Mi piacciono solo circoncisi

Andrea Zambrero (1983) vive a Milano e lavora come IT in un’azienda di telecomunicazioni. Ha pubblicato racconti su Crapula e Tuffi, poi ha sentito l’esigenza di rivolgersi altrove e proporsi a Verde con Mi piacciono solo circoncisi, racconto che descrive le dinamiche di realtà redazionali importanti e popolari come Crapula e Tuffi (ma più Tuffi). A proposito di Federica Sabelli: delicatissimi e molto eleganti quelli di Pink Lodge oggi, Luca Marinelli direbbe “la toccano piano”, ma Luca Marinelli è in Croazia e da due giorni non risponde alle nostre evocazioni (una prece).

Valentina ha un blog su piattaforma WordPress che si intitola Mi piacciono solo circoncisi ma lei non lo dice mai per intero, lo chiama solo MPSC.
Mi piacciono solo circoncisi è un blog molto popolare ed è la prima cosa che mi dicono di Valentina. Me la presenta un amico, siamo a metà dell’evento per il lancio di una collana editoriale stampata su carta velina.

«Questa è Valentina» dice, indicandomela.
«Quella di Mi piacciono solo circoncisi».

Valentina fa un gran sorriso e scuote la testa come un campanello, il caschetto nero spazza l’aria intorno alle orecchie. La prima cosa che mi dice lei è che non le piacciono davvero solo circoncisi – anche se insomma, esteticamente, se proprio fosse costretta a scegliere, ecco.
Questa sera in cui io e Valentina ci incontriamo si colloca in un momento molto delicato della mia vita; come direbbe lei, è il periodo Effegidiemmea: Fallimento generale delle mie aspirazioni. Ho compiuto trentaquattro anni, non ho possedimenti spirituali o materiali, negli ultimi dodici mesi ho traslocato cinque volte. Valentina ha ventitré anni ed è ancora nella fase transitoria Essesseai: Siamo solo all’inizio.
Voglio bere, Valentina è l’unica persona che non conosco qui dentro e, anche se è astemia, mi fa molta compagnia. Sfogliamo insieme i prototipi della collana, abbiamo entrambi i polpastrelli sudati e la velina ci si appiccica alle dita; continuiamo fino a quando lei non strappa per errore l’angolo di una pagina. Io non ho voglia di chiacchierare, sto pensando, comunque Valentina riempie gli spazi in modo grazioso.

«Io non capisco perché li chiamano tutti eventi, cioè, l’evento è un fatto determinante nei confronti di una situazione oggettiva o soggettiva o un avvenimento di notevole risonanza o il fenomeno che può essere individuato da un punto del cronotopo, ma per esempio tu, in questo orizzonte, cos’è che vedi?»

La gente che vedo sempre, vorrei dirle, invece dico che non lo so.
Valentina sorride e dice che è tirocinante in una grossa social media agency, che il suo lavoro, per circa venticinque ore alla settimana, consiste nel formulare caption interessanti. Le dico di farmi vedere quanto è brava e passiamo il resto della serata appollaiati sugli sgabelli del concept bar, lei che snocciola didascalie per tutti quelli con cui parliamo:
– Yoga per l’anima, citrato di sildenafil per il corpo;
– Sembrava Moscow Mule ma era solo una frociata;
– Io non faccio l’amore, io faccio network forte.

Quando lasciamo il locale, insieme, le chiedo perché è stata invitata e lei mi dice che ha molti followers, che vogliono che parli della collana in carta velina su Emmepiessecì. Quando entriamo in macchina dice che l’idea della carta velina non le sembra brillante, che i fronte e i retro delle pagine si confondono, dove c’è una parola passata puoi già intravederne una futura e quindi, che gusto c’è?

«Che gusto c’è a sapere già che cosa succede?»
«Non lo so, Valentina, a tanta gente piace così» le dico.
«Ma che razza di mostri conosci?»

Quando arriviamo sotto casa sua mi chiede se voglio salire, io penso che forse avrei voglia di salire anche se non avessi bevuto, perciò decido che sì, voglio salire. L’appartamento di Valentina è molto diverso da quello che mi aspettavo, sobrio e monocromatico, fuori dal personaggio. Nel ventre di un letto in laminato bianco, Valentina si spoglia e tutto in lei è piccolissimo, così ho una specie di esitazione, un pentimento, poco prima di crollarle addosso.
La mattina dopo Valentina mi dice che ci ha pensato e che, nel prossimo articolo su Emmepiessecì, parlerà di come le estremità delle persone si contorcono quando si gode, proprio come succede quando si provano dolori intensissimi, e che, in conclusione, inserirà la marchetta sulla carta velina, con una bella immagine: libri di carta velina per corpi di carta velina.

