si rincorrono urlando, mentre le loro madri prendono il sole, sulla spiaggia un super santos rotola veloce tra le gambe di una decina di adolescenti che non pensano ad altro se non a correre dietro un pallone.
La panchina di Zio Sasà è alla fine di una pineta a strapiombo sul mare, per raggiungerla bisogna percorrere strade senza nome. Rita ascolta le cicale assordanti e lo scricchiolio degli aghi di pino sotto i suoi piedi, lascia che Zio Sasà si sieda, e poi gli dice d’un fiato, con gli occhi bassi.
«Zio mi sono innamorata».
Non aveva detto niente Sasà, si era acceso un altro sigaro ed aveva guardato il mare.
«Come si chiama?»
«Paul».
«Paul».

***

Sono passate tre settimane da quando Rita ha parlato d’amore a Zio Sasà per la prima volta, sulla panchina, nella pineta. Settembre si avvicina ma il caldo non sembra avere intenzione di diminuire.
Il sole sta tramontando e Rita riesce a scorgere, oltre le scintille del mare, Procida e dietro Procida i contorni del golfo di Napoli.
Asciugamano sulle spalle e capelli bagnati, Rita torna a casa dopo aver fatto un tuffo veloce. L’acqua è calda al tramonto, la spiaggia quasi vuota e Rita riesce a respirare.
Domani torna a Dublino e nulla è ancora pronto, non è ancora pronta a lasciare di nuovo la sua isola, bella, ma con poche prospettive.
Non aveva mai pensato, Rita, che se ne sarebbe andata, che l’avrebbe lasciata. Non lo aveva pensato quando, mentre era alle medie, sentiva sua madre e suo padre parlare di un possibile trasferimento a Napoli, sulla terra ferma, per poterla iscrivere in un liceo prestigioso; non lo aveva pensato quando si era iscritta all’università in città, sapendo che avrebbe dovuto prendere l’aliscafo ogni giorno, anche con il mare grosso, per andare a lezione; non lo aveva pensato quando aveva brindato con gli amici e una corona d’alloro sulla testa dopo essersi laureata con il massimo dei voti.
Non lo aveva pensato nemmeno Giuseppe prima di quella notte maledetta in cui Rita gli aveva detto che sarebbe partita.
Zio Sasà e Nonna Rosa, invece, lo avevano pensato, lo avevano sempre saputo che quell’isola prima o poi sarebbe stata troppo stretta per una nipote così, lo avevano sempre temuto, sempre sperato.
Zio Sasà, seduto fuori dal portone, come quasi sempre a quell’ora, sente il rumore dei passi di Rita, un ticchettio veloce, sandali di cuoio contro pietra bianca. Nel posacenere cinque mozziconi di sigari toscani.
«Era bello il mare?»
«Sì, era bello».
Zio Sasà alza le sopracciglia folte in un’espressione di disappunto. Lui d’estate, al mare, non si avvicina nemmeno. Non lo vuole vedere sporco per gli scarichi delle barche e il profumo delle turiste, dice. Un odore di fritto esce dalla finestra della cucina, che dà sulla strada.
«Che sta cucinando nonna?»
Zio Sasà alza le spalle.
«Vado a chiederle se ha bisogno di una mano».
Neanche fa in tempo a poggiare l’asciugamano che Rosa le chiede di aiutarla con le melanzane. La parmigiana è già in forno ma adesso ne sta facendo alcune ripiene di amarene, come le faceva sua madre per la festa della Madonna della neve, il cinque agosto. Rita non aveva mai mangiato le melanzane così in nessun altro posto se non a casa di nonna Rosa.
«Ti faccio vedere come si fa, così puoi prepararle a Dublino. Ricorda, il segreto è nello sciroppo di Rum e zucchero».

***

Nella caffetteria al primo piano della libreria Book Upstairs, 17 D’Olier Street, Dublino, Paul aspetta il suo amore.
Rita, gonna a fiori e ciglia lunghe, percorre rapida College Street, mentre rari raggi di sole le accarezzano il viso.
Quando la vede arrivare, trafelata e sorridente, Paul si convince che sì, lei è la donna che aveva sempre aspettato.
Rita, poggia la borsa di tela sulla sedia grigia, gli dà un bacio veloce, le labbra tese in un sorriso, e si avvicina al bancone per chiedere un tè zenzero e limone. L’orlo della gonna le sfiora, svolazzando, le caviglie. Paul le dà un bacio leggero.
«Come è andata la tua giornata?»
«Tutto bene, la tua?»
«Vuoi venire a vivere con me?»
Rita lo aveva guardato un attimo seria prima che un sorriso le illuminasse il volto.
«Andiamo a casa».
Un’occhiata al cameriere, che li guarda confuso, con uno strofinaccio in mano, e nell’altro la tazza che stava per portare a Rita, un’altra al ragazzo del tavolo affianco che gesticola emozionato parlando di Amleto.
Mentre camminano per College Street Rita e Paul si tengono per mano. C’è qualcosa di infantile nel modo in cui camminano rapidi. Sembra quasi una marcia, una marcia rapida di entusiasmo e desiderio. Rita si ferma un attimo solo per riprendere fiato con la scusa di volersi togliere la giacca. Sbottona il cappotto e poggia la borsa su una panchina di legno accanto al campo da cricket del Trinity College.
Non resiste più Paul, sente un’elettricità che raggiunge ogni cellula del suo corpo e gli fa tremare un poco le labbra e le mani. Si ferma e stringe la mano di Rita, la tira a sé, la bacia forte, affonda una mano nei suoi lunghi capelli.

***

La chiesa del Soccorso è un piccolo edificio bianco a picco sul mare. Molte storie circondano questo luogo sospeso tra la terra e il cielo.
Mani callose e occhi stanchi, Zio Sasà fissa il mare, in silenzio, mentre fuma un sigaro.
L’odore pungente di salsedine si mischia a quello del tabacco.
Durante la guerra intorno alla chiesa, si radunavano donne sole. Passavano giorni interi, lì a pregare, chine, affinché mariti e figli tornassero salvi. Giorni interi a guardare il mare finché gli occhi non facevano male, in attesa di vedere una barca fare ritorno. Giorni interi ad ascoltare le voci spiacevoli dei gabbiani, messaggeri indiscreti.
Se il fumo del sigaro non disegnasse un filo nel cielo e se zio Sasà non sbattesse di tanto in tanto le palpebre, lo si potrebbe scambiare per una statua di cera.
Stavolta è lui ad aspettare che torni dal mare una giovane donna che serba negli occhi due isole, porti che non temono tempesta.

Marta Viazzoli

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