«Lo intitolo Siamo uomini o carta velina
Siamo carta velina, penso, mentre lei fa una foto alla composizione corrotta di tazza di latte e biscotti, contrae la bocca in una smorfia, una goccia sierica appesa a un labbro. Siamo certamente carta velina.
Io e Valentina iniziamo a uscire e quando siamo insieme non facciamo granché, tranne partecipare agli eventi. Scopro che Valentina è seguita da ottantatremila persone, tutti utenti reali, come ci tiene a specificare. Il traffico e le collaborazioni le fruttano uno stipendio vero ogni mese, quello che con il lavoro normale non riuscirebbe a guadagnare.
«È una cosa carina, che dici?»
Non ci metto molto a capire che Valentina esiste solo su Emmepiessecì; trascorrono tre mesi in cui, a parte conversazioni semiserie, non condividiamo nient’altro.
Inizio a leggerla una domenica mattina a casa sua, mentre lei dorme:

Oggi mi sono alzata con un pensiero molto triste e ci ho pensato tutto il giorno. Ho pensato che quando muoiono i nostri nonni, i ricordi che c’erano tra noi e loro si dissolvono, quindi anche una parte di noi quando eravamo bambini muore. Questo processo di dissoluzione trova il compimento definitivo nella morte dei genitori: quando i genitori muoiono, muoiono insieme a loro i nostri noi stessi appena nati, quelli che piangevano prima dell’alba e quelli che imparavano a camminare. I nostri noi che nascevano muoiono e siamo già pronti per morire anche noi.

L’articolo ha duemila condivisioni, un delirio di commenti, è seguito dal post Ikebana per scarpe e sormontato dall’enorme titolo violetto Mi piacciono solo circoncisi. Quando Valentina si sveglia, provo a dirle che l’articolo mi ha fatto tenerezza. Lei scrolla le spalle e non risponde allo stimolo, mi ignora, parla d’altro. D’ora in poi farà così tutte le volte che le chiederò di quello che scrive.
Il giorno in cui trovo una mia foto sul blog di Valentina, penso che provi qualcosa per me. Non mi si vede del tutto, gli occhi sono stati sapientemente sfumati, un effetto digitale come la strisciata di una gomma. È uno scatto rubato a un weekend di eccessi, sto allungando una mano per toglierle il cellulare dalle mani, come faccio spesso. La caption è stringata: I sogni che si fanno ci seguono sempre.

Le dico che non mi va che pubblichi le mie foto, che io non sono uno da queste cose, non mi piace essere condiviso. Mi sento nervoso all’idea che coltivi idee romantiche su di me. Lei dice, calmissima, di non preoccuparmi, che quello che esiste su Emmepiessecì non esiste da nessun’altra parte, che Emmepiessecì serve proprio a questo: a dislocare i sentimenti.
Dice che se voglio posso dislocarmi anche io, andarmene dove meglio credo.
Resto e smetto di leggere. Inauguriamo la fase Cidiesse: Ci divertiamo solo.
Ci divertiamo moltissimo. I nostri successivi sei mesi insieme sono la dilatazione del nostro primo incontro, ci sono didascalie perfette per il corpo di Valentina, per me con lei e per tutti quelli che accidentalmente ci circondano. Parliamo quasi solo per caption, da un certo punto in poi, e tutto si fa più semplice, perché rispettiamo i limiti dei caratteri e dell’allusione accattivante:
– Accoppiamento alcolico su superficie discendente;
– Se questo è un apericena;
– Albe metrotossiche;
– Spesso la vita mi è sembrata una ferita insopportabile (di Puškin e senza la mia approvazione).

Quando ormai conosco la numerazione dei nei di Valentina, a un evento, l’amico che me l’ha presentata si avvicina e mi dice:
«Mi dispiace».
Io non capisco, Valentina sta parlando con qualcuno poco più in là, una bottiglia di kombucha premuta contro una guancia, compie gesti ripetitivi, si massaggia la pancia quando aspetta la risposta a una domanda, inclina la testa a sinistra se non trova una parola. Il mio amico sembra molto serio, a me non piace fare la figura dell’idiota e allo stesso tempo mi prende un immotivato malessere. Sospiro e imito una reazione, non so che cosa, qualcosa simile a una vaga sofferenza, e lui mi stringe forte un braccio.
Mi sottraggo con la scusa di una sigaretta, esco e mi nascondo nel vicolo più vicino, sprofondo nel cellulare. Emmepiessecì mi riaccoglie con il suo sorriso liquido e violetto; scorro, scorro. Il post di questa mattina si intitola:
Esercizio di respirazione- Ci sono malattie che stanno annidate nel sangue.
Quando rientro, Valentina è sempre lì, appoggiata alla bottiglia di kombucha, ma il resto non c’è. C’è solo lei e io sono carta velina.

Non ne parliamo e io non leggo più, come mi chiede lei con gentilezza. Dislochiamo l’avvenimento dentro a Emmepiessecì. Dislochiamo lì dentro qualunque cosa: i discorsi che dovremmo fare, le terapie e gli effetti collaterali, i suoi capelli in ciocche. Subiscono traslochi repentini le nostre partecipazioni agli eventi, il sesso, così come il pigiama e la biancheria di Valentina.
Valentina si trasferisce poco dopo, di corsa, con una fretta che io non ho nemmeno il tempo di pensare a una didascalia, di rientrare nella sua stanza d’ospedale.
Ogni tanto torno su Emmepiessecì, scavo nell’archivio. Solo qualche volta, non spesso, inciampo nella pagina principale. Mi piacciono solo circoncisi, dice Valentina, e subito dopo: Se state leggendo questo post

Andrea Zambrero

